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PASSAGGIO AL BUIO

Con la manovra finanziaria appena varata si dà alle università la possibilità di trasformarsi in fondazioni di diritto privato con una semplice delibera del senato accademico assunta a maggioranza assoluta. Si tratta di una riforma potenzialmente molto importante, che rompe l’insensata uniformità del nostro sistema universitario e consente il dispiegarsi di una maggiore autonomia. Ma servono chiarimenti su punti fondamentali come le condizioni minime per il passaggio, i più ampi gradi di libertà così garantiti e il mantenimento dei livelli di finanziamento.

La manovra finanziaria decisa dal Consiglio dei ministri introduce la facoltà delle università (pubbliche o libere) di trasformarsi in fondazioni di diritto privato con una semplice delibera del senato accademico assunta a maggioranza assoluta.
Ho avanzato, in epoca non sospetta (1), una proposta del tutto analoga a quella contenuta nel decreto legge governativo, dunque il giudizio sull’innovazione non può che essere positivo: qualsiasi ampliamento dell’autonomia universitaria è senza dubbio un obiettivo condivisibile.
Ciò detto, il testo che è informalmente circolato appare davvero un po’ troppo scarno perché sia lecito attendersi conseguenze positive automatiche dalla sua applicazione.

LA FONDAZIONE È PER TUTTI?

In primo luogo: qualsiasi università può optare per il regime privatistico? Oppure ciò è condizionato alla sussistenza di parametri oggettivi, se non altro di solidità di bilancio, ma forse anche di qualità della didattica e della ricerca? Esistono come è noto atenei che spendono più del limite di legge (il 90 per cento del Fondo di finanziamento) per il pagamento del proprio personale: anch’essi potranno “privatizzarsi”? Francamente, non sembra una gran bella idea.
Chi scrive aveva a suo tempo immaginato di utilizzare la possibilità di trasformazione come stimolo al sistema universitario italiano per un miglioramento complessivo della performance, ponendo  requisiti abbastanza severi per l’accesso al nuovo regime. Ma anche se non si vuol fare ciò, bisognerebbe quanto meno definire le condizioni minime per il passaggio. Alcuni esempi recenti di  università private che sono state statalizzate per coprire i dissesti finanziari indurrebbero a maggiore prudenza.
In secondo luogo: quali sono i maggiori gradi di libertà garantiti agli atenei/fondazioni? Salvo la possibilità di derogare alle norme dell’ordinamento contabile pubblico (ma i regolamenti vanno approvati dai ministeri dell’Istruzione e dell’Economia), il testo di legge non dice molto. Sembrerebbe – ma il condizionale è d’obbligo – che, come è del tutto ragionevole, la trasformazione comporti la piena “contrattualizzazione” del personale docente, con conseguente disapplicazione dell’attuale stato giuridico. Èpossibile farlo senza concedere ai docenti il diritto di opzione, in una situazione nella quale coloro che restano in atenei non privatizzati conservano lo status pubblicistico? 
Ci saranno, immaginiamo, anche importanti riflessi sulla “governance” nel senso di rimuovere i vincoli alla autonomia statutaria (ad esempio: la rappresentanza obbligatoria delle componenti nel consiglio di amministrazione). Ma questa autonomia si estenderà anche alla possibilità di superare l’attuale modello istituzionale per quanto riguarda, ad esempio, la divisione in facoltà e dipartimenti?
Comunque le università sono soggette ad altre e non meno importanti restrizioni. (2).Che ne sarà di questi vincoli? Che alcuni siano destinati a restare (i “requisiti minimi” per i corsi di studio, ad esempio), non c’è dubbio, ma certamente bisognerebbe saperne di più.

LA SORTE DEI FINANZIAMENTI

Last but not least: la bozza circolata afferma che “resta fermo il sistema di finanziamento pubblico”. Sinceramente è un po’ poco. L’ammontare del finanziamento delle università è determinato annualmente in sede di bilancio dello Stato ed è ripartito con decreto ministeriale.
A parte ogni altra considerazione, i partner pubblici e privati prima di entrare nella fondazione vorranno certamente qualche garanzia sul fatto che il finanziamento statale resti almeno costante per un periodo di tempo abbastanza lungo. Qualche rassicurazione sulla permanenza degli attuali livelli di finanziamento sembra assolutamente necessaria per incentivare le trasformazioni.
Si tratta di una riforma potenzialmente molto importante, che rompe l’insensata uniformità del nostro sistema universitario e consente il dispiegarsi di una maggiore autonomia. Tuttavia, in assenza di indicazioni sui punti sollevati, e su altri che certamente sono sfuggiti, è difficile essere entusiasti.
In conclusione, e in attesa di saperne di più: in un paese normale una trasformazione di questo genere sarebbe stata preceduta da un ampio dibattito, magari da un libro verde e da un libro bianco, e sottoposta a estesa consultazione. Da noi è stata decisa, a quanto pare, in 8 minuti e mezzo assieme a moltissime altre, non meno rilevanti, misure.
Ma forse il ministro Tremonti pensa che non siamo in un paese normale e che l’unico modo di introdurre riforme radicali è quello di adottare una tattica di blitzkrieg (e una norma di questo tipo all’interno di un decreto legge è certamente un caso esemplare) per evitare che il dibattito diventi infinito e paralizzante. Può darsi che abbia ragione, ma certo non è una gran consolazione.

Post Scriptum

Questo intervento era già stato inviato quando è circolato un nuovo testo dell’articolo in questione nel quale alla già ricordata previsione che “resta fermo il sistema di finanziamento pubblico” è stata aggiunta la seguente specificazione “a tal fine, costituisce elemento di valutazione, a fini perequativi [corsivo nostro], l’entità dei finanziamenti privati di ogni fondazione”. Il che significa se intendiamo bene, che quanto è maggiore l’apporto privato tanto minore sarà il contributo pubblico. Il che, ovviamente, appare previsione fatta apposta per disincentivare la trasformazione. Perché?

(1) “Una nuova strategia per l’università”, in il Mulino, maggio-giugno 1997.
(2) Un esempio minore: i limiti introdotti dal ministro Mussi alla possibilità di svolgere corsi di studio in località diverse da quella dell’ateneo.

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ANCORA MOLTO LAVORO DA FARE SUI FONDI PENSIONE*

  1. Marino

    Mi dispiace, ma non ci vedo nulla di positivo (nell’università ci lavoro). L’uniformità sarà insensata, ma sembra una ricetta per creare università su misura dei baroni (derogare al modello organizzativo facoltà/dipartimento? ci ricordiamo i leggendari istituti monocattedra pre-’68?; derogare alla rappresentanza delle componenti, cioè studenti e personale tecnico-amministrativo? Alla faccia della democrazia). Si accettano scommesse: l’università X diventa una fondazione privata; il personale docente viene assunto "ex jure talami et coniugii" e simili; per ampliare l’offerta didattica i corsi vengono coperti con affidi e supplenze a docenti già in servizio presso altre università statali; le strutture (biblioteche e laboratori) si riveleranno inadeguate perchè costano; quando si arriva al dissesto l’università X viene ripubblicizzata portandosi appresso tutto il personale, sul modello dei professori di religione transitati ope legis nelle altre graduatorie senza concorso…

  2. Filippo Rebessi

    Ma le assunzioni clientelari e i baronati sono già la situazione dell’Università italiana! La trasformazione in fondazioni e la "contrattualizzazione" credo vogliano essere soprattutto un forte incentivo ai privati (magari da oltreoceano) ad investirci. L’obiettivo credo sia che il signor "Harvard" decida di finanziare, entrando nel capitale di una fondazione, il rinnovamento della facoltà di "economia dell’università XYZ", attraendo nel corso degli anni tanti nuovi studenti. Questo spinge gli altri atenei a rispondere, per non perdere la propria quota (il voucher per il finanziamento degli studi in sostituzione dei trasferimenti ministeriali sarebbe quanto mai indicato per completare la riforma) e soprattutto prestigio. Così il meccanismo virtuoso si innesta. In questo sistema c’è poco spazio per baroni e clientele (per competere con la facoltà messa in piedi da harvard, hai bisogno di docenti in gamba). Sicuramente ho trascurato mille fondamentali aspetti tecnici, ma l’obiettivo di una "trasformazione in fondazioni" credo sia almeno in parte questo. Il problema è che il decreto è vago in molte parti fondamentali (vedi contrattualizzazione e finanziamento pubblico)…

  3. Alessandro

    Non sarebbe ora di smettere di scrivere utopie? I privati investono solo se c’e’ profitto: se entrassero nelle fondazioni universitarie, il primo passo sarebbe quello di vendere tutto il patrimonio immobiliare con la mano destra e trasferire i proventi nelle loro capaci tasche, per poi fornire con la mano sinistra gli stessi immobili in affitto e quindi guadagnare due volte.. Telecom insegna. Il plauso di Confindustria al futuro decreto fiscale che smantella la scuola pubblica con 150.000 tagli in tre anni mi sembra emblematico: per i nostro cari plutocrati, il settore dell’istruzione non e’ altro che un terreno di conquista per guadagnare soldi e per ridurre ulteriormente il livello culturale della popolazione. Sappiamo bene tutti che un popolo ignorante e’ indifeso e saccheggiabile: l’Italia e’ gia’ sulla buona strada grazie al meraviglioso sistema massmediatico, che ci fa credere che il problema dell’Italia siano gli zingari e non gli speculatori che si ingrassano alle nostre spalle… come fai a credere che questa volta sarebbe tutto completamente diverso?

  4. Carlo Pretara

    Quella a cui si fa cenno nell’articolo e nell’ultimo commento potrebbe apparire come un grosso cambiamento per l’università. Passare ad un sistema di fondazioni pubbliche, cambiare il modello di ripartizione dei fondi in maniera totale (e non solo su base meritocratica come si chiede da anni e come Mussi ha esitato a fare) e passare ad un modello a voucher non è detto che sia cosa buona. Si torna con i voucher, di fatto, ad un sistema che incentiva la quantità di studenti da attrarre. Ma poi, insomma, mi pare quantomeno fuorviante fare questi discorsi sul nulla. Sarebbe molto più interessante aprire un dibattito serio e cambiarlo questo sistema universitario. Io temo che la trovata delle fondazioni serva solo a giustificare un non aumento (= riduzione) del FFO, con conseguente blocco delle assunzioni e tutto il resto. Se così fosse renderemmo esplicito il declassamento definitivo del nostro sistema universitario. Aspettiamo provvedimenti più organici per capire dove mandare a studiare amici e parenti, se in Italia o in Europa.

  5. rosario nicoletti

    Il bello di ogni riforma sta nel fatto che ciascuno la vede esclusivamente la parte che più si adatta alle proprie idee, senza tenere conto del significato generale. Per i "liberisti" significa maggior concorrenza e libertà di contrattazione per il personale docente; chi vuole risparmiare sogna l’intervento dei privati; chi pensa che l’autonomia sia fondamentale pensa che sarà realizzata. Nessuno si pone oggi il problema del "governo" della fondazione: chi mette i soldi, decide su modi e persone che governeranno. Questo significa che lo Stato (governo, parlamento, enti locali) o gli eventuali privati (se ve ne saranno) essendo i finanziatori, dovranno anche governarla. Significherà la fine – speriamo – del regime democratico-corporativo che fa enormi danni.

  6. Marco Maraffi

    Il merito, e tanto più il metodo, del DL che contiene norme sull’università sono fortemente discutibili. La discussione deve però essere di alto livello e di ampio respiro: spero di non dover leggere commenti, per altro scontatissimi, come quello che riporto della FLC CGIL: "Gli interventi sono ispirati ad un’impostazione di taglio indiscriminato per un verso, utilizzando qualsiasi modo per fare cassa a prescindere dalla sostenibilità dei tagli stessi, sia per l’FFO sia per gli scatti dei docenti; per altro verso prosegue l’approccio ideologico del “privato è meglio” a tutti i costi. In entrambi i casi si producono danni gravissimi al sistema universitario e tali interventi sono, per quanto ci riguarda, da respingere, anche se la riduzione drammatica dei finanziamenti non comporta necessariamente la conseguenza di trasformarsi in Fondazione privata: auspichiamo che la CRUI e i singoli Rettori vogliano associarsi alla protesta contro la manovra escludendo suggestioni di privatizzazione che trasformerebbero l’Università italiana in qualcosa di assolutamente diverso da ciò che la nostra storia quasi millenaria ha costruito."

  7. Luca Galimberti

    Leggo solo ora questo articolo. La cosa che mi sfugge è come l’autonomia universitaria (che penso sia positiva ) possa essere indipendente dalla gestione economica, voglio dire, a parità di risorse non vedo una variazione di sostanza tra lo status delle università attuale e quello che si potrebbe generare. La sola trasformazione in fondazioni private risolve, penso, solo parte dei problemi, la cosa che secondo me farebbe fare il salto di qualità all’università è il binomio tra proposta formativa e il finanziamento della stessa. Considerato poi che la struttura economica italiana non consente di trovare troppe risorse nelle imprese (la piccola e media impresa generalmente non ha capitali così ingenti da spendere nell’università) il dubbio è che la qualità dell’università modello "fondazione" sia dettata solo dalla quota annuale degli studenti. Il che non è un male ne un bene, dipende molto dall’università che si ha in testa. Il problema però ora è: il mercato del lavoro italiano è in grado ora come ora di "ripagare" il costo dell’istruzione in un tempo economicamente sostenibile? …il rischio, come già avviene con il modello attuale, è la fuga dal belpaese di laureati preparati.

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