logo


  1. umberto carneglia Rispondi

    Concordo senz'altro sulla necessità di investire in formazione,cultura gestionale e tecnologia; ritengo che pero' la lottizzazione politica che condiziona i criteri di nomina dei vertici delle strutture sanitarie ed a cascata crea clintelismo , abbia una parte molto importante nelle disfunzioni del sistema sanitario in generale dal Nord al Sud. Se alla selezione dei vertici per merito si sovrappone la selezione per appartenenza , la probabilita' di disfunzioni aumenta di molto. Inoltre le strutture pubbliche risultano più esposte - specie nelle aree a rischio - ad infiltrazioni illecite e perfino criminose , come è stato documentato ad abundantiam dai media ( che ovviamente hanno visualizzato solo una parte minima delle realta' patologiche).

  2. Luca Neri Rispondi

    Sarebbe utile per i lettori avere il link al manoscritto originale per poter valutare la metodologia utilizzata. L'autore conclude che l'utilizzo di strumenti governance rispetto alla gestione "burocratica" sia l'elemento discriminante tra l'efficienza delle regioni del centro-nord rispetto a quelle del centro-sud. Sebbene questa conclusione sembri a prima vista coerente con i risultati mi pare che lo studio non tenga conto di alcuni fattori di confondimento che potrebbero aver influenzato significativamente i risultati. Ad esempio l'analisi non tiene conto della prevalenze di providers privati nelle diverse regioni. Un'analisi di qualche anno fa condotta da Donzelli mostrava una tendenza a maggior spesa procapite nei sistemi sanitari nei quali era maggiormente prevalente il settore privato di fornitura dei servizi sanitari. Quanto questi due fattori pesano e si influenzano reciprocamente nel determinare la spesa sanitaria e la qualita' del servizio?

    • La redazione Rispondi

      Il collegamento al sito è indicato nella nota: basta andare a "Presentazione della pubblicazione ...Quaderno n. 57"(la valutazione è nel cap. 10). Detto questo, non credo che le performance regionali siano condizionate dalla presenza del privato, che può arrivare al 30-40% della spesa regionale. Le capacità di governo risiedono pur sempre nelle mani della Regione e delle Aziende sanitarie,
      che gestiscono l'altro 60-70% della spesa sanitaria e possono, con le loro capacità ed i loro strumenti, influire sul sistema.

  3. Giuseppe Caffo Rispondi

    Nel timore di apparire scontato, faccio notare che l'articolo non tiene conto di sprechi e ruberie che in alcune regioni sono imponenti e sistematiche, soprattutto nella sanità, come autorevoli trasmissioni televisive ( report, striscia la notizia, ballarò, anno zero) hanno ampiamente e dettagliatamente raccontato. Finché il livello di corruzione rimarrà sugli attuali livelli, mi sembra prematuro parlare di investimenti in formazione, cultura gestionale, tecnologie. Temo che tali investimenti sarebbero delle ottime occasioni di ulteriori ruberie.

    • La redazione Rispondi

      Sprechi e ruberie ci sono sempre stati e sempre ci saranno, in tutte le regioni, da nord a sud. Sono presenti in tutti i sistemi sanitati, compreso quello americano. Non credo che debbano essere una remora ad investire per cambiare il clima sociale e le capacità gestionali della sanità.

  4. Cosimo Basilico Rispondi

    Io credo che l'errore storico più grosso della sanità itraliana è stato quello di togliere agli ospedali (piccoli e grandi) l'autonoma giuridica e patrimoniale e farli confluire nel disordine delle unità sanitarie locali. Spesso erano opere pie ma destinatari di lasciti significativi che sostenevano significativamente i bilanci economici e patrimoniali degli ospedali. Se fossero rimasti, integrati con la rete dei servizi del territorio, avrebbero poturo costituuire delle leggere ma efficienti aziende sanitarie la cui sopravvivenza sarebbe dipesa solo dallo loro capacità di offrire servizi di qualità ai cittadini. La vera riforma e/o riodino delle rete ospedaliera lo avrebbero fatto i cittadini utenti. Una sperimentata forma di federalismo fiscale sanitario locale. Ancora oggi paghiamo le conseguenze di quelle scelte e il resto mi sembrano panni caldi che non toccano la sostanza delle cose: restituire flessibilità e autonomia al sistema. Cosimo Basilico.

    • La redazione Rispondi

      Dopo l'integrazione degli Enti ospedalieri nelle Usl (non senza qualche eccesso, come in Toscana), si è tornati alle Aziende ospedaliere autonome. Ce ne sono 97 e comprendono quasi il 30% di tutti i posti letto del SSN. Non sembra che la loro funzionalità sia superiore a quella dei presidi ospedalieri interni alle Asl (40% dei posti-letto). Senza contare che un ospedale integrato nell'Asl
      favorisce la continuità delle cure, data la natura prevalente dei bisogni di oggi (malattie croniche, anziani, non-autosufficienti). Comunque sulla separazione degli ospedali o la loro integrazione nelle Asl il dibattito non è ancora finito. Forse varrebbe la pena fare un confronto serio sulle rispettive performance.

  5. Maurizio Gentile Rispondi

    Ho apprezzato il suo ariticolo: chiaro nell'impostazione generale e nella comunicazione delle informazoni quantitative (correlazioni e indici). Mi ero sembrato di capire che la governance fosse una gestione concordata co i vari soggetti territoriali di servizi e processi di interesse pubblico, in contrapposizione con il concetto di "government" inteso come organizzazione centralistica di servizi e processi di interesse pubblico. La sua definizione aggiunge un elemento per me interessante: la trasformazione di beni materiali e immateriali in risultati. Secondo lei uno studio simile, con dati così aggregati, e conclusioni simili, potrebbe essere esteso alla scuola e in generale al sistema formativo del nostro paese. Già dalle indagini internazionali (OCSE-PISA) molti elementi che compongono un territorio dalla prestazioni diseguali sono ampiamente osservabili ("disomogeneità dei livelli di apprendimento" - Gov. Banca d'Italia). Più specificamente uno studio sulla governance della scuola come dovrebbe essere impostato? Maurizio Gentile

    • La redazione Rispondi

      Credo che la metodologia sia replicabile anche per il settore della scuola, una volta che sia identificato il sistema di governance, che è molto diverso da quello della sanità. Purtroppo non conosco adeguatamente questo settore, per cui mi è difficile dare suggerimenti sull'impostazione dello studio.

  6. Silvano Robur Rispondi

    La lettura degli indicatori delle differenti efficenze (appropiatezza della cura, equità di trattamento, economicità di gestione, etc...) ci aiutano nell'analizzare le varie sanità esistenti in Italia. Aggiungo io: la spesa corrente delle regioni per l'85 % serve a coprire le attività socio - saniarie - assistenziali. Questo è un dato di fatto che spaventa alla vigilia del ventilato riformirsmo federale. Nelle bozze che circolano in maniera più o meno ufficiale si parla di "fondi di solidarietà" che le regioni più ricche dovranno versare in determinati capitoli di bilancio dello stato. La domanda che Le pongo è la seguente : non esiste il pericolo che i fondi di solidarietà mi vadano a finanziare le sacche di inefficenza della sanità del sud trovandoci poi alla fine a mantenere a galla una seconda Alitalia ?

    • La redazione Rispondi

      Quello che lei chiama un "Fondo di solidarietà" già esiste in sanità ed è la compartecipazione al gettito dell'Iva, tramite cui le regioni possono integrare le loro entrate fiscali (Irap e addizionale Irpef). La Campania riceve dal fondo perequativo l'80% del proprio fabbisogno, la Calabria il 90%, l'Emilia-Romagna e il Veneto il 50%, la Lombardia il 40%. Questi fondi vanno a garantire ai cittadini di ogni regione l'eguaglianza di accesso alle cure, quando sono malati. La solidarietà si ferma qui, perché l'eventuale deficit è a carico della finanza regionale. O dovrebbe essere, se lo stato non interviene con provvedimenti ad hoc, necessari ma diseducativi, a ripianare gli "elvati deficit" di alcune regioni, come con i 3 miliardi di euro del 2007.