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MIGLIORARE SI DEVE. E SI PUÒ

I commenti all’articolo Il concorso che visse due volte si collocano su diversi piani. Condividono tutti il rifiuto di pratiche intollerabili di gestione dei concorsi universitari. In qualcuno prevale un amaro senso di impotenza. In altri, lo sdegno e insieme l’indicazione di proposte per contrastare  questo stato delle cose. E spicca un commento anomalo, che assume la forma di lettera aperta all’avvocato Mariastella Gelmini, nuovo ministro dell’Istruzione, università e ricerca, sottoscritta da oltre la metà dei professori di prima fascia di Statistica economica – il settore al quale si riferisce il concorso ibernato e scongelato – e da quasi tutti i componenti il consiglio direttivo della Società Italiana di Statistica.
Non risponderò a ciascuno, anche perché qualche commento neppure richiede una risposta. Mi fermo, invece, su tre temi di rilievo generale che emergono dagli interventi. Ricapitolando, prima, i fatti e gli interrogativi che pongono.

I FATTI

Nel lontano 2002 l’università di Messina bandisce un concorso per professore di prima fascia in Statistica economica. Di cui si perde traccia, grazie a due commissioni giudicatrici che si succedono senza concludere i lavori. Ora, sta per essere eletta la terza. Chiamata a giudicare i pochi candidati superstiti sulla base di pubblicazioni di sei anni fa. Perché semplicemente l’ateneo non emana unnuovo bando per lo stesso posto? La scelta avrebbe l’evidente vantaggio di consentire la partecipazione di tutti gli interessati di oggi, e con una produzione scientifica aggiornata. Perché il ministero dell’Università, così attento nell’emanare disposizioni su modalità e tempi di svolgimento dei lavori delle commissioni, non si accorge della “trave” di un protrarsi abnorme del procedimento concorsuale, che viola apertamente la logica della selezione basata sul merito scientifico, e non fissa una ragionevole durata massima per l’intero procedimento?

MERITO, AUTONOMIA RESPONSABILE E VALUTAZIONE

Il caso del “concorso che visse due volte” è esemplare, ma (sfortunatamente) non ha nulla di singolare. Alcuni commenti segnalano altri casi indecorosi. E recentemente non sono mancate inchieste giornalistiche e televisive che hanno documentato le degenerazioni dei concorsi universitari: quello che è stato chiamato “nepotismo ambientale diffuso, che sostituisce all’integrità del sistema una vasta corruttela familistica”. (1)
C’è chi, sconsolato, ne deduce che ci potrebbe salvare soltanto la deontologia dei docenti universitari: che però non c’è, o comunque non in misura sufficiente. Non sono d’accordo. La deontologia non è una sorta di patrimonio genetico, immutabile. È una cultura: che si forma certo in tempi lunghi e con forti inerzie. Ma, come si è (de)formata, così si può cambiare. Per rinnovarla servono buone regole, fatte rispettare rigorosamente (niente è peggio di una severa grida manzoniana largamente disattesa). E servono incentivi che premino i comportamenti virtuosi.
Nella riunione della Commissione istruzione del Senato del 17 giugno, il ministro Gelmini ha presentato gli indirizzi generali della politica su università e ricerca, per diversi aspetti convincenti. Tre passi ne danno il segno: l’affermazione che l’azione del ministero si fonderà “sul trinomio autonomia, valutazione e merito”; l’impegno a rinnovare i criteri di finanziamento degli atenei, “innalzando almeno al 20 per cento la quota degli stanziamenti destinati a premiare i migliori”;  l’intenzione di riattivare il Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca, per “non interrompere la valutazione delle università e degli enti di ricerca”, e di ripensare  la disciplina dell’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca, riducendone il sovraccarico di compiti. Il tutto, appunto, nella prospettiva di “un sistema integrato di valutazione, che vincoli il finanziamento ai risultati”. (2)
Se il ministro procederà in queste direzioni, contribuirà a far crescere la deontologia dei docenti universitari. Che comunque in molti non manca. La lettera aperta che ho richiamato all’inizio ne è una testimonianza. E non c’è motivo di dubitare che energie vive, sane siano ampiamente presenti nelle diverse aree disciplinari: pronte a essere coinvolte nella costruzione di una università migliore.

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INTERVENIRE SUBITO: SI PUÒ, E SI DEVE

Ma qualcosa si può fare subito, a legislazione vigente, per scoraggiare pratiche concorsuali indecorose, e i loro esiti negativi sui nostri atenei. Anzi, a ben vedere, si deve fare. Per ragioni di merito, illustrate nell’articoloIl concorso che visse due volte. E per un obbligo di legge.
La legge 241/1990 prevede infatti che per ciascun tipo di procedimento, nel nostro caso un concorso universitario, l’amministrazione pubblica competente, nel nostro caso il ministero dell’Università, determini il termine entro cui esso deve concludersi.
In maniera del tutto ragionevole (perché non immaginava comportamenti degeneri), il ministero ha fissato termini rigorosi, ma soltanto per un segmento della procedura concorsuale: la durata in carica delle commissioni giudicatrici. Ora, a fronte dell’evidenza di comportamenti dilatori, che violano lo spirito della normativa sui concorsi, è auspicabile che il ministero intervenga sollecitamente e fissi un termine – diciamo 18 o 24 mesi – per la conclusione dell’intero procedimento concorsuale.

DIETRO L’ANGOLO

Guardando un po’ più in là, serve poi riflettere ai nuovi concorsi universitari, che dall’anno prossimo saranno regolati dalla legge 230/2005. Con due obiettivi:

§     Eliminare malcelati meccanismi di progressione ope legis, tramite la riserva di consistenti quote di posti per giudizi di idoneità a professori ordinari e associati, rispettivamente per professori associati e ricercatori con anzianità di servizio. Il ministro Gelmini si è espresso chiaramente: “reputa inaccettabile che l’università favorisca le progressioni di carriera locali piuttosto che l’ingresso di forze nuove, mantenendo in vita un sistema duplicemente impermeabile, rispetto ai giovani studiosi italiani a agli esperti stranieri”. (3)
È un’affermazione importante. Attendiamo le decisioni conseguenti

§     Aumentare la trasparenza delle procedure concorsuali, anche tramite forme di peer review da parte di comitati di esperti di elevata qualificazione, per monitorare i nuovi meccanismi concorsuali. Sia chiaro: non a fini di controllo burocratico-formale, ma per un vaglio di merito complessivo della rispondenza di regole e comportamenti alle finalità di un procedimento di selezione meritocratico. Rendere l’intero processo di reclutamento trasparente, chiamare tutti a “rispondere”, anche soltanto sul piano morale, delle scelte operate, è un deterrente contro logiche “familistiche”. Ed è un ingrediente essenziale che può far crescere quell’etica del merito di cui oggi, giustamente, si lamenta la debolezza.

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(1) Martinetti G., “Una università diversa (e migliore)?”, in R. Moscati e M. Vaira (a cura di), L’università di fronte al cambiamento, Bologna, Il Mulino, 2008, pag. 60.
(2) Senato della Repubblica – Legislatura 16a – 7a Commissione permanente – Resoconto sommario n. 7 del 17/6/2008: Seguito delle Comunicazioni del ministro dell’Istruzione, università e ricerca sugli indirizzi generali della politica del suo dicastero, pp. 2-3 [http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=16&id=304295].
(3)Senato della Repubblica, cit., pag. 4.

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ANCORA MOLTO LAVORO DA FARE SUI FONDI PENSIONE*

  1. Michele Costabile

    Se il Ministro ha compreso fino in fondo il Trinomio (cosa che auspico) dovrebbe con immediatezza riformare i concorsi, lasciare liberi gli Atenei di assumere gli assistant professor, ma solo con contratti a tempo determinato (rinnovabili 4+4 o 3+3) e costituire una commissione che periodicamente attribuisca idoneità per le "tenure" di prima e seconda fascia con criteri pre-definiti e "Inclusivi". Saranno poi gli Atenei in competizione per quel 20% (che considerando il livello di rigidita’ dei budget attuali significa 200 o 300% di risorse "discrezionali") a rendere il il merito un vero "nomos"! Non sarebbe’ ancora un sistema di mercato competitivo, ma si avvicinerebbe, soprattutto se sostenuto da un efficiente valutazione delle performance. Buon lavoro Ministro che il coraggio e la ragione siano con lei.

  2. alfonso gambardella

    Vivo la condizione dei deportati nei campi di concentramento, che sono riusciti a rientrare a casa: cioè la voglia di non parlarne tanto è stato il dolore! A distanza di oltre 20 anni ancora non mi è venuta la voglia di parlare di una esperienza dolorosa per una persona "dabbene"!

  3. Alessandra Vincenti

    Con un piccolo esercizio, poco accurato ma secondo me efficace, basta andare sul sito del Ministero dell’Università e guardare al reclutamento: ad oggi ci sono concorsi per 188 ricercatori, 1019 professori associati e 604 professori ordinari. Sono conpapevole che il calcolo è rozzo, ma quello universitario è un sistema che non si apre ai giovani (che oramai tanto più giovani non sono). Se la prima università italiana nelle classifiche mondiali è al 173° posto un motivo ci sarà.

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