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QUALE RIFORMA PER IL PUBBLICO IMPIEGO

Sul pubblico impiego il governo indica una serie di innovazioni che è difficile non condividere. Quindici anni di insuccessi, tuttavia, spingono a essere cauti sulla possibilità di realizzarle. Perdura l’idea di applicare in modo uniforme gli stessi principi a tutta la pubblica amministrazione. E riemergono i progetti ad hoc di miglioramento della produttività. Mentre l’esperienza insegna che sarebbe preferibile un approccio graduale, iniziando a misurare e premiare la produttività delle strutture prima che quella dei singoli. Sulla base di indicatori ben definiti e trasparenti.

Quindici anni fa il pubblico impiego è stato interessato da una riforma che prometteva di modificarne profondamente il modo di funzionare. Dalla “privatizzazione” del rapporto di lavoro ai due livelli di contrattazione (uno nazionale per mantenere il potere d’acquisto delle retribuzioni, uno decentrato per remunerare gli incrementi di produttività) all’introduzione di schemi retributivi incentivanti con l’abbandono del criterio dell’anzianità come fattore determinante delle progressioni di carriera, all’attribuzione di un nuovo ruolo ai dirigenti. I risultati, se li si guarda con occhio disincantato, finora non sono stati buoni.
Le retribuzioni pubbliche sono cresciute, in buona parte grazie alla contrattazione integrativa, più di quelle del settore privato e i differenziali retributivi a favore dei dirigenti si sono ampliati molto: secondo l’Istat, nel periodo 1999-2003, per una crescita media delle retribuzioni dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche del 19 per cento, quelle dei dirigenti sono cresciute del 29 per cento e quelle dei dirigenti generali del 53 per cento, senza che da ciò siano derivati apprezzabili e visibili miglioramenti della produttività. All’abbandono degli automatismi nelle progressioni di carriera ha fatto riscontro il fenomeno delle promozioni (passaggi di livello) generalizzate, decise in sede di contrattazione integrativa. Nella pratica gestione, tranne rare eccezioni (1), si è realizzata quella che si può definire come una “parodia della produttività”: con premi concessi a tutti, sulla base dei risultati misurati da indicatori di performance o di “progetti” definiti ad hoc. È divenuto pervasivo il ruolo svolto dagli “istituti della partecipazione” (informazione, consultazione e concertazione) regolati dai contratti nazionali, che rendono oggetto di contrattazione materie come l’organizzazione degli uffici che dovrebbero rientrare nella sfera di competenza propria dell’amministrazione, in particolare, dei dirigenti i cui forti incrementi retributivi traggono giustificazione proprio dall’assunzione di funzioni manageriali.

LE NUOVE MISURE

Una parte importante dei provvedimenti licenziati in questi giorni dal governo interviene nuovamente sul pubblico impiego. Molte misure proposte vanno nella giusta direzione.
Innanzi tutto, vengono sottratte alla contrattazione collettiva e riportate nell’ambito della riserva di legge materie quali l’organizzazione degli uffici, le metodologie di valutazione del personale, i criteri generali in materia di progressione professionale (i concorsi interni). È una decisione positiva: è bene che il ruolo del datore di lavoro e del sindacato rimangano distinti. Né l’amministrazione né il sindacato hanno niente da guadagnare da un modello pervasivo di cogestione, che a volte assume aspetti grotteschi: non tutti sanno che la contrattazione integrativa nella scuola ha luogo a livello di singolo istituto.(LINK alla bozza di contratto integrativo di istituto allegato)
Vengono poi rafforzati i vincoli e i controlli sulla contrattazione integrativa, per garantire una valutazione corretta dei suoi costi e il rispetto dei vincoli di bilancio. Tra l’altro si introduce, per le amministrazioni, un obbligo di rendicontazione annuale e trasmissione alla Corte dei conti. Oggi non vi è alcun controllo dal centro, che spesso non conosce neanche l’ammontare delle risorse messe a disposizione della contrattazione integrativa, il cui utilizzo è soggetto solo allo scrutinio di organismi interni, quali servizi di controllo interno, collegi dei revisori, nuclei di valutazione.
Molte tra le misure proposte riguardano la revisione dei sistemi di valutazione della produttività. Le amministrazioni saranno obbligate a predisporre ogni anno e a pubblicare su Internet gli indicatori di produttività che verranno utilizzati per misurare il rendimento del personale. La trasparenza, in questa materia, è importantissima: solo il controllo finale dei cittadini può garantire che il tutto non si trasformi, come è ampiamente successo in questi anni, in un esercizio autoreferenziale. La norma forse più importante, che dà qualche speranza che a differenza del passato le buone intenzioni non restino lettera morta, è quella che stabilisce che non potranno essere erogate le retribuzioni di risultato ai dirigenti nel caso in cui non siano stati adottati i sistemi di valutazione.
Da tempo è opinione comune che occorrano interventi sulla “struttura industriale” della pubblica amministrazione, eliminando uffici, accorpandone altri, eventualmente anche creandone di nuovi. L’attuale articolazione territoriale non è certo la migliore possibile: in molti casi sono presenti forti economie di scala (guadagni importanti di efficienza si otterrebbero accorpando gli uffici più piccoli), nella rete periferica di molte amministrazioni coesistono uffici con personale in eccedenza, spesso al Sud, con uffici carenti di personale, spesso al Nord. (2)
Il trasferimento di funzioni a Regioni ed enti locali rende poi necessario un ripensamento dell’amministrazione periferica dello Stato per evitare duplicazioni. La legge Finanziaria per il 2007 aveva messo in cantiere un programma ambizioso di ristrutturazione, in buona parte senza risultati con l’eccezione rilevante della rete degli uffici periferici del ministero del Tesoro. Naturalmente, ogni ristrutturazione richiede mobilità del personale, cosa che è sempre stato estremamente difficile da realizzare anche per spostamenti nell’ambito della stessa città. Con la riforma, diventerà più facile trasferire i dipendenti pubblici in caso di trasferimento delle funzioni. (3)
Vi sono, infine, le misure, certamente positive, dirette a combattere l’assenteismo e a eliminare fenomeni paradossali: sarà possibile licenziare il dipendente sottoposto a un procedimento penale, anche prima di una sua eventuale condanna.

I DUBBI

Si tratta, insomma, di una serie di innovazioni che è difficile non condividere. Quindici anni di insuccessi, tuttavia, spingono a essere cauti nel valutare la possibilità che tutto ciò si realizzi. Qualche dubbio sorge quando si vede che perdura l’idea di applicare in modo uniforme gli stessi principi a tutta la pubblica amministrazione. Si prevede, così, che la valutazione, ancora in gran parte da costruire, si applichi non solo alle strutture ma subito anche a tutti i singoli dipendenti. Riemergono nel testo del disegno di legge i progetti ad hoc di miglioramento della produttività (con un premio per chi vi partecipa). Un organismo centrale, presso il dipartimento della Funzione pubblica, avrà il compito di validare i sistemi di valutazione, indirizzare, coordinare e sovrintendere all’esercizio delle funzioni di valutazione, nonché di informare il ministro per l’Attuazione del programma sull’attività svolta. Un organismo che, secondo la proposta, sarà in grado di giudicare esperienze così difformi come quelle della scuola, della sanità, dei beni culturali, dell’Agenzia delle entrate, della polizia di stato, e così via: tutti campi in cui oggi, si badi bene, il più delle volte non disponiamo di indicatori affidabili e sperimentati).
L’esperienza di questi anni dimostra che sarebbe preferibile seguire un approccio graduale, iniziando a misurare e premiare la produttività delle strutture prima che quella dei singoli (per colpire i fannulloni è sufficiente il previsto rafforzamento delle misure disciplinari), basandosi su indicatori ben definiti, a livello di singola amministrazione, trasparenti e spiegabili al pubblico, facilmente misurabili dall’esterno e mantenuti stabili nel tempo, in modo da poterne misurare i progressi. Occorre migliorare la produttività dell’amministrazione nella sua attività normale (sarebbe già tanto), e non affidarsi a fantomatici progetti speciali. È soprattutto necessario riconoscere che l’amministrazione pubblica non è un’entità uniforme e che se i risultati di alcune attività sono misurabili con relativa facilità, per altre non lo sono affatto, e bisognerà allora affidarsi ad altri metodi di valutazione. Il successo delle riforme dipende anche dal realismo e dalla serietà degli obiettivi. Realismo e serietà che nel caso del pubblico impiego talvolta negli ultimi quindici anni sono mancati.

(1) Una di queste è l’esperienza dell’Agenzia delle entrate di Trento descritta da Antonino Gentile.
(2) A questo proposito indicazioni utili si possono trarre dal lavoro della Commissione tecnica per la finanza pubblica.
(3) Chi rifiuterà di trasferirsi per due volte in cinque anni sarà collocato in disponibilità.

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ANCORA MOLTO LAVORO DA FARE SUI FONDI PENSIONE*

32 commenti

  1. giorgio pagano

    Oltre a condividere il testo di Giuseppe Pisauro vorrei aggiungere che bisogna individuare oltre alle strutture (cosa assai complessa con tutte le modifiche che si sono avute partendo dalla legge 330 in poi) le figure chiave dei procedimenti amministrativi. se parliamo dello Stato ad esempio, andrebbero valutati: capi dipartimento, direttori generali, dirigenti di seconda fascia tralasciando il restante personale. solo dopo un simile percorso è verificabile se e come estendere all’intera "categoria" i sistemi di valutazione. in questo modo si possono forse utilizzare al meglio le tante cose contenute dalle riforme Bassanini in poi. non si intravedono però soluzioni all’autoreferenzialità di chi governa le strutture ed il personale. Nel testo dell’autore viene fortemente richiamato il punto della crescita delle retribuzioni della dirigenza che era una delle innovazioni introdotte nel 1997/98. l’autoreferenzialità ha permesso questa crescita in quanto chi doveva controllare ha trovato solo soluzioni per meglio far crescere tali retribuzioni.

  2. bbalboni

    Gli obiettivi di una p.a. sono sempre obiettivi di gruppo, o di sede, per far funzionare una p.a. occorre promuovere la collaborazione, il senso di appartenenza, di squadra. Poi vengono gli apporti individuali. Se i premi individuali sono fette di una stessa torta, che rimane la stessa per la struttura, in ogni contesto (mica solo nel pubblico) si rischia che ognuno guardi l’altro come un concorrente e basta….Se manca lo spirito di squadra e pochi riescono ad identificarsi negli obiettivi di medio lungo periodo (servizi ai cittadini, risparmio) si rischia di non migliorare in maniera strutturale, di coltivare rivalità più che competizione.

  3. Stefano Strozzieri

    Volevo segnalare una imprecisione nell’articolo: non è corretto infatti affermare che "spesso non conosce neanche l’ammontare delle risorse messe a disposizione della contrattazione integrativa" perchè già oggi esistono gli strumenti per accedere a queste informazioni come ad esempio l’indagine "CONTO ANNUALE" del personale. Se al centro nessuno utilizza le informazioni disponibili, allora, potrebbe non essere sufficiente nemmeno la comunicazione alla Corte dei Conti per fare il quadro complessivo della spesa.

  4. Andrea Garbin

    Oltre ai proclami del Ministro Brunetta prendo spunto dall’articolo di Giuseppe Pisauro su Lavoce.Info per trattare la questione fannulloni nel pubblico impiego. Io lavoro da trenta anni nel pubblico impiego e di cose ve ne potrei raccontare, potrei dirvi di come mi sia rimboccato le maniche anche per aiutare a traslocare quelli a cui trovavo casa o a riparare il computer dell’ufficio, o a realizzare database per sopperire alle esigenze che non venivano recepite. Potrei anche raccontarvi 6 anni di rappresentanza sindacale, con un sindacato nato dal basso e ancora vivo, anche se adesso non ne faccio più parte. Ma vorrei sopratutto dirvi che ancora una volta trovo sbagliato generalizzare e parlarvi invece della professionalità e del senso di responsabilità che ho trovato nelle persone con cui ho lavorato e in trenta anni sono davvero tante. continua qui: http://pollicino.blogosfere.it/2008/06/i-fannulloni-del-pubblico-impiego-generalizzare-li-aiuta.html

  5. Luigi Maria Porrino

    L’intento dell’ennesimo processo di riforma della P.A è certamente condivisibile; tuttavia, come evidenziato dall’autore, ritengo più efficace una valutazione su due livelli: innanzitutto una valutazione dei risultati raggiunti dalla struttura e,successivamente, dell’apporto fornito dai singoli al risultato conseguito. Essa non è una novità poichè tale impostazione era già prevista nel CCNL Comparto Minsteri del 1999. Inoltre l’articolista appare contraddittorio laddove porta ad esempio di buona prassi l’accordo integrativo sulla valutazione del personale dell’Ag. Entrate di Trento e poi si dichiara d’accordo con l’introduzone della riserva di legge per organizzazione degli uffici, valutazione, ecc. Un ritorno al passato pubblicistico, che non aveva e non produrrà vantaggi per il cittadino, quanto ulteriore ingessamento delle strutture, le quali non adegueranno più la propria organizzazione in base alle esigenze locali della popolazione. Infine, il timore è che tale processo di riforma riguardi solo i "soliti" 300.000 dipendenti ministeriali, rimanendo inapplicato nei confronti dei quasi 2 milioni di dipendenti degli EE.LL. maggiormente responsabili dei servizi erogati al cittadino.

  6. Fabrizio Francescone

    Gentile Professor Pisauro, su alcune riflessioni del suo intervento non sono d’accordo. Innanzitutto lei ritiene giusta la sottrazione alla contrattazione collettiva di alcuni istituti. Nulla da dire sull’organizzazione degli uffici, che francamente mi sembra già da oggi, anche se non vige la riserva di legge, sia di competenza esclusiva dell’amministrazione, essendo oggetto di sola informazione sindacale, come anche l’orario di servizio. Ho qualche riserva circa l’ordinamento professionale. Una riserva formale, non sostanziale. Le uniche progressioni di carriera del pubblico impiego si sono svolte infatti solo dall’istituzione della contrattazione integrativa, se non sbaglio verso la fine degli anni ’90. Con questo voglio dire che sarebbe benvenuta una legge che prevedesse fasi cicliche di concorsi interni (beninteso basati sul merito, curriculum e preparazione tecnica, e assolutamente trasparenti), ma la storia ci insegna che l’ultimo avanzamento di carriera per legge avvenne alla fine degli anni ottanta garantendo, a dispetto della meritocrazia, una progressione di livello per tutti i dipendenti pubblici…

  7. massimo seracini

    Noto che manca sistematicamente da qualsiasi analisi sulla pubblica amministrazione, l’interesse e il rispetto del cittadino contribuente. Quest’angolazione, fondamentale e primaria nel rapporto pubblico-privato negli Stati Uniti, per cui i soldi della gente "devono" essere sempre rispettati. Mi chiedo e chiedo a Giuseppe Pisauro quando, e se si arrivera’ mai nel Bel Paese al rispetto dovuto a chi deve pagare, ma non puo’ ( e sopratutto non deve) poter controllare dove e perche’ vanno i suoi soldi. Si arrivera’ mai a quei checks and bounds che ha la pubblica amministrazione americana a tutti i livelli, per cui le strutture pubbliche possono, se mal gestite, fallire? La cultura del 27 deve sparire in Italia, altrimenti molto presto le casse saranno vuote e i pensionati troveranno cartelli agli uffici postali con scritto; "non ci sono piu’ soldi …arrangiatevi!" Un saluto da San Diego (il cui nuovo sindaco ha licenziato sul tronco decine di impiegati per risanare il bilancio ed evitare il fallimento, come aveva promesso in campagna elettorale, ndr!). Massimo Seracini

  8. renato

    Quando si parla di pubblica amministrazione, tutti tirano il sasso e nascondono la mano. Perchè non si colpiscono i responsabili dirigenziali che sono la sola causa del malfunzionamento degli uffici? Quando l’addetta di segreteria va a fare la spesa perchè non interviene il suo capo? perchè quando l’impiegato va a cambiare le gomme all’auto il dirigente non interviene? perché quando gli serve va fuori e nessuno turba il sistema di complicità creato.Ma chi deve controllere il dirigente che è tale solo perchè grazie a crediti e debiti è diventato dottore in una qualche libera e privata università da parole crociate dopo solo aver pagato l’iscrizione?

  9. GIROLAMO CAIANIELLO

    Lo scritto di Pisauro richiama opportunamente un precedente suo splendido intervento sulle promozioni in massa. Se non ho letto male, mi pare che il discorso consideri solamente le pubbliche amministrazioni in senso stretto, e non anche le magistrature, benché almeno in qualche settore di queste il fenomeno (salve varianti solo formali) abbia assunto caratteri particolarmente “anomali”, specie sotto il profilo dello sganciamento da ogni esigenza funzionale, dando così luogo a varie patologie derivate. Girolamo Caianiello- Roma

  10. stefano visalli

    Le riflessioni di Pisauro mi sembrano in gran parte condivisibili. Molti dei commenti e delle ricette su come aumentare la produttività nel settore pubblico tendono a mancare il punto cruciale. E’ certamente un’ottima cosa responsabilizzare i dirigenti e licenziare i fannulloni ma se non si mette mano all’organizzazione del lavoro, sarà difficile disporre di un’amministrazione produttiva ed a servizio del paese. Se in Italia vi sono 6 Enti Previdenziali e in altri paesi solo uno e’ difficile che la produttività sia la stessa. Se in Italia ciascun Ministero o Ente Locale dispone di uffici interni che curano attività di auto amministrazione (paghe e contributi, guardiania, logistica, ecc.) mentre in qualsiasi azienda privata sono attività esternalizzate. Sarà difficile avere la stessa produttività del settore privato. La PA italiana è un datore di lavoro che non dispone di indicatori di misurazione della produttività neanche a livello aggregato, non definisce obiettivi di risultato comprensibili ai suoi stakeholder (i cittadini ed i lavoratori) e non verifica se tali risultati siano o meno stati ottenuti. Senza autorità morale è diffiicile chiedere di lavorare di più.

  11. FABIO SCIARRA

    Molti nutrono dubbi sull’efficacia delle riforme proposte dal Ministro Brunetta: io non ho dubbi, sarà l’ennesimo fallimento. Vi spiego perché. Giustamente si sottolinea l’errore di individuare nei singoli e non nelle strutture le responsabilità della scarsa produttività e dei malfunzionamenti: non è cosa da poco ma fondamentale. Lo Stato sul finire degli anni 90 ha recepito le velleità manageriali dei dirigenti pubblici (unica categoria di lavoratori italiani che, di fatto, si auto amministra grazie all’Aran). ma gli apetti si sono fermati solo all’aumento degli stipendi e non alle responsabilità. Nessuno licenziato. Si conoscono solo rari casi di subalterni licenziati per assenteismo; peculato ecc. Comportamenti che le norme ravvisano come leggittimi per i Dirigenti. Non solo: dal 2001 il contratto delle PA introduce la responsabilità oggettiva del dipendente: allora perché riconoscere le indennità di responsabilità ai dirigenti? Lo spazio è poco per argomentare: aggiungo solo che, al solito, con la cura Brunetta pagherà qualche disgraziato fannullone, orfano di padrini politici o, peggio ancora, "rompiballe" che spesso ha subito per anni sopraffazioni, angherie e ingiustizie.

  12. Dario Quintavalle

    Dirigente pubblico di uffici giudiziari con circa un centinaio di dipendenti, il sistema di valutazione vigente nel mio Ministero è concepito come se fossi un solista e non il direttore di una grande orchestra. Sono valutato, ma non posso valutare (valorizzare / punire) i miei collaboratori. Occorre superare la logica antimeritocratica che ha portato il Fondo Unico di Amministrazione ad essere, in pratica, un premio alla presenza in ufficio, e restituire ai dirigenti seri poteri di indirizzo e controllo.

  13. federico bozzanca

    Non mi dilungo su tutti i provvedimenti, ma un elemento di contraddizione nell’articolo mi sembra vada risolto. Se si afferma "l’amministrazione pubblica non è un’entità uniforme…", a mio avviso, non si può accogliere positivamente la sottrazione alla contrattazione collettiva di alcune materie che caratterizzano la specifica organizzazione dei diversi pezzi che compongono l’apparato pubblico. Sono convinto che alcuni elementi problematici della contrattazione decentrata vadano corretti, ma rappresenta finora l’unico strumento per far vivere le peculiarità di ciascun ente.

  14. decio.tesi

    Occorrerebbe rivedere l’art. 97, comma 3, cost. si dovrebbe costituire un ufficio risorse umane all’interno di ciascuna PA (stile e metodi aziendali) che abbia la possibilità di chiamata diretta, responsabilità sulle chiamate (possibilità di essere licenziato o subire un demanszionamento professionale se non riesce a far arrivare fondi statali per colpa dello scarso rendimento di chi ha chiamato). Ciò succede in Inghilterra, ove molte PA si contendono i migliori dipendenti, ovviamene senaz concorso pubblico, ma appunto, con chimata diretta e con l’eventuale assunzione un mese dopo il colloquio e circa 2 mesi dopo l’avviso di chiamata. In Italia, il concorso, che livella al basso, fatto di interrogazioni e temi richiede solo per le pratiche burocratiche, 2 anni circa. E intanto l’economia non gira ed è difficilissimo entrare in PA ed uscire da essa.

  15. stefano monni

    In generale condivido l’articolo in commento, desidero però fare alcune riflessioni su alcuni aspetti ivi esaminati. “….che l’assenteismo non sia considerato con riguardo prevalente, se non esclusivo, ai comportamenti delle frange lunatiche e delle occasionalità folcloristiche; bensì calandosi realmente all’interno delle condizioni ambientali e studiandone senza reticenze i riflessi che esercitano sulle prestazioni di lavoro.” Così scriveva nel 1979, su “Sinistra ‘79”, l’economista italiano Federico Caffè, oggi da tutti compianto ma, come allora, non sempre e non proprio seguito nei suoi insegnamenti. Sarebbe utile leggere l’intero articolo di cui si è qui riportato un breve estratto perchè farebbe capire come la problematica dell’assenteismo possa essere affrontata – come oggi – in modo superficiale ovvero – come invece dovrebbe essere fatto – andando alle “radici vere del fenomeno”.

  16. Catia

    Temo che i programmi di Brunetta, non solo condivisibili ma necessari, siano di difficilissima attuazione. Difficilissima anche l’inquadramento del problema per chi non vive la situazione dall’interno. Certamente occorre iniziare dalla "testa", altrimenti sarebbe solamente la ricerca di un capro espiatorio che potrebbe avere effetto mediatico e null’altro (anche se questo sarebbe sufficiente per qualcuno), cmq proviamo a pensare al problema in modo serio. Primo problema: gli obiettivi che ogni anno vengono assegnati ai dirigenti vengono controllati se effettivamente sono stati raggiunti? e da chi? ancora: chi definisce gli obiettivi? allo stato attuale sono i dirigenti stessi che definiscono i propri obiettivi… Per cui mi sembra già un presupposto basilare su cui lavorare, non facile!

  17. carmelo lo piccolo

    Non credo che la produttività nel Pubblico Impiego venga incentivata dal clima di "caccia alle streghe" che il Ministro Brunetta, per acquisire notorietà e popolarità a buon mercato, ha innescato con il suo "piano industriale" sul lavoro pubblico. Valutare le prestazioni dei dipendenti pubblici ha un senso se si sottopone a verifica la posizione di chi ha la responsabilità di dirigere una struttura, e che per questo viene lautamente retribuito: il vero problema delle amministrazioni pubbliche è il ivello retributivo assolutamente ingiustificato raggiunto dalla Dirigenza e quello di responsabilizzare ed esaminare chi comanda, non certo il povero travet ministeriale che deve campare con 1.200/1300 euro netti al mese! Ma quale "professionalità" si osa pretendere da persone pagate così male? E se gli uffici funzionano male per l’assenza degli impiegati o per la loro incompetenza, la "colpa" dovrebbe essere del dirigente posto a capo di questa struttura, e i primi provvedimenti di penalizzazionea dovrebbero riguardare lui. Perchè nessun ministro o nessuna commissione di studio sulla pubblica amministrazione non affronta questa drammatica realtà?

  18. decio tesei

    In Italia assumere nella PA è un peso: "dobbiamo trovare un posto a quello perchè….." oppure "manca un posto, che facciamo? Facciamogli fare un tema e se è preparato (magari anche caratteriale, pazzo, pieno di psicofarmaci non importa)……………lo assumiamo", senza averlo mai visto in faccia, senza sapere quali sono le sue attitudini. Nel resto del mondo sviluppato e, cosa ancor pià grave, anche nei Paesi in via di sviluppo c’è l’entusiasmo per l’assunzione mirata alle capacità del singolo ed al bisogno di quel particolare tipo della PA.

  19. carmelo lo piccolo

    La spesa delle pubbliche amministrazioni per consulenze, incarichi, commissioni, ecc. ammonta, per ammissione dello stesso ministro Brunetta,a 2 miliardi di euro. Anzichè dare addosso a chi a stento guadagna 1200/1300 euro netti al mese bisognerebbe indagare molto seriamente circa l’entità e l’opportunità di pagare con il denaro della collettività una vera e propria classe di faccendieri e arrampicatori la cui principale “competenza” professionale è quella di essere raccomandato dall’Assessore o Sindaco o MInistro di turno, verificando se il personale interno è in grado di fare le stesse cose ad un costo incomparabilmente inferiore. Il ministro Brunetta non parla dell’enorme spreco rappresentato dalle società “in house” create ad arte da Regioni, Province e Comuni al solo scopo di garantire prebende e posti nei consigli di amministrazione, a danno del mercato e delle imprese “normali”, che a causa di questa forma di “socialismo reale” si vedono escluse dalla partecipazione alle gare per le forniture di beni e servizi.Lo stesso ministro così rigoroso nei confronti delle assenze degli impiegati ministeriali non accenna invece alle scandalose assenze dei docenti universitari.

  20. Giancarlo Barra

    Caro Professore, ho letto il Suo articolo e sono molto lieto della sua presa d’atto di quindici anni d’insuccessi della “privatizzazione” del rapporto di lavoro pubblico. Lei sostiene che i risultati non sono buoni mentre gli stipendi sarebbero cresciuti, in media, più che nel settore privato. Le medie, però, spesso sono menzognere e conducono su strade sbagliate. Le darò io un dato assoluto! Un funzionario dell’Agenzia delle Entrate che difende la propria amministrazione (cioè a dire il portafoglio di tutti gli Italiani) innanzi ad una qualsiasi Commissione Tributaria, per centinaia di cause al mese, guadagna da € 1.500,00 a 1.800,00; importi insufficienti a coprire i costi di un difensore di azienda privata, di fronte allo stesso Giudice, per una sola causa. Forse le sue medie saltano perché qualcuno, posto ai vertici grazie alla “privatizzazione”, mangia 10 polli invece che uno. Ricorda la poesia di Trilussa? Il vero male non è questo, è che si è perduta l’imparzialità e il Buon andamento, mentre non è stata raggiunta l’efficienza. Sarebbe necessaria una controriforma illuminata! Ma poi siamo certi che vorremmo una P.A. forte e autorevole? Saluti cari. Giancarlo Barra, un funzio

  21. Ivan Mignacca

    La verità sulla PA è la seguente a mio parere: ci sono dipendenti menefreghisti, con scarso senso del dovere, svogliati, che si gestiscono i giorni di malattia ad HOC, che timbrano il cartellino e se ne vanno in giro, etc.. Ma al tempo stesso ci sono anche tanti lavoratori seri, onesti, puntuali, coscienziosi nel cui lavoro ci credono. La colpa, a mio avviso, è soprattuto di chi li comanda!. Dove sono questi capi ufficio che premiano chi lavora e prendono provvedimenti contro i nullafacenti? Se il servizio offerto è quello che è.. è perchè questi famosi capi lo permettono, favoriscono questa lassezza del sistema.. Mi chiedo: Caro Brunetta, ma non sarebbe meglio se iniziassi a togliere il marcio dalle parti alte. Se tanti fanno come gli pare, forse è perché c’è "qualche superiore" di troppo che lo permette.. giusto? il mio motto è: capo col senso del dovere, dipendete con il senso del dovere.

  22. riccardo

    Non c’è altro provvedimento tra quelli di cui al cit. d.l. che grondi come l’art.71 di discriminazione / criminalizzazione / incostituzionalità in danno del p.i. Non vorrei essere nelle vesti di nessun collega ammalato (sto parlando di quelli veri ed ovviamente ce ne sono: altro che lombosciatalgie da scrivania), nel senso che – a prescindere dalla perdita retributiva causata dall’assenza per malattia nei primi dieci giorni – non si capisce quale sia il nuovo soggetto erogatore della certificazione medica perchè non sembra poter essere (se non per due periodi di dieci giorni) il medico di base (o altro medico di fiducia), mentre è oscuro il riferimento alla "struttura sanitaria pubblica" (ma il pronto soccorso non rilascia certificati di malattia e comunque non effettua visite domiciliari). Soprattutto l’estensione delle fasce di reperibilità trasforma la malattia del p.i. in arresti domiciliari (8-13;14-20): vero che c’è il giustificato motivo dell’assenza ma questo non si riferisce ad esigenze ordinarie (p.es.la spesa quotidiana) che oggi divengono impossibili. In sostanza un provvedimento discriminatorio e vessatorio, ispirato da un preconcetto malanimo che non porta lontano.

  23. Bruno57

    Il D.L.112/08 è in palese contrasto con quanto annunciato da Brunetta. Il pubb. impiego transita dal contratto alla legge esattamente come venti anni fa. Il provvedimento segna un arretramento netto e se “ Robin Hood” taglia fondi al settore pubblico per impoverirlo come si fa a chiedere collaborazione? I lavoratori (con salari da 1200 euro) saranno tutti indistintamente colpiti. Si lede la dignità di migliaia di lavoratori produttivi. E’ una ingerenza della politica che mostra di usare il bastone perchè incapace di lottare contro gli sprechi (vedi relazione Corte Conti sui costi della P.A). Non responsabilizza la dirigenza (anche alta) e le parti sociali per indurli a dare attuazione ad un piano industriale che aveva suscitato interesse e attenzione tra tutti gli operatori (anche del sindacato). La politica del bastone è indiscriminata. Decurtare di 2/300 euro i dipendenti lasciando intatti i privilegi della dirigenza apre la strada ad una sola soluzione: la conflittualità.Pensavano di passare inosservati a luglio:se ne accorgeranno di cosa il sindacato è capace di fare in ogni remoto ufficio. I segnali e le sollecitazioni saranno raccolti e tutti… altro che pax sociale.

  24. Mattia Lorenz

    Io vorrei porre una questione: fermo restando che è importante gestire le risorse nel settore pubblico secondo dei principi di efficacia ed efficienza, come si coniuga la produttività con la natura di bene pubblico di molti servizi? Per esempio, come si coniuga la produttività nell’ambito della sanità pubblica? Non c’è il rischio che l’aspetto economico prevalga, in questo e in altri settori, sulla qualità del servizio?

  25. decio

    Abrogare il comma 3 dell’art. 97, al suo posto inserire uffici risorse umane di ciscuna delle P.A. che reclutino a chiamata diretta le persone che reputano capaci subito. Il capo ufficio risorse umane se sbaglia dovrà essere licenziato, come avviene in tutto il resto del mondo. Chi, attualmente, ha responsabilità nell’assunzione nella P.A.? Risposta: NESSUNO!

  26. Luca Guerra

    Ho letto diversi commenti nei quali si sostiene come le basse retribuzioni possano essere una valida giustificazione per la scarsa (!) produttività e ritengo tale argomentazione priva di fondamento in quanto quale sarebbe dunque la "giusta" retribuzione affinchè il pubblico dipendente faccia ciò che si è impegnato contrattualmente a fare? la rincorsa non avrebbe mai fine così come lo scarso impegno. personalmente, ritengo che la p.a. costi troppo e non solo sia scarsamente efficiente, ma che produca a sua volta rilevanti costi inutili indiretti sui cittadini, solo per giustificare la propria esistenza. Occorre ridurla assolutamente, mentre i "poveri" pubblici dipendenti si interroghino piuttosto sui loro privilegi quali ad esempio l’impossibilità di licenziarli, e li valutino come "benefit" e forse si renderanno conto dell’esatto valore di quanto percepiscono.

  27. Roberto F.

    Sono un funzionario pubblico e da diversi anni lavoro in un nucleo che si occupa della valutazione dei dirigenti di una amministrazione centrale. Penso che non sia possibile arrivare con un solo passo a valutare le prestazioni dei dipendenti in PA che non sono ancora attrezzate a misurare la propria efficacia, la propria efficienza e a interrogarsi seriamente sui servizi che forniscono alla collettività. Prima si parli di risultati ottenuti dagli uffici e dai rispettivi dirigenti e dopo si potrà misurare con attendibilità il contributo dato dai dipendenti. Anche nelle organizzazioni più virtuose, infatti, si misurano solo alcune attività: i sistemi di consuntivazione non coprono l’intera organizzazione, danno una visione a macchia di leopardo. Si fissano sempre gli stessi obiettivi, autoreferenziali, facili da raggiungere anche con il 50% di risorse e che tengono ben poco conto delle aspettative dei cittadini. Le carte dei servizi diventano una bella verniciata di bianco su una macchia di umidità. Non basta che esistano i sistemi di valutazione, per uscire da questa impasse occorre che superino il principio di autoconservazione della PA!

  28. Bruno57

    Una nota-commento deve basarsi su fatti, dati e non su messaggi mediatici.La macchina pubblica è costosa e al suo interno esistono sicuramente duplicazioni e sprechi. il Governo sta colpendo non certo gli sprechi, nè si dice che le retribuzioni non debbano ancorarsi a parametri di efficacia. Forse basta esser documentati testimoni. Gli ispettori per la sicurezza del lavoro si recano a far le missioni anticipando di tasca propria l’andata in servizio e al momento il Governo"Robin Hood" non assicura risorse per le missioni; i dati sull’ottima performance delle entrate attestano che i dipendenti del fisco hanno condotto accertamenti e conseguito gli obiettivi di introito assunti nel 2007 (frutto di ispezioni da loro condotte) e ora "Robin Hood" taglia i fondi incentivanti e riduce le sanzioni per gli evasori (art. 83 comma 18 DL 112/08); i dipendenti dei beni culturali accumulano riposi (non goduti)sopperendo a vuoti organico per ore di lavoro non pagate; i dipendenti della motorizzazione con 1100 euro al mese reggono gli assalti dell’utenza tra code di revisioni auto ed esami di guida. Cui prodest l’azione di distruzione-denigrazione del pubblico impiego? Al mercato o… ai mercanti?

  29. Giuseppe Marino

    La scelta degli obiettivi è al 99% autoreferenziale per i dirigenti. Anche il direttore generale a meno che non abbia specifici imput dagli amministratori non ha particolari interessi a inserire obiettivi difficili da raggiungere anche perchè poi se andasse a contrattare con i dirigenti emergerebbero disfunzioni organizzative e/o di allocazione risorse umane e finanziarie che in ogni caso gli amministratori, visto che spesso sono essi stessi a favorire, non avrebber interesse a razionalizzare. Quindi in definitiva un sistema che valuta solo i dipendenti, essendo comunque una valutazione solo relativa (rispetto agli amministratori e alle leadership che questi riescono ad esprimere), non incide sul cambio di mentalità auspicato. Del resto gli amministratori vengono valutati solo dal voto, che sempre più spesso premia le gestioni clientelari e/o i fuochi d’artificio, e peraltro sempre meno dalla Corte dei Conti. Le Leggi da una parte sanciscono le responsabilità di gestione dei dirigenti dall’altra rendono sempre più possibile il ricorso allo spiler system e la nomina ad personam dei dirigenti. E’ ancora il dipendente pubblico al servizio del cittadino, della colletività, dello Stato?

  30. pidario (dario piersanti)

    I messaggi per esser recepiti necessitano di esempi e più ci si riferisce a “persone importanti” più sono efficaci. Esempio: io dico: è indispensabile che nel pubblico impiego tutti i lavoratori si sentano “al servizio del cittadino utente”. La cosa è blandamente recepita dai lavoratori del p. i. . Ma se io dico:i dirigenti della P.A. che non si atterranno a tale norma saranno licenziati e, individuati alcuni dirigenti inadempienti (cosa facile da realizzare negli enti locali e un po’ difficile per i comparti ministeriali ma ragionandoci sù si può fare), “li licenzio”, il messaggio acquisterà forza dirompente e tutti i dipendenti pubblici si chiederanno “cosa sia necessario fare per soddisfare i bisogni dei cittadini” e avranno timore di non “riuscire a soddisfare questi bisogni” con le positive conseguenze del caso e i dirigenti, preoccupati del licenziamento (i loro padrini politici che non potranno far nulla per “le esigenze dei cittadini”), faranno di tutto perché i loro sottoposti lavorino per "soddisfare le esigenze dei cittadini”. Se Brunetta vuole raggiungere gli obiettivi che si è prefissato, dovrà ragionare così e certamente qualcosa di buono verrà per la P.A.

  31. gianfranco brevetto

    Dall’interessante articolo emergono molti spunti di riflessione. Il primo è che l’intervento dell’attuale ministro si indirizza in una visione abbastanza statica ed uniforme del pubblico impiego e delle pubbliche amministrazioni in generale. Sicuramente nella traiettoria di queli dei governi passati (interventi peraltro falliti). Sembrerebbe più opportuno, considerando l’enorme mole di regolamentazione del personale ed elle strutture, è più appropriato e realistico parlare di "pubblici impieghi". Il secondo: chi conosce le pp.aa. è cosciente che irrigidimento delle regole non significa necessariamente la loro attuazione e maggiori controlli, interni o esterni che siano, non significa che questi controlli siano poi eseguiti. Il rischio è quello di gettare il bambino con l’acqua sporca e che le pp.aa diventino, come purtroppo lo sono storicamente state in italia, merce di scambio politica e manifesto elettorale. Occorrerebbe in primo luogo chiederesi perchè non viene utilizzata la legislazione esistente come quella che prevede l’introduzione del controllo di gestione in tutte le amministrazioni.

  32. magon vinis

    Se è vero che le retribuzioni del pubblico impiego hanno un incremento in base ai risultati ottenuti, e se questi risultati sono determinati anche dal valore" finanziario" (volgarmente si può dire dai soldi che cercano di prelevare al contribuente ), siamo sicuri che i dipendenti non abusino nel voler far cassa? Bisogna comunque ricordarsi che gli utenti non hanno il patrocinio gratuito per poter opporsi o dimostrare le proprie ragioni quindi…

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