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ANCORA LUNGA LA MARCIA DEL FEDERALISMO FISCALE

Nonostante la vittoria della Lega, il percorso del federalismo fiscale è ancora in salita. Le due questioni fondamentali dei rapporti Nord-Sud e Regioni-enti locali sono lontane da soluzioni condivise e minacciano di creare spaccature all’interno di maggioranza e opposizione. Non basta il generico invito all’accordo bipartisan. Occorre individuare una ricomposizione di forze che sfrutti le componenti federaliste delle due parti, pur rispettando il vincolo di non creare pericoli al governo. Non è un risultato facile da raggiungere e richiede fantasia, anche sul piano procedurale.

Il federalismo fiscale sembra a portata di mano dopo la vittoria della Lega, rendendo quindi effettivo il federalismo introdotto dal Centrosinistra con la riforma del titolo V della Costituzione. Ètuttavia opportuno avvertire che permangono rilevanti questioni da affrontare.

PEREQUAZIONE NORD-SUD

Prima questione: come sciogliere il nodo Nord-Sud? Il problema è quanto e come il Nord debba sussidiare il Sud in nome del federalismo solidale. Non mancano le controversie interpretative sul comma 3 dell’articolo 119 che parla di perequazione della capacità fiscale. Personalmente aderiamo alla tesi che occorra perequare le differenti capacità fiscali fino a garantire a ciascun ente, insieme con le altre entrate, la copertura del proprio fabbisogno. Bisogna dare, dice in buona sostanza la Costituzione al comma 4 dell’articolo119, quanto serve affinché regioni ed enti locali, grazie all’aggiunta di tali trasferimenti perequativi alle entrate locali e alle compartecipazioni al gettito territoriale delle imposte nazionali, siano in grado di svolgere integralmente le loro funzioni. Ma bisogna precisare i due termini di riferimento: lo sforzo fiscale che anche il Sud deve fare e il livello di efficienza che si assume nel calcolo dei costi dei servizi pubblici per determinare il fabbisogno. E siamo lontani dalla definizione. Circa il come, il confronto dell’anno scorso, svoltosi attorno al progetto di federalismo fiscale elaborato dal governo Prodi, ma non arrivato a compimento, si era concluso con la vittoria del Sud che pretendeva la perequazione verticale,  ossia la triangolazione (il Nord dà allo Stato che poi dà al Sud) anziché la perequazione diretta dal Nord al Sud, ossia la perequazione orizzontale, come chiedeva il Nord, ma anche come auspicava  l’Ocse nel suo rapporto 2007 sull’Italia, in nome di una maggiore trasparenza dei flussi. Anche qui le interpretazioni giuridiche sono discordanti: chi pretende che la forma verticale sia imposta dalla Costituzione, che all’articolo 117 riserva allo Stato la legislazione esclusiva in materia di perequazione territoriale; e chi sostiene che, ovviamente regolando la materia attraverso una legge dello Stato, sia possibile e opportuna la forma orizzontale, sicché il cedimento delle Regioni del Nord nelle trattative andrebbe interpretato come un mero compromesso politico (la solidarietà impone anche di esaudire il desiderio dei beneficiari di ricevere formalmente dallo Stato anziché dalle regioni più ricche). Èil caso di riprendere la questione? Ricordando la sistematica e grave opacità nei rapporti tra Roma e gli enti locali, occorrerà almeno vigilare con intransigenza  affinché le informazioni sui flussi siano disponibili, tempestive e affidabili.

IL NODO REGIONI-ENTI LOCALI

Seconda questione: come sciogliere il nodo Regioni-enti locali? Le Regioni chiedono di essere le uniche destinatarie dei trasferimenti perequativi dello Stato ed esse poi ridistribuiranno ai propri enti locali. Ma questi ultimi non vogliono avere intermediari con lo Stato. Sul piano giuridico sembra esserci spazio per tutte le tesi. L’articolo 119, comma 4, dice infatti che “la legge dello Stato istituisce un fondo perequativo per i territori con minor capacità fiscale”, il che sembra compatibile sia con un fondo unico dato alla Regioni sia con un fondo articolato in più canali con cui lo Stato dà direttamente a province e comuni. Al di là degli argomenti giuridici, sta la  diffusa diffidenza delle province e dei comuni nei confronti delle Regioni: il fondo unico regionale “potrebbe” dare risultati migliori (minori costi di gestione e più consapevole redistribuzione locale), ma potrebbe anche invogliare la Regione a tenersi una fetta eccessiva e a distinguere troppo tra enti locali amici e nemici. Il paradosso della devoluzione italiana sta insomma nella permanenza di un municipalismo che in varie parti del paese teme la Regione più di quanto non tema lo Stato. L’anno scorso sembrava raggiunto l’accordo sul legame diretto con lo Stato da parte dei grandi comuni, con popolazione da specificare, e le città metropolitane, oltre che le province, mentre le Regioni avrebbero ricevuto e ridistribuito tra i piccoli comuni. Invece è stata  rottura da parte dei comuni che rivendicano tutti il loro diritto di essere interlocutori diretti dello Stato.
Ultima questione: con quali forze parlamentari portare a compimento il federalismo? La domanda non è retorica, perché i nodi sopra menzionati dei rapporti Nord-Sud e Regioni-enti locali attraversano gli schieramenti e quindi potrebbero mettere a dura prova la pur vasta maggioranza  governativa. Non sembra ipotizzabile il ricorso al “voto di coscienza” che viene talvolta usato per  delicate decisioni in campo etico. Ma non basta nemmeno la classica soluzione bipartisan, che vede la  maggioranza e l’opposizione, ciascuna coesa al proprio interno, adottare un compromesso. Qui si tratta di cercare una ricomposizione di forze che faccia leva sulle componenti federaliste esistenti nelle due parti e che tuttavia rispetti il vincolo, per non produrre  rigetto, di non creare pericoli al governo. Sarà un risultato non facile da raggiungere, che probabilmente richiederà fantasia anche sul piano procedurale.
In conclusione, attendiamo con fiducia il federalismo fiscale, ma la strada è ancora in salita.

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13 commenti

  1. Giovanni Posani Loewenstein

    La situazione del Mezzogiorno è drammatica; criminalità, malgoverno, deresponsabilizzazione complessiva della società. un gap di capitale sociale spaventoso, hanno fatto sì che i due ultimi QCS abbiano fallito nel loro scopo primario: la riduzione delle distanze nord sud del Paese. Di contro, però, c’è un ricambio in talune regioni che lascia sperare, con l’arrivo di tecnocrati preparati, che prendono lo spazio che in parte la "politica" sta abbandonando (Campania, Calabria ecc.) Occorre aiutare questo processo e la leva più importante è, a mio parere, la responsabilizzazione fiscale; ma occorrono proposte ben comprensibili da tutti, che provochino anche sul piano elettorale cambiamenti profondi di comportamento. L’idea potrebbe essere questa: tutte le imposte dirette alle Regioni (con la responsabilità del prelievo), tutte le imposte indirette allo Stato. (occorre valutare, ovviamente i fabbisogni Stato e Regioni, ma il principio deve essere chiaro e senza fumosità. Poi un fondo perequativo decennale e decrescente tra le regioni del nord e quelle del sud, diretto o triangolato attraverso lo Stato.

  2. Bruno De Leo

    La marcia sarà lunga se si vogliono risolvere tutti insieme i numerosi problemi; la perequazione verticale mi pare sia ormai accettata dai più; insisto che invece imbarcarsi nella costruzione di parametri su cui calcolare i costi standard dei vari servizi si parta subito dalla spesa storica assegnando congrue risorse finanziarie (compartecipazioni, addizionali, assetgnazione diretta di tributi statali). Per quanto riguarda il dualismo regioni-enti locali ho sempre sostenuto che la perequazione dovrebbe essere gestita dalle Regioni anche tenendo presente che sempre più funzioni legislative dovranno essere trasferite alle stesse a completamento del federalismo amministrativo. E’ necessario invece aiutare gli Enti locali a contare di più in sede regionale e per questo il contrasto di interessi all’interno della regione e nei confronti della Regione, determinato da una perequazione gestita a livello regionale, è un forte elemento di stimolo.

  3. Ettore Jorio

    Fino a quando si continuerà a dare per scontata l’esistenza di un nodo nord-sud da sciogliere, si rimarrà prigionieri del problema. Necessita, invece, un (ri)concepimento culturale del federalismo fiscale, tanto da erigerlo a modo di fare nazione. Occorre pervenire ad una individuazione del suo reale funzionamento, sì da rifondare l’idea-progetto del finanziamento pubblico, per far sì che si assicuri comunque l’esigibilità dei Lep afferenti i diritti civili e sociali. Un tale rinnovamento dovrà passare attraverso un diverso concepimento tesoro pubblico produttivo, garante dell’unità sostanziale della Repubblica, ancorché compartecipato dai ceti più a reddito (artt. 2 e 53 Cost). Di contro, si avverte la tendenza a monetizzare solo i metodi del confronto, estremizzando il significato di federalismo fiscale in termini di percentuali compensative. Bisogna distogliere l’attenzione dalle ricchezze che si trattengono e preoccuparsi di più di quali risorse si rendono disponibili per il benessere collettivo. Come dire, vanno prima individuate le funzioni/attribuzioni da assegnare alle regioni, da garantire con la perequazione solidale, piuttosto che interessarsi di trattenere più risorse

  4. Marco Esposito

    Sono un napoletano agiato e pago molte più tasse della media dei contribuenti del Nord. A chi verso le tasse? Fino a prova contraria allo Stato centrale e non alla Regione Campania. Lo Stato può decidere con legge che una quota dell’Irpef resti alle Regioni di residenza (e che le Regioni possono modulare entro certi limiti le aliquote). E sempre lo Stato può decidere che nel caso in cui le entrate così fissate non riescano a coprire i costi standard di determinati servizi essenziali, come la sanità, ci sia un fondo di perequazione che integri le risorse. Tale fondo è alimentato non, come si vuol far credere, dalle Regioni del Nord, bensì dai contribuenti che versano più imposte. Ovvero da persone (o aziende) agiate come me. Il modello cosiddetto orizzontale prevede che io ricco del Sud versi le tasse a Roma, che le gira a Milano in base alle rilevazioni sui consumi e poi obbliga Milano e versarne una parte a Napoli per perequare. Non è troppo complicato? Vorrei che l’autore mi spiegasse perché a suo parere quando verso le tasse sono italiano e quando ricevo servizi divento un napoletano che deve ringraziare i milanesi.

  5. fabrizio spirolazzi

    Non condivido le premesse. Cosa significa trovare un accordo bipartisan che rispetti il vincolo di non creare pericoli al governo? Questa maggioranza ha ottenuto al nord un vasto consenso grazie alla promessa del federalismo fiscale. Se ora questo governo non è in grado di mantenere le promesse è giusto che vada in difficoltà e se fossi la Lega, non solo manterrei la minaccia di una crisi di governo in caso di una mancata riforma fiscale, ma sarei coerente con le promesse fatte agli elettori e dalla minaccia passerei ai fatti. E l’opposizione faccia il suo mestiere: incalzi il governo sulle cose da fare senza avere l’obiettivo di non "creare pericoli al governo".

  6. Luca

    Se ogni amministratore pagasse a proprie spese, soprattutto economicamente, per gli errori che commette, non avremmo bisogno di fare alcun federalismo. Con il federalismo, tenuto conto che dovrà comunque alimentarsi un fondo perequativo, le regioni virtuose aumenteranno i costi per ridurne il versamento. Le risorse ritorneranno immediatamente in regione. La Lombardia, infatti, pare abbia il più alto numero di cariche politiche ben retribuite.

  7. umberto carneglia

    Mi domando se l’abolizione dell’ici sulla prma casa non vada in direzione opposta al federalismo fiscale. Questo provvedimento, sicuramente non prioritario, lascera’ i Comuni a secco, e quindi verosimilmente richiedera’ l’interevento sostitutivo della fiscalita’ generale. Se le cose andranno cosi’ , a finanziare i Comuni non saranno risorse locali ma risorse nazionali centrali, cioe’ il contrario del federalismo fiscale. Non essendo un esperto del ramo posso sbagliare, ma la mia impressione e’ questa.Mi domando come mai il Centrodestra abbia proposto una cosa del genere.

  8. antonio petrina

    MA come si fa a dire che le regioni virtuose allargano i costi per pagare le regioni povere, quando con questo sistema di federalismo già le regioni sciupone non fanno nulla per ridurre i disavanzi nella sanità ( vedi LAzio e BAsilicata) e poi si grida allo scandalo perchè la Lombardia pone dei vncoli alla ridistribuzione delle risorse con il fondo perequativo stabilito dalla costitiuzione? Una cosa però è aiutare le regioini povere ed un’altra quelle che scialaquano la spesa pubblica ed i nostri figli erediteranno le spese fino alla quinta generazione ! Per queste ragioni una modifica del fondo erequativo a fiini di solidarietà si impone ed un accordo bipartisan è auspicabile tra tutti i riformisti volenterosi di vario colore politico! Ieri su IL Sole 24 ore del 14 maggio si pubblicava che la Lombardia con luna quota del’Iva del suo territorio e con la compartecipazione irpef minima raggiungerebbe il doppio delle attuali risorse : sembra troppo per la ricchezza di una regione? Non credo ,perchè il resto al 50% dei tributi andrebbe per la solidarietà ( leggi : fondo perequantivo) e con vincoli di destinazione alle regioni povere ma virtuose che hanno.

  9. daniele

    Nessuna perequazione sarà mai possibile né accettabile se: a) non si trova il modo di legarla all’efficienza del sistema di riscossione che sta alla base del calcolo della "capacità fiscale". Non è infatti sostenibile (politicamente) che si chieda territori che sono più ricchi ma che registrano livelli di evasione (in termini proporzionali, non assoluti) largamente più bassi di cedere quota della ricchezza se i territori più poveri ("a minor capacità fiscale") non sono in grado di raccogliere almeno il "dovuto". b) se i costi di servizi e prestazioni – e la loro efficacia – non sono almeno paragonabili tra regioni a maggiore o minore capacità fiscale. per intenderci: non è ammissibile che la raccolta dei rifiuti in campania abbia un costo pro capite più alto che in tutto il paese con i risultati che tutti possiamo vedere e si chieda anche che quel costo venga sostenuto "per solidarietà" dai territori che spendono meno e dispongono di un servizio che funziona. Ci si adegui ai costi, si ottengano risultati e, allora e solo allora, si pretenda di far coprire ad altri la parte per cui le risorse non sono necessarie. Cordiali saluti, daniele, milan

  10. carlo la bella

    Ad occhio mi sembra una soluzione semplicistica, ma a volta sono le cose semplici quelle percorribili. Sono favorevole almeno alla sperimentazione del federalismo fiscale quale mezzo di stimolo per un livello di progressso e civiltà più omogeneo tra le aree e tra le regioni. Ipotizziamo quanto suggerisce la Costituzione che ognuno contribuisce secondo capacità e lasciamo che le regioni siano persone giuridiche che riscuotono tutte le gabelle dai cittadini. Dalla raccolta verseranno a Roma il secondo scaglione irpef e la quota del rimborso del debito e con il resto manderanno avanti la spesa della regione. Se non bastano si daranno da fare per scovare gli evasori. Loro li conoscono. Altrimenti i cittadini se la prenderanno con la regione ladrona e non li eleggeranno più.

  11. enzo

    Le motivazioni alla base delle attuali proposte definite di “federalismo fiscale”, sono di carattere politico e non tecnico. Una parte politica ritiene "giusto" che i territori più ricchi, che conseguentemente versano maggiori imposte, trattengano una parte maggiore (la quantificazione di questa parte è il prossimo problema del governo) di queste imposte. Ritengono inoltre che i territori "più ricchi" siano anche "più efficienti" delle altre regioni e dello Stato centrale nel gestire le risorse. La conseguenza è che le regioni trattengano una parte cospicua delle entrate tributarie generate dal territorio e le stesse decidano come spenderlo. Il principale problema, si dice, è che molte regioni, in particolare quelle del sud, non avrebbero le risorse necessarie. In realtà regioni come la Valle d’Aosta o province come il sud Tirolo si troverebbero in una situazione di drastico cambiamento, ricevendo, attualmente, un abitante di queste regioni a statuto speciale più trasferimenti dalla stato centrale che un calabrese; tuttavia le prime al contrario della più povera Calabria sono tutelate da accordi internazionali di cui non si potrà non tener conto. Ritengo che fra tutte le imposte, quella più federalista caratterizzata da una forte disparità fra nord e sud di capacità produttiva e di reddito, sia l’Iva. Infatti la disparità tra nord e sud è maggiore nella capacità produttiva che nei consumi. Se un abitante del nord produce 100, uno del sud produce 60, ma se un abitante del nord consuma 100 un abitante del sud consuma 80 (non ho dati sottomano ma credo che queste proporzioni rendano l’idea). L’Iva, rispetto ad altre imposte, creerebbe un impatto negativo minore per le regioni del sud anche restando nel territorio che l’ha generata. Un altro aspetto che renderebbe l’Iva “più equa” è che buona parte dei consumi dei cittadini del sud riguarda prodotti provenienti dal nord; in questi casi, ogni volta che un consumatore del sud paga l’Iva egli paga un imposta per un reddito che va al nord.

  12. Carmine Meoli

    Non aggiungo commenti di principio, ma esprimo solo due preoccupazioni – è stato elaborato qualche scenario per individuare e misurare le conseguenze ( desiderabili e indesiderate ) di una riforma federale ? – disponiamo di strumenti per ripartire in modo non distorto o distorsivo il gettito delle varie imposte, tasse , accise etc? Solo un esempio e non certo il più qualificante: siamo proprio certi che il 18% dell’introito fiscale derivante da lotto e lotterie "provenga" dalla Lombardia. Ovvero in che modo si identifica il "luogo di provenienza"? E che dire dire della allocazione geografica del gettito IVA, ovvero è allocato in base alla regione di residenza del dichiarante o in base alla regione di consumo o ripartito per fasi ? E qualcuno pensa alle implicazioni ammininistrative o ai costi per le imprese per la introduzione di dichiarazioni "regionali"? Qualcuno ha memoria di come veniva determinata la tassa "focatica" : per gli oppositori riconosciuti e per i sodali delle maggioranze?. Un caro saluto Carmine Meoli

  13. filippo guidarelli

    Al di là di come venga organizzato il federalismo, che poi politicamente è la vera questione, rimane il punto del come si sia giunti a metterlo in atto. Il federalismo assume, ed è inutile negarlo, una forma punitiva ed egoistica da parte del nord che si autoassolve contro un sud parassitario. Evidentemente questa è una questione ideologica, o comunque pertinente alla comunicazione politica, come si dice oggi, eppure è emblematica: la maggior parte delle persone, soprattutto al nord, si aspetta solo di essere più ricca e di punire i fannulloni: di ciò che rimane di uno stato e della solidarietà non c’è ombra di interesse, ed infatti liberismo e federalismo vanno di pari passo, vedi il Berlusconi 2001-2006. Oltre e insieme al problema politico, qui c’è innegabilmente anche un problema di cultura, di un senso del bene pubblico che non c’è più, divorato da egoismi economicisti e clientelismi parassitari.

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