In questo clima agostano diviso tra calura e fibrillazioni dello spread per un giorno il tema delle liberalizzazioni è ricomparso sulle pagine dei giornali. Nella forma un po’ bizzarra di due ore di serrata degli ombrelloni negli stabilimenti balneari italiani. Più della rilevanza pratica (orario mattutino, principali vittime nonne e nipotini) colpisce il tono catastrofico e reboante delle motivazioni che hanno spinto i gestori degli esercizi balneari a opporsi all’applicazione della direttiva Bolkestein, che dal 2016 prevede il meccanismo dell’asta per l’assegnazione delle aree demaniali su cui gli stabilimenti balneari sorgono, in sostituzione dell’attuale rinnovo automatico della concessione. “Non si può pensare di uccidere l’economia dei territori – ha sostenuto, ad esempio, con tono ultimativo l’on. David Favia di Idv – per fare favori a poche e grandi aziende internazionali pronte a rilevare all’asta le nostre aziende senza pagare un euro di avviamento dopo che questi operatori hanno investito per decenni trasformando catapecchie in aziende importanti: bisogna salvaguardare la nostra economia”. Curiosamente, l’immagine delle multinazionali russe e cinesi pronte a soppiantare gli storici gestori dei Bagni Garibaldi è stata uno dei leit motiv della protesta. Offrendo un quadretto ricorrente quando si parla di concorrenza. La liberalizzazione del vicino è sempre più urgente. La colonizzazione della nostra economia. La distruzione del lavoro. Gli investimenti che mancano. Che queste lamentele, che con un diverso mix abbiamo ascoltato lo scorso inverno declinate sui taxi, le farmacie, gli studi professionali, riemergano ora per gli stabilimenti balneari fa alquanto sorridere. Per l’ingenuo tentativo di nascondere, dietro lo spettro del bagnino russo che rudemente riprende i bambini chiassosi, o della scodella di borsh servita al posto della nostrana frittura di pesce, un problema molto semplice di rottura di situazioni stratificate di rendita, in cui il cliente, solitamente non residente nel comune, viene tosato per un po’ di ombra e in cui le rendite così acquisite vengono ripartite in modo poco trasparente tra stato e gestori. Che esistano problemi di remunerazione degli investimenti compiuti una volta che la concessione termini è un problema reale. Ma che non richiede soluzioni particolarmente complicate per essere adeguatamente risolto, come in molti altri settori liberalizzati si è già provveduto a fare. Che esista un insaziabile appetito delle multinazionali russe e cinesi a prendere possesso delle nostre coste, invece, lo lascerei ai motti di spirito delle chiacchiere da spiaggia.

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