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MEDITERRANEO SENZA UNIONE

Il Progetto d’Unione per il Mediterraneo è nato come iniziativa francese e rispondeva a finalità della Francia, all’indomani dell’elezione di Sarkozy. Ora è diventato europeo. Nonostante il carattere pragmatico di una cooperazione su progetti e l’aver sottolineato la loro natura e non il loro finanziamento, l’Ump ha ben poche possibilità di successo. Perché manca una risposta reale allo squilibrio tra le due rive del Mediterraneo. Che può arrivare solo da strategie di sviluppo dei paesi del Sud e non dall’Europa.

Il Progetto d’Unione per il Mediterraneo (Upm) era stato inizialmente chiamato Progetto dell’Unione del Mediterraneo. Nel marzo 2008 è ufficialmente divenuto “Processo di Barcellona. Unione per il Mediterraneo”. Si è passati da un progetto francese, che voleva unificare i paesi affacciati sul Mediterraneo sotto l’egida di Parigi, a un progetto europeo che associa tutti i paesi dell’Unione ai paesi mediterranei. Bisogna constatare che, malgrado tutto ciò che si dice sull’incapacità dell’Europa di agire collettivamente, ogni volta che un membro cerca, in qualche modo, di “sfuggire” o di distaccarsi dai suoi partner, questi ultimi lo riacchiappano. Staremo a vedere se l’“europeizzazione” di un progetto, nato a livello nazionale, contribuirà al suo successo.
L’episodio ci fa riflettere sulla difficoltà di mettere in opera cooperazioni rafforzate: alcuni Stati membri, di fronte all’immobilismo, tendono a prendere iniziative, ma appena lo fanno gli altri vogliono associarsi, per non sentirsi esclusi, il che può provocare una nuova paralisi.

CINQUE SCOPI PER UN PROGETTO

Nella sua concezione iniziale, il progetto francese perseguiva cinque scopi: primo controbilanciare l’immagine atlantista che, a torto o a ragione, Nicholas Sarkozy aveva voluto incarnare durante la campagna presidenziale; secondo dare un segnale ai paesi arabi: l’amicizia del presidente francese verso Israele non avrebbe comportato un disimpegno politico nei confronti del mondo arabo (bisogna sempre ricordare che esiste una cesura tra Atlantismo e Mediterraneo, dovuta alla questione arabo-israeliana); terzo, trovare un quadro politico in cui inserire la Turchia nell’eventualità della sua adesione all’Unione Europea; quarto creare uno spazio di azione diplomatica della Francia, indipendente da Europa e Nato, nel momento in cui l’idea di “difesa del suo orticello” in Africa veniva contestata dal presidente stesso; last but not least, controllare a distanza la periferia d’Europa, cercando di esportare stabilità, per non dover importare instabilità. Prendendo a modello l’Alena, si trattava di favorire lo sviluppo per non dover importare altri immigrati, anche se il deficit demografico dell’Europa dovrebbe, di fatto, favorirne l’ingresso. (1) Per parafrasare una frase ormai celebre, bisogna essere intransigenti sull’immigrazione e accomodanti sulle cause dell’immigrazione. Anche in questo caso, il progetto di Unione del Mediterraneo voleva attenuare o compensare l’atteggiamento molto duro nei confronti dell’immigrazione clandestina, tenuto dal presidente francese nel corso della sua campagna elettorale. Insomma, è impossibile comprendere bene il progetto, senza rifarsi alle strategie geo-politiche, che ne stavano alla base.
Il progetto Upm, nella sua forma iniziale o in quella risuscitata dagli europei, ha il merito di evitare quei temi fonte di discordia che il processo di Barcellona è stato incapace di risolvere. Occupandosi di cooperazione su progetti, e, di fatto, su progetti economici, l’Upm spera di aggirare i considerevoli ostacoli politici, incontrati dai partecipanti di Barcellona: la situazione politica dei paesi mediterranei e, soprattutto, l’assenza totale di democrazia in gran parte di quelli affacciati sul Mediterraneo del Sud. Ma anche la questione del terrorismo che stati del sud e stati del nord vogliono contenere in accordi bilaterali; il problema delle migrazioni e, in special modo, quello dei visti; e infine la governance socio-economica dei paesi mediterranei indotti, dall’accrescimento delle risorse petrolifere, a una politica lassista e faraonica.

PRAGMATISMO E SOCIETÀ CIVILE

Il carattere pragmatico di una cooperazione su progetti risponde al buon senso, anche perché i progetti identificati corrispondono a bisogni reali. Per esempio, la protezione dell’ambiente non sembra affatto un lusso in un mare che corrisponde solo allo 0,1 per cento del totale di superficie marittima mondiale, ma, in compenso, contiene il 18 per cento della fauna marina del mondo intero. Tutti i progetti riguardanti l’acqua, del resto, sono assolutamente appropriati in una regione che, pur soffrendo di grave penuria , ne sperpera quantità incredibili.
E, infine, l’idea di associare le società civili ai progetti può apparire una risposta a priori all’insuccesso del processo di Barcellona, dal momento che i paesi affacciati sul Mediterraneo del Sud e le loro società civili non sembrano averlo accettato, probabilmente perché i loro governi vogliono controllare, da padroni, le risorse di origine europea.
È positivo il fatto che si sia soprattutto sottolineato la natura dei progetti e non il loro finanziamento, perché quei paesi non mancano certo di risorse, ma in compenso non sanno utilizzarle.
Le speranze di successo dell’Ump voluta dal presidente francese sembrano piuttosto ridotte, né miglioreranno per il fatto di essere state “europeizzate”. Perché?
Innanzitutto, l’insuccesso del processo di Barcellona non ha permesso di compiere una reale valutazione dei fatti. Ma ciò che è più grave è che la comunicazione della Commissione del 25 maggio, ne offre un’immagine edulcorata, ma positiva. Si afferma, per esempio, che il processo di Barcellona è il solo ambito nel quale i paesi mediterranei dialogano tra loro. Affermazione formalmente esatta, ma politicamente priva di significato. Il conflitto israeliano-palestinese non è certo stato influenzato dal processo di Barcellona. Ben più importante appare il ruolo esercitato dagli Stati Uniti o, a livello locale, dall’Egitto, che non quello svolto dai paesi europei. Anche i problemi del Libano non sono mai stati trattati in tale contesto. Né, tanto meno, lo sono stati gli interminabili conflitti regionali, come quello marocco-algerino a proposito del Sahara occidentale. Viene addirittura da pensare che i paesi affacciati sul Mediterraneo del Sud, così attaccati al bilateralismo, fossero più favorevoli al progetto francese originale, che non a quello europeizzato. Ognuno di loro attende qualcosa in cambio, come compenso alla loro partecipazione, specie da parte della Francia che ha bisogno dell’appoggio di questi Stati, per rendere credibile il suo progetto. La Turchia, per esempio, sa bene che la Francia dovrà addolcire la sua opposizione all’ingresso turco nell’Unione, per non finire su un binario morto. Il Marocco si aspetta uno status di paese partner che non cambierà niente, ma lo gratificherà simbolicamente.
Nella comunicazione della Commissione, si finge che, grazie al processo di Barcellona, si sia creata una zona di libero scambio tra Europa e Mediterraneo, quando invece nulla indica che vi sia una risposta reale allo squilibrio esistente tra le due parti del Mediterraneo. Si può anzi temere che, in realtà, il progetto sia solo un mezzo per facilitare le esportazioni europee di prodotti agricoli e industriali verso paesi in cui le specializzazioni commerciali evolvono poco e in cui sembra essere problematico il miglioramento di gamma. Se l’Europa sembra incapace di proporre un’apertura dei mercati, i suoi partner paiono ugualmente incapaci di maturare reali strategie di sviluppo. Ed è proprio questo il punto focale del problema su cui il progetto ha sorvolato.
Perché vi sia sviluppo, occorre un progetto. E questo progetto non può venire dall’Europa, ma dai partecipanti al progetto. L’idea di co-sviluppo non ha alcun significato, dal momento che si tratta di recuperare il divario esistente tra Sud e Nord del Mediterraneo. E da parte di Marocco, Algeria, Libia, Algeria e compagnia è ben difficile che provengano efficaci strategie di sviluppo, a parte l’ovvia ottimizzazione delle loro risorse naturali, laddove per risorse naturali s’intende l’insieme di quelle immediatamente spendibili sul mercato mondiale, senza forte valore aggiunto locale, né coinvolgimento, nel senso ampio del termine, della popolazione del luogo. Ecco perché c’è solo da preoccuparsi sulla effettiva possibilità del progetto di creare, nei prossimi dieci anni, 8-10 milioni di posti di lavoro nei paesi del Mediterraneo del Sud.
Del resto, il fatto che nonostante l’aumento considerevole di risorse energetiche in tali paesi, non si sia assistito né a un miglioramento generalizzato dell’istruzione, né a un innalzamento del livello di vita e a un riequilibrio delle disparità, la dice lunga sulla validità del progetto. In termini reali, possiamo solo constatare che il Pil per abitante dei paesi del Sud è 12 volte inferiore a quello dei popoli del Nord. I paesi affacciati sul Sud del Mediterraneo nel 2025 annovereranno 325 milioni di abitanti contro i 200 dei paesi affacciati sulle rive del Nord, mentre nel 1970 quelli del Nord erano ben più numerosi di quelli del Sud (170 milioni contro 116).
Proprio in tali squilibri si potrà, ovviamente, trovare lo spunto per mettere davvero in opera l’Ump. Ma senza dinamiche endogene, il Mediterraneo resterà una frontiera politica sempre più invalicabile.

(1) Alena è l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico.

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PAURA DELLA MATEMATICA

  1. Federico Bigongiari

    Il pragmatismo di Delors impedì ad inizio degli anni ’50 il riaffermarsi del conflitto franco-tedesco ed oggi la frontiera del Reno non esiste più. La frattura tra nord e sud del Mediterraneo è fatto ancora più antico, legato all’espansione dell’Islam. Sicuramente però non vi sono più le condizioni per pensare ad armare eserciti per difendere le due sponde come all’epoca di Lepanto. I popoli nord africani conoscono ormai bene le capacità e le possibilità che l’Europa offre, al punto che, questo comune sentire dei popoli è già stato interpretato politicamente dai loro governanti con una richiesta di adesione (Marocco, Turchia) o comunque di coinvolgimento mercantile a livello governativo. Neppure la presenza di Israele, ormai chiaramente propaggine dell’Occidente, può frenare questo processo di integrazione tra i due mondi. In questo contesto Sarkozy ha semplicemente, da bravo politico, anticipato i tempi ed i sentimenti, ed è per questo che, giustamente, è stata l’intera UE a voler essere integrata in questo magnifico progetto. Per ora possono sembrare elementi formali, su obiettivi limitati, tra 50 anni sarà dimostrato che questo è stato il grimaldello per fondare Eurafrica.

  2. paolo crisafi

    L’Unione del Mediterraneo a partire da progetti concreti (energia, ambiente, sviluppo locale) è un’idea saggia e, come tutte le idee, va verificata alla prova dei fatti. Anche Delors aveva in mente una cosa del genere, se non erro, a proposito del Mediterraneo, ma non se ne fece nulla. Nondimeno, nel Mediterraneo, ci sono persone in carne ed ossa, non modellini, videogames o soldatini di piombo. Visto che in quest’area i problemi non mancano e che non ci sono al momento proposte alternative, mi pare quanto mai opportuno che sia tutta l’Europa a prendere l’iniziativa per rilanciare il partenariato euromediterraneo. Dire che l’Unione mediterranea è votata all’insuccesso perchè la risposta al disequilibrio può arrivare solo dal Sud mi sembra ingiusto e forse anche sbagliato. In politica non si dovrebbe ragionare solo in termini di probabilità di successo. Se la Montagna non va a Maometto…

  3. Giuseppe Salmè

    Onore al merito. Sarkozy ha avuto il coraggio e l’abilità politica di riunire 44 capi di stato e di governo rilanciando il Processo di Barcellona ormai languente. Un processo di unione per il Mediterraneo per progetti: dall’Università del Mediterraneo alle autostrade del mare,dai networks energetici alla rete per la diffusione delle conoscenze e dell’innovazione ,all’ecosviluppo .Mediterraneo può e deve divenire il crogiolo dell’Eurafrica.

  4. dave

    Mah… questa Unione Del Mediterraneo mi sembra una vera patacca, la soluzione ai problemi è diversa: bisogna far entrare Turchia, Marocco ed Israele nell’Unione Europea!

  5. Antonio Patriarca

    In una visione più ampia, se si considerano la recente crisi economica internazionale, l’aumento dei costi energetici (dei costi di logistica e distribuzione e quindi dei prodotti), la riduzione del potere di acquisto dei salari, la perdita di competitività delle nostre aziende (in modo particolare quelle del sud Italia), sappiamo molto bene che un prodotto al sud costa più che al nord. Non ultimo la sopravalutazione dell’euro sul dollaro, che ci colloca in negativo nell’export con gli States. La Cina ci invade con i suoi prodotti, ma non si tratta di invasione. La Cina risponde ad una domanda di prodotto, peraltro forse l’unica che realmente possiamo permetterci. Qualcuno mi spieghi perché non c’è tanta invasione di prodotti cinesi nei paesi EX Soviet. Ergo la stessa Cina risponde unicamente ad un paese che é in grado in questo momento di generare una forte domanda di prodotto, a prezzi competitivi, anche se a descapito della qualità.

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