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LA RISPOSTA AI COMMENTI

La democrazia in Europa

La tesi del dissenso disinformato dell’Irlanda sul trattato di Lisbona ha attirato diversi commenti, molti di adesione, ma anche molti di critica. Ringraziando tutti i lettori, cercherò di fornire qualche risposta ai critici

Valutate nel loro complesso le osservazioni critiche mi pare possano essere raggruppate in due filoni.

A) Non tiene il presupposto centrale della tesi sostenuta, vale a dire l’impossibilità di porre la questione della ratifica del trattato d Lisbona ad un referendum, per l’inevitabile complessità e lunghezza della materia oggetto del trattato. Anzi, gli irlandesi sono una frazione infinitesimale di europei che si sono pronunciati contro l’Europa, per il solo fatto che sono gli unici che sono stati messi nella posizione di esprimersi. Se referenda fossero stati indetti in tutti i 27 paesi, probabilmente il no sarebbe espresso dalla maggioranza dei cittadini.
B)  Le politiche europee, molte delle quali non piacciono (allargamenti improvvidi, dumping sociale, euro, politiche commerciali eccessivamente liberiste, ecc), sono decise da ‘tecnici’, ovvero ‘oligarchie’ più o meno illuminate, e i cittadini non hanno (o hanno scarsissimo) diritto di parola. Dunque ben vengano i referenda e i conseguenti esiti negativi. 

Proverò a dimostrare che entrambe queste osservazioni non sono molto solide.
Per quanto riguarda la posizione sub A) posso tranquillamente ammettere che se proponessimo ai cittadini un quesito referendario analogo a quello sottoposto agli irlandesi, la maggioranza degli europei risponderebbe come questi ultimi. Il quesito nella sostanza era questo: “volete voi accettare un trattato incomprensibile il cui eventuale rifiuto non cambia nulla nelle vostre vite?” Occorre un bella fede europea per rispondere sì.
Ma perché non proporre invece un quesito di questo genere: “volete voi denunciare i trattati europei, sostenendo i costi della non-Europa?” A me sembra che anche questo sia un modo del tutto legittimo e più esaustivo di interrogarci sull’Europa. In questa maniera ci domanderemo seriamente se siamo disposti ad abbonare quella casa comune che ci garantisce benessere e pace da 60 anni. Se siamo disposti ad abbandonare le regole sulla tutela dei consumatori, della concorrenza, dell’ambiente, dell’educazione, della sanità, della ricerca, del sostegno all’agricoltura, della distribuzione di fondi strutturali di cui, ad esempio, Italia e Irlanda, hanno ampiamente usufruito negli ultimi 30 anni.
Forse saremmo meno sicuri anche su questioni a cui oggi risponderemo con un no secco. Ad esempio, l’abbandono della politica commerciale comune ci farebbe riacquistare la sospirata sovranità commerciale ma, Stati Uniti e Cina, invece che con il gigante Unione europea, si troverebbero a poter trattare con 27 nanetti (alcuni dei quali praticamente invisibili dal punto di vista economico) che giocano separatamente e contraddittoriamente. Un buon risultato?
Insomma a seconda della domanda che si pone ai cittadini, e del dibattito che ne segue, credo che l’esito di un referendum possa essere molto diverso e questo conferma la tesi che esso non è uno strumento idoneo per decidere su un tema complesso e articolato come l’Europa. Su questo tema devono deliberare i Parlamenti, posto che questi sono eletti dai cittadini proprio con il compito di prendere decisioni tecnicamente complesse e politicamente delicate, e soprattutto lontano da suggestioni populiste.

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Vengo alla critica sub B) secondo la quale in Europa le decisioni sono prese in maniera non democratica da euro-burocrati. Non è affatto così.
Come è (o dovrebbe essere) ampiamente noto, i grandi orientamenti politici europei sono decisi dal Consiglio di Capi di Stato e di Governo, dove siedono i responsabili politici degli Stati membri (per l’Italia, il nostro Primo Ministro). Tali orientamenti vengono tradotti in proposte dalla Commissione europea. Questo organo, peraltro nominato dai governi nazionali, è effettivamente quello in cui operano i c.d. euro-burocrati, ma il punto sta che esso non decide nulla in maniera definitiva. Affinché un atto di portata legislativa (regolamento o direttiva) sia adottato, occorre un doppio assenso alla proposta della Commissione: anzitutto è necessario il voto del Consiglio dei ministri degli Stati membri e successivamente occorre il voto positivo del Parlamento europeo. Se uno di questi due organi non è d’accordo, l’atto non entra in vigore.
I ministri che siedono nel Consiglio sono i componenti dei nostri governi e dunque sono soggetti al controllo e alla fiducia dei nostri parlamenti nazionali. Il Parlamento europeo lo eleggono direttamente i cittadini dei paesi europei in base alle singole leggi elettorali nazionali. Quest’ultimo, se il trattato di Lisbona entrerà in vigore, eleggerà il Presidente della Commissione.
In questo quadro, com’è possibile sostenere che qualcuno, a Bruxelles, magari un burocrate senza volto e senza mandato elettivo, decide per noi? Non è piuttosto vero che spetterebbe a noi essere più attenti a cosa fanno a Bruxelles i nostri governi, sostenuti dalle nostre maggioranze parlamentari? Ovvero chiedere conto ai parlamentari europei a cui abbiamo dato il voto? Ovvero tenere a mente, quando sentiamo i nostri politici dire “ce lo ordina Bruxelles”, che in realtà a Bruxelles quelle decisioni le hanno prese loro insieme ai governi degli altri Stati?
Certo, l’Europa ha bisogno di spiegarsi ai cittadini europei e questi hanno bisogno di interrogarsi sull’Europa. Il paradosso è che cittadini europei ed Europa sono la stessa cosa.

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  1. davide Hauner

    E’ ovvio che l’uomo della strada non riesca a comprendere tutto il testo, ma credo sia comunque una buonissima cosa il fatto di rimettersi alla volontà popolare, dopotutto in italia si fece lo stesso per il referendum sull’aborto enon tutti gli italiani sapevano quello che stavan votando, al che ci si dovrebbe chiedere come mai allora si e ora no. Credo che fosse stato meglio spiegare i 4-5 punti fondamentali e rimettere il tutto al’elettorato, come pure l’Austria si sta accingendo a fare.Io non sono un euroscettico, ma finché l’europa non si doterà di un vero corpo legislativo e di simboli, credo che non arriverà da nessuna parte, e certo questo modo di progredire, sordi alle lamentele e alle obiezioni delgi euroscettici, non fà certo bene.

  2. Davide

    La domanda "volete voi denunciare i trattati europei, sostenendo i costi della non-Europa" é un’idea interessante, ma se vogliamo adottare la logica del prendere o lasciare non vedo perché limitarsi ai trattati. Aboliamo tutti gli opt-out ad esempio e vediamo se ci stanno gli inglesi, che non partecipano alla moneta unica, che non accettano il trattato di schengen, eccetera, eccetera. O gli svedesi. O i danesi. Per quanto riguarda il punto B, la sua posizione mi sembra molto ingenua. E’ evidente che in sede europea si possono prendere delle decisioni politicamente impraticabili in patria, come la recente decisione del consiglio dei ministri di di portare il limite massimo dell’orario di lavoro settimanale a 65 ore. Una volta definitivamente adottata in sede europea il piu’ é fatto. Chi aveva dato mandato al ministro francese di prendere una posizione che raddoppia l’orario legale di lavoro del suo paese? In conclusione, la mia impressione é che la sua posizione sulla democrazia si possa riassumere cosi: gli elettori si limitino a scegliere una volta ogni 5 anni uno tra i capi di partito proposti che li diriga e poi se ne tornino davanti alla televisione.

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