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LE SORTI DELL’EUROPA

Il no dell’Irlanda al Trattato di Lisbona ripropone la contraddizione di un’Europa che deve raggiungere una maggiore integrazione e dotarsi di istituzioni più efficaci e responsabili e che però non riesce a superare gli ostacoli frapposti da piccole minoranze. Con conseguenze assai serie. Tuttavia, non vi è un termine ultimo per la ratifica e si può cercare di riavviare il negoziato. Intanto, gli altri paesi dovrebbero confermare rapidamente gli impegni assunti. Vale soprattutto per l’Italia. Per far parte di un’avanguardia coesa che vada avanti comunque.

L’esito negativo del referendum svoltosi in Irlanda sul Trattato di Lisbona ripropone la contraddizione che da tempo l’Europa unita vive. Da un lato, essa deve non solo mantenere le conquiste acquisite, ma anche svilupparle, mediante una maggiore integrazione in aree come la giustizia e gli affari interni, dotandosi nel contempo di istituzioni più efficaci e responsabili. Dall’altro lato, però, non riesce a superare gli ostacoli, posti da piccole minoranze, che impediscono alle sue potenzialità di esprimersi. Le conseguenze sono purtroppo assai serie. Nell’incerta prospettiva che si delinea, almeno tre aspetti richiedono un immediato approfondimento: le conseguenze giuridiche per il Trattato, le prospettive politiche nel breve periodo, la posizione dell’Italia.

ASSENZA DI VINCOLI TEMPORALI

A Lisbona, la volontà di avanzare verso un’Europa più unita è stata da tutti affermata solennemente. Ma non si è trascurata l’eventualità d’impedimenti, se non di eventi traumatici. L’eventualità è disciplinata dall’articolo 6 del Trattato, il quale prevede due ipotesi. La prima è che il Trattato entri in vigore il 1° gennaio 2009, qualora tutti gli Stati abbiano provveduto alla ratifica. In caso contrario, l’entrata in vigore è posticipata al primo giorno del mese successivo al deposito della ratifica da parte dello Stato che vi provveda per ultimo. Dunque, non vi è un termine ultimo per ratificare. In ciò vi è un aspetto negativo, ossia la maggiore difficoltà d’ottenere una spedita ratifica nei paesi incerti. Ma vi è anche un importante aspetto positivo d’ordine pratico: l’assenza di vincoli temporali alle iniziative volte a porre rimedio alle conseguenze del voto irlandese.
Anche per questo motivo, il buon senso e l’insegnamento che dalla storia può trarsi, inducono a ritenere che sia necessario sollecitare l’avvio di negoziati, per quanto possibile discreti. Contrariamente a quanto i volenterosi sostenitori dell’Europa come “casa di vetro” pensano, un ingrediente essenziale per il successo dell’integrazione comunitaria è consistito, soprattutto in alcuni momenti cruciali, nella relativa opacità dei negoziati tra diplomatici e rappresentanti delle istituzioni comunitarie. Ciò ha consentito di chiarire le posizioni di partenza, le possibili compensazioni, le prospettive di compromesso. È da auspicare che gli attuali governanti europei si mostrino all’altezza, se non dei padri fondatori, quanto meno di Delors, Kohl e Mitterrand, i quali seppero contenere le conseguenze del primo referendum negativo, svoltosi in Danimarca all’epoca del Trattato di Maastricht.

IL RUOLO DELL’ITALIA

Mentre i negoziati procedono, è bene che i processi di ratifica siano completati: per confermare gli impegni assunti a Lisbona, ma anche per porre le premesse per una nuova consultazione in Irlanda. Ciò vale, in particolare, per l’Italia. Il nostro non è soltanto uno dei paesi fondatori. È anche uno dei paesi per i quali il complesso gioco dell’integrazione è stato più chiaramente a somma globalmente positiva, malgrado isolati effetti negativi. I trattati comunitari hanno garantito, come ricordava Guido Carli, l’ancoraggio al libero mercato nel periodo in cui da noi prevalevano le sirene del collettivismo e i fautori di politiche finanziarie irresponsabili, delle quali ancora oggi paghiamo gli ingenti costi. I trattati e l’opera delle istituzioni comuni hanno, se non promosso, sollecitato la trasformazione della struttura economica italiana. La moneta unica ha attutito le conseguenze delle crisi finanziarie internazionali. È, dunque, non solo opportuno, ma necessario che la ratifica del Trattato di Lisbona sia effettuata speditamente. Ciò consentirebbe, inoltre, all’Italia di porsi in prima linea tra i paesi disposti a formare coese avanguardie che, come accadde mezzo secolo fa, perseguano l’obiettivo d’una più stretta integrazione in settori strategici.

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UNA NUOVA UNIONE DALLE CENERI DEL REFERENDUM

  1. Massimo GIANNINI

    Non riesco a capire come si potranno avere tempi rapidi a meno di non commettere mosse giuridiche e diplomatiche azzardate e poco trasparenti. La ratifica del Trattato necessita l’unanimità, e questo sta scritto e approvato da tutti. Poiché l’Irlanda ha detto no il Trattato formalmente non puo’ entrare in vigore. Possiamo attivare tutte le diplomazie che si vogliono ma qualcuno dovra spiegare agli irlandesi che ci siamo sbagliati, che il referendum non andava fatto e che del loro voto non si terrà conto. Alla meno peggio li facciamo rivotare affinché dicano si’ perché il primo non non non era valido. Non era meglio pensarci prima, visto che l’errore lo si era già fatto una volta? Non si rischia di creare un precedente o vulnus giuridico e democratico? Certo si dovrebbe andare avanti comunque ma non si puo’ stracciare quanto scritto e concordato, soprattutto sull’entrata in vigore che é un fatto non da poco. A meno di un blitz, non vedo tempi rapidi, cosa che le istituzioni e i politici non hanno mai avuto. Bastava un po’ di lungimiranza per non cadere in trappola nuovamente perché Olanda e Francia ce lo avevano segnalato già. Ci manca l’Italia, dove la Lega Nord promette bene…

  2. Luca Nobile

    Caro Giacinto, concordo senz’altro sull’esigenza di accelerare il processo di unificazione dell’Europa. Mi domando però se l’ostacolo provenga davvero da "piccole minoranze". In reatà in Irlanda, così come in Francia e in Olanda (e cioè, se non sbaglio, in tutti i Paesi che hanno deciso a suffragio universale), è stata una netta maggioranza dei titolari della sovranità ad aver votato contro. Solo nei Paesi dove a decidere è stata la classe dirigente – una "piccola minoranza" d’altro tipo – i Trattati sono stati approvati. Mi chiedo dunque se il problema non sia quello di una crisi di consenso di questa classe dirigente. Cosa sta facendo – e cosa sta comunicando – per raccogliere il consenso? Quali risposte offre ai bisogni e alle aspirazioni della gente? Quali sogni suscita, quali incubi dissipa? Non siamo cinesi. L’Europa non si fa senza Europei.

  3. giorgio cavallari

    Concordo pienamente con l’autore sulla necessità di procedere rapidamente alla ratifica del trattato da parte dell’Italia; è sorprendente che non sia ancora arrivata al voto parlamentare. Quando tutti i paesi avranno votato, sarà chiaro chi è pro e chi è contro. Mi domando se sarebbe possibile indire un referendum tra tutti i cittadini della comunità, non nazione per nazione, che accettino o rifiutino una costituzione europea di alto livello, in cui riconoscersi come cittadini portatori di sovranità. Una volta approvata una costituzione europea si potrebbe domandare ad ogni nazione di indire un referendum per chiedre " volete continuare ad essere membri della comunità europea?"

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