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  1. simon Rispondi

    Non mi sembra un caso che entrambe le donne citate nell'articolo provengano entrambe da contesti politici connotati da una forte individualizzazione: in entrambi i partiti di provenienza mi sembra di riscontrare leadership individuali molto marcate. È quindi banalmente ovvio che in contesti di tale tipo gli avanzamenti individuali siano fortemente subordinati alla volontà del vertice (il che non esclude in astratto la meritevolezza di colui o colei che avanza, come dimostrato dalla Bonino, ma che contemporaneamente non assicura che i criteri di scelta del vertice coincidano con quelli che assicurerebbero la migliore scelta possibile). È quindi ancora più banalmente ovvio che tale metodo selettivo non è applicabile in via generale, a meno che non auspichi una trasformazione della società in senso autoritario.

  2. Claudio Resentini Rispondi

    A me invece la vicenda dell'azienda belga fa venire in mente un ragionamento diverso e per certi versi opposto a quello che contrappone meritocrazia e pratiche discriminatorie. Quando si parla di merito, perlomeno qui in Italia, lo si collega in genere alla produttività. E qui sta il problema. I lavoratori extracomununitari ad esempio erano discriminati dall'azienda belga in quanto potenzialmente meno produttivi perchè avrebbero avuto maggiori difficolta a farsi aprire le porte dai clienti. Siamo proprio sicuri che la meritocrazia così declinata non agevoli, invece che ostacolarle, le pratiche discriminatorie? In questo senso certe leggi italiane non aiutano: l'art.10 del d.lgs 276/03 impedisce alle agenzie la preselezione (e perfino il trattamento dei dati) dei lavoratori in base alle caratteristiche personali (età, sesso, razza, origine etnica e nazionale, religione, ecc.) "a meno che non si tratti di caratteristiche che incidono sulle modalità di svolgimento dell'attività lavorativa"...

  3. Luciano Scagliotti Rispondi

    La sentenza è quella relativa alla causa C-54/07 (Centrum voor Gelijkheid van Kansen en voor Racismebestrijding/ Firma Feryn N. V). Persico l'ha correttamente, seppur sinteticamente, riportata. La Corte non ha fatto alcuna connfusione: la confusione è semmai la sua, tra "prefrenza counitaria" (legittima) e "discriminazione etnica (illegittima). Il punto, come è stato già notato, è semmai che a) qui non si tratta di quote e b) non c'è contrapposizione tra meritocrazia e contrasto delle discriminazioni. Al contrario, la discriminazione - su qualsiasi base - riduce la platea dei candidati, rendendo di fatto vuota qualsiasi pretesa di premiare il merito. A meno che si presuma che "meritevoli" possano essere solo gli uomini (o i bianchi, o gli eterosessuali, o i cittadini nazionali).

  4. Michele Buontempo Rispondi

    Non mi è molto chiaro il comportamento della Corte. Il principio antidiscriminatorio (e anche oltre, fino a considerare tutte le misure indistintamente applicabili come ostacolo al mercato) ha trovato una sua applicazione nei confronti dei cittadini comunitari privi di cittadinanza o residenza dello stato ospite, almeno per quanto riguarda la circolazione dei lavoratori. E le ragioni di un'estensione ai cittadini non comunitari mi sono oscure.

  5. franco Rispondi

    A mio modesto avviso il futuro sarà solo per quelle società (stati, nazioni etc) che ha fronte di regole chiare e definite garantiscono le opportunità alla persona. Sia uomo, donna nero, bianco. Nei passaggi epocali come questo che stiamo vivendo e con l'avvento di tecnologie che sempre più permettono alle persone di confrontarsi e di acquisire sapere è normale che il "vecchio potere" tenda ad opporsi. Ma attenzione: la Chiesa Romana società arcaica e conservatrice nel corso della storia si è scissa 2-3 volte di fronte a cambiamenti epocali della storia e della tecnologia e le scissioni hanno sempre portato la costituzione di Chiese più aperte e più moderne (protestanti, calvinisti etc). Parlare oggi di quote rosa o extracomunitari è sintomo di una classe dirigente vecchia e arcaica, se poi, come qualcuno, mi fa i nomi di Borghezio o Gentilini io dico che stiamo parlando di mediocrità assoluta, che rispecchia perfettamente la fase che sta vivendo almeno questo Paese.

  6. Arnaldo MAURI Rispondi

    Sono d'accordo. Ritengo inoltre che le "quote rosa" siano incostituzionali. Infatti dovrebbero essere almeno a garanzia dei due generi e quindi anche del sesso maschile. Non si può escludere che in un organo di governance le donne rappresentino la totalità dei membri, in questo caso il sesso maschile dovrebbe essere presente sulla base del medesimo principio. Ma, ritornando all'inizio, mantengo la mia contrarietà alle "quote". Domani potrebbero essere applicate alle religioni, alle etnie di appartenenza e, per esempio, ai mancini, agli albini,ecc.

  7. Simon Rispondi

    Stando a quanto riportato nell'articolo, la bassissima percentuale nel nostro paese di donne in posizioni di comando è la equa conseguenza dell'applicazione di criteri strettamente meritocratici, e dunque non necessita di alcun correttivo. Quindi: nonostante i risultati scolastici e universitari mediamente migliori di quelli maschili, le donne giunte ad una certa età (in media verso i 35 anni) soffrono di una strana sindrome degenerativa che allontana le prospettive di raggiungere livelli dirigenziali. Beh, bastava saperlo.

  8. Bruna Cibrario Rispondi

    Sicuramente, se in Italia vigesse una reale cultura (e pratica) del merito in assenza di barriere e pregiudiziali "di genere", le quote (rosa, azzurre o a pois) sarebbero sbagliate. Peccato che cosi' non sia. Basti osservare che le donne risultano vincitrici in maggioranza nei concorsi che si svolgono tramite prove d'esame anonime, mentre faticano ad accedere alle cattedre universitarie (i cui concorsi sono "ritagliati" addosso al candidato "predestinato"), per non parlare dei ruoli dirigenti nelle aziende di grandi dimensioni, o nel mondo della finanza o in politica.

  9. Luciano Scagliotti Rispondi

    La sottorappresentazione di particolari gruppi esiste e non può essere ignorata né nascosta con l'espediente della contrapposizione merito/appartenenza. Non si tratta di assicurare l'accesso a determinate posizioni "in grazia" dell'appartenenza, ma di consentirlo "nonostante" l'appartenenza ad un gruppo chiaramente svantaggiato: le donne, le minoranze (etniche, religiose, linguistiche), insomma i/le "diversi/e". Certo, il merito innanzitutto; e, certo, le quote - di qualsiasi colore - non sono probabilmente il metodo migliore. Cerchiamo altre misure, migliori e meno meccaniche; ma non neghiamo la necessità di controbilanciare la disuguaglianza di opportunità sofferta dai gruppi, in un modo o nell'altro, per una ragione o per l'altra, svantaggiati.

  10. Davide Fugazza Rispondi

    Egregio professore, forse è solo una mia impressione, ma mi sembra che nel dibattito contemporaneo la questione delle "quote rosa" o di altro colore non si esaurisca nell'antinomia "merito" "tutela del panda". Salvo ritenere che il problema non esiste e che è destinato a risolversi autonomamente con un processo, per cosi' dire, di "selezione naturale", per cui i migliori tenderanno "naturalmente" a emergere (ed è quello a cui tutti abbiamo pensato leggendo il suo articolo: la Bonino è brava), la differenza di accesso al "potere" in senso lato è una realtà, come lei scrive. Quello che vorrei chiederle è: esistono studi che documentino l'efficacia (o l'inefficacia) delle misure "protezioniste" e l'impatto economico/sociale? Questi famigerati paesi scandinavi si saranno ben posti la domanda, o insistono nelle quote rosa giusto per il piacere? A mio modesto avviso sarebbe un buon punto di partenza per una riflessione che voglia andare un po' più lontano della denuncia di un paradosso.

  11. Chiara Bedetti Rispondi

    Nel 1991 l'Italia introduce le azioni positive. Considerando le donne come gruppo sociale che negli anni ha accumulato una condizione di svantaggio nel mercato del lavoro, si legittimano interventi volti a riportare una situazione di equilibrio, cercando di garantire loro condizioni di pari opportunità con gli uomini. Non si tratta di preferire arbitrariamente gli appartenenti ad un certo gruppo sociale – le donne, ma potrebbero essere gli extracomunitari o altro – bensì di impedire che gli stessi vengano arbitrariamente esclusi sulla base di un (pre)giudizio che ha ben poco di meritocratico! Le cd “quote rosa” rientrano nel novero delle azioni positive e come tali si fondano sul presupposto di cui sopra. Siccome il principio meritocratico non viene applicato comunque, perché l’agire di pregiudizi e stereotipi porta a scelte che penalizzano sistematicamente gli appartenenti a un certo gruppo, la legge attua una sorta di compensazione. Le azioni positive, e le "quote rosa" in Italia non trovano ampio consenso. Sarà per difendere la cultura del merito? Ne dubito. In compenso l'occupazione femminile registra pessime performance, così come la presenza di donne in Parlamento.

  12. mirco Rispondi

    Vorrei chiedere all'autore se un dirigente pubblico, ad esempio, apertamente gay, ad esempio, in italia avrebbe possibilità di essere scelto da un sindaco, ad esempio, come la Binetti, Casini, Borghezio, Gentilini, ecc. o anche Vendola magari per le ragioni opposte. Mi sa che la corte ha ragione da vendere.

  13. Elio PENNISI Rispondi

    Mi sembra strano che la Corte di giustizia Europea abbia sentenziato con tale motivazione; con quale numero di sentenza? I fatti così come espressi nell'articolo infliggerebbero un ulteriore colpo alla credibilità della U.E. come Istituto. Purtroppo è diffusa la confusione che regna in Europa tra "cittadino dell'U.E." ed "Extracomunitario", e ancora "globalizzazione" mescolando indiscriminatamente E.U. ed extra E.U. E` assolutamente legittimo per uno Stato (e qui assimilo E.U. ad uno Stato), parlando di assunzioni, preferire prioritariamente i propri cittadini e, se la competenza non si riesce a trovare - solo allora - si ricorra a manodopera extracomunitaria. Tale concetto è assimilato in - penso - tutte le economie evolute!

  14. franco bortolotti Rispondi

    L'autore non indica, in alternativa alle quote rosa, o a qualsiasi altra misura anti-discriminazione di quel tipo, come affrontare il problema della "discriminazione statistica". L'imprenditore che ha avuto esperienze negative assumendo in passato donne, o magrebini, o handicappati, o meridionali o chi altro (o anche avendone sentito parlare da terzi di cui si fida magari erroneamente), non disponendo di risorse atte a selezionare le singole persone che pure in quei gruppi esistono (lui stesso potrebbe esserne convinto), troverà conveniente "fare di tutta l'erba un fascio" e selezionare le persone da assumere solo all'interno di altri gruppi di popolazione. E' un comportamento razionale che finisce per confermare l'assunto, magari errato: gli appartenenti ai gruppi discriminati non svilupperanno competenze ed esperienza. Le "quote rosa" -o simili- altro non fanno che ristabilire la verità del mercato, a meno che si pensi che le categorie discriminate siano veramente irrimediabilmente inferiori sul lavoro.

  15. Ilya Kulyatin Rispondi

    Mi potrebbe spiegare cosa avrebbero in comune la discriminazione del caso belga e le quote rosa? Hanno per caso fissato una quota per gli extracomunitari da assumere? Direi di no. Quindi non sono obbligati ad assumerli per forza, anche se non sono bravi. E se lo sono, si tratta di discriminazione. Su questo sarebbe d'accordo qualsiasi persona con un po' di buon senso. Non lo dico perche' sono un extracomunitario ma perche' penso davvero che il Suo confronto non sia giusto.