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QUANDO LA BANCA ENTRA NELL’IMPRESA

Il CICR, Comitato per il credito e il risparmio, si riunisce per liberalizzare – in linea con la normativa europea – la partecipazione delle banche al capitale delle imprese non bancarie. Interventi sul capitale ispirati a logiche imprenditoriali e non di salvataggio possono far bene alla nostra struttura produttiva. A patto che non si abbassi la guardia sulla trasparenza e sulla prevenzione dei conflitti di interesse.

Ormai i limiti ai rapporti tra banche e imprese hanno le ore contate. Largamente preannunciata, una riunione del CICR martedì 29 luglio modificherà l’attuale, restrittiva, regolamentazione. Ed è una modifica tutto sommato coerente con la normativa comunitaria, che vincola gli investimenti nelle imprese solo con riferimento al patrimonio della banca e non a quello della società partecipata, ed anche con le esperienze degli altri paesi comunitari, tutte decisamente più liberali della nostra.
Non bisogna dimenticare che quando, ormai molti anni fa, furono per la prima volta aperte le porte all’intervento delle banche nel capitale di rischio delle imprese, l’obiettivo era quello di rafforzare ilrelationship lending, e cioè favorire rapporti più stretti e di più lunga durata, per far crescere il patrimonio informativo dell’intermediario e le sue capacità di soddisfare tutti i bisogni dell’impresa, abbassando il costo del finanziamento e aumentando la qualità dei servizi. In realtà le cose non sono sempre andate così ad esempio molte banche hanno utilizzato la nuova normativa per rinegoziare e ristrutturare il debito e il fenomeno del cosiddetto multiaffidamento è ancora diffuso. E’ innegabile, però, che interventi sul capitale ispirati a logiche imprenditoriali e non di salvataggio possono far bene alla nostra struttura produttiva e che, come lo stesso Governatore ha riconosciuto, "l’evoluzione delle tecniche di gestione del rischio e delle migliori pratiche di vigilanza rende ormai inefficace una rigida delimitazione"(1).

IL CAPITALE DELLE BANCHE

Il CICR invece non potrà intervenire, sul versante a "monte" e cioè i limiti di investimento delle imprese nel capitale delle banche . Lo dovrà fare però il Parlamento perchè il nostro attuale vincolo del 15 per cento, previsto direttamente dal Testo Unico bancario, è divenuto incompatibile con l’ultima direttiva comunitaria sulle partecipazioni rilevanti nelle banche e nelle assicurazioni(2). Anche in questo caso si tratta di una scelta opportuna; più sogetti vi sono in grado di impegnarsi nell’azionariato delle banche meglio è: non soltanto in questo momento ce n’è bisogno, ma una pluralità di soggetti sarebbe un buon antidoto contro i noti e diffusi intrecci azionari, e poi non si vede perchè un industriale non possa essere mosso da una logica di convenienza a investire in una banca.

LE BRUTTE TENTAZIONI

L’importante è che questa convenienza sia soltanto finanziaria e non nasconda la volontà di piegare le politiche creditizie della banca a proprio vantaggio. Per questo motivo tutte le liberalizzazioni devono essere accompagnate da una attenta e puntuale disciplina sui conflitti di interessi. La Banca d’Italia ha elaborato un documento di consultazione in materia nel quale si prevedono specifici limiti alle attività di rischio delle banche verso i soggetti collegati, e particolari procedure per deliberare e controllare queste attività. Nel frattempo è in discussione anche la proposta della Consob sulle parti correlate nelle società quotate, proposta che si caratterizza per l’attribuzione agli amministratori indipendenti di un ruolo importante e significativo.
Le soluzioni possono essere diverse, ma il problema è sempre lo stesso: si devono rimuovere limiti ormai obsoleti solo se non si abbassa la guardia sul terreno della trasparenza e della prevenzione dei conflitti di interesse, perchè altrimenti, l’utilizzo della cassa per i propri bisogni potrebbe rappresentare una brutta tentazione.

(1) Considerazione finali per l’anno 2006, p. 18
(2) Direttiva 2007/44/CE

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COME FARE LE RIFORME ED ESSERE RIELETTI

  1. Alessandro Ceccarelli

    Tutto condivisibile, a patto che si valuti, sia l’effetto "contagio" che si avrebbe – per es. in questo periodo di crisi- sul settore industriale che, soprattutto, sull’efficienza allocativa del sistema, quando le logiche di affidamento saranno meno orientate al merito creditizio e più influenzate da interessi particolari.

  2. Verde

    A patto che non si abbassi la guardia sulla trasparenza e sulla prevenzione dei conflitti di interesse. Chi è pratico di Borsa sà che le aziende fanno tutto fuorchè l’interesse dei piccoli azionisti. Spesso la cassa non si trova, chi ha il potere fà quel che vuole. Molti c.d.a sono composti da interi nuclei famigliari, addirittura da amici che siedono in aziende partecipate. La Consob ha gli strumenti per intervenire, come Borsa Italina. Stendiamo un velo pietoso sui continui tentativi di dare trasparenza e etica alla nostra Borsa. Utopia, alla luce del sole accade di tutto e di più e nessuno fa nulla. Mettessero in pratica le regole già esistenti sarebbe già una gran bella cosa. Quando molti azionisti si recano in assemblea, protestano, chiedono informazione, il minimo e non succede mai nulla. Quando i giornali denunciano e non succede mai nulla. Che altre regole vogliamo fare? L’ovvio è sotto gli occhi di tutti. Altre regole, ma se nessuno le rispetta. Se non hai un nome altisonante, un portafogli a fisarmonica, in Italia, diritti 0.

  3. Giuseppe Caffo

    Devo ammettere che cado dalle nuvole! In Italia e forse anche in Europa, nei rapporti tra banche e imprese quello che manca è proprio la trasparenza mentre abbondano proprio i conflitti di interesse. Un imprenditore che acquista un pacchetto azionario di una banca diventa consigliere di amministrazione e farà certamente di tutto per piegare le politiche creditizie della banca a proprio vantaggio. Per quel che può valere, la mia opinione è che le banche offrono un servizio indispensabile alle imprese, ma proprio per questo la finanza dovrebbe essere rigidamente separata dall’impresa.

  4. umberto carneglia

    Credo che occorra estrema cautela nel formulare norme che consentano la partecipazione delle banche nelle imprese. I rischi di conflitti d’interesse e di calo della trasparenza sono enormi, come e’ stato gia’ correrttamente sottolineato. Ma c’e’ un altro aspetto: dai Paesi anglosassoni e’ partita la tendenza alla partecipazione di intermediari finanziari nelle imprese; si e’ trattato pero’ per lo piu’ di intermediari spaciali – fondi , private equity ecc.,- "auspicabilmente" indipendenti dalle banche stesse e specializzati negli investimenti finanziari nelle imprese. Dunque non le banche in quanto tali, ma intermdiari specialisti dedicati agli interventi ad alto rischio nelle imprese e con capacita’ ( molto specialistica) di intervento nella gestione. Dall’analisi "approfondita" di queste esperienze ( documentabili) occorrerebbe partire prima di elaborare provvedimenti sulla partecipazione degli intermediari finanziari alle imprese.

  5. dvd

    Se siamo in questa situazione evidentemente è perchè esiste la necessità di maggiore controllo da parte delle banche sulle imprese evidentemente troppo indebitate. A parte tutti gli ovvi rischi connessi a tale liberalizzazione, l’errore da evitare a mio parere, è quello di non obbligare la banca a nominare nei posti chiave ed in sua rappresentanza persone indipendenti e con pieno mandato. Credo che al di la di ogni più precisa legge e/o regolamento, la cosa ancora più importante è la qualità della persona che di fatto rivestirà il ruolo dell’azionista banca all’interno della azienda produttiva.

  6. Lukas Plattner

    Iniziamo bene, la delibera è stata assunta ieri dal CICR ma in rete non è disponibile, salvo il comunicato sul ministero dell’economia.

    • La redazione

      Ringrazio i lettori per i commenti, che mettono l’accento sulla necessità di massima trasparenza e sui rischi dei potenziali conflitti di interesse nei rapporti tra banche e imprese. Proprio per questo nell’articolo sostengo che, come poi effettivamente il CICR ha fatto, è necessario accompagnare le liberalizzazione con una attenta e severa disciplina dei conflitti. Continuo ad essere dell’opinione, però, che sia sbagliato porre una rigida separazione, e che quindi sia stato giusto rimuovere gli attuali limiti, anche perchè altri soggetti specializzati come i fondi di private equity non sono ancora adeguatamente diffusi nel nostro sitema e non si vede perchè le banche non possano impegnarsi e competere in questo settore.

  7. marco lombardi

    Giusto l’adeguamento alla normativa europea, per cui essendo le banche soggetti privati non è legittimo, in un regime di libero mercato, limitarne la partecipazione nel capitale di imprese altrettanto private. Tuttavia, limitandoci al caso italiano, risalta il rapporto mediamente sbilanciato fra banca ed impresa, laddove la struttura imprenditoriale nazionale è composta da realtà per il 95% con un numero di dipendenti inferiore a 10 [elaborazione Istat dati 2006]. Spesso, nella rinegoziazione "forzata" dei prestiti erogati, come nell’emissione di titoli derivati, la banca traduce la propria posizione di credito in un’asimmetria di forza potentissima che, con la riforma varata dal CICR, potrebbe sfociare nella cessione all’istituto di credito dell’attività imprenditoriale debitrice; un meccanismo perverso che sta già facendo lievitare il numero di pignoramenti sui mutui ipotecari. Perché non prevedere un ufficio garante a composizione mista banche-imprenditori-sindacati-consumatori, che prevenga ed eventualmente indaghi su possibili simili scorrettezze?

  8. Roberto Marsicano

    Come l’onda sulla battigia il problema di far partecipare le banche al capitale delle imprese va e viene, dimenticando le terribili lezioni del passato remoto e di quello recente con forzature, come nel caso Ferruzzi, dove le banche furono costrette a trasformare i crediti in azioni. La verità è che le aziende italiane non hanno capitali, per altro impossibili da reperire sul mercato per i frequenti scandali (vedi Parmalat) e perchè lo Stato/Poste drena buona parte del risparmio che non sia stato "immobilizzato" nel mattone. Inoltre, salvando pochissimi, non si produce abbastanza valore aggiunto perchè la produzione è poco innovata e a un livello facilmente replicabile anche nel Burkina Faso. Si sta solo creando un altra IRI, il salvataggio di industrie decotte per non vedere migliaia di persone licenziate, sperando che una buona fatina faccia un miracolo. Invece, bisognerebbe il processo darwiniano di eliminazione dei non adatti continui e facilitare la creazione di strutture di Venture Capital, che oggi non esistono, e che sono le uniche che possono far emergere aziende che abbiano un futuro. Tutto il resto è un film già visto.

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