Molto interessante il commento di Carlo sul sistema inglese. Sembra un sistema molto flessibile, con la più ampia possibilità di scelta, un buon vantaggio fiscale e il contributo del datore di lavoro. Il “fai da te” per quello che riguarda la composizione del portafoglio può essere una soluzione per persone con una buona cultura finanziaria, anche perché consente di risparmiare sui costi di gestione.  Forse non è adatto a tutti, ma rende il mercato più concorrenziale e non vediamo motivi per vietarlo. Starà ai promotori delle diverse forme previdenziali convincere le persone che conviene affidarsi a gestori professionali. Ci sembra che l’idea meriti di essere presa in seria considerazione.

Riguardo al commento di Ivano, osserviamo che anche le forme individuali (Fip e fondi aperti ad adesione individuale) possono fruire del contributo del datore di lavoro. A differenza di quanto avviene nelle forme collettive, il lavoratore deve però ottenere di volta in volta il consenso del datore di lavoro. E deve essere correttamente informato: gli schemi Covip di Nota Informativa prevedono che venga richiamata l’attenzione del lavoratore sulla necessità di verificare se e a quali condizioni egli abbia diritto al contributo del datore di lavoro. Ivano ritiene che recuperare il contributo del datore di lavoro attraverso la performance del fondo sia “praticamente impossibile”. Ha ragione. Proprio per questo bisogna cambiare la legge, in modo che il contributo del datore di lavoro segua le scelte del lavoratore riguardo alla destinazione del Tfr. In un mercato concorrenziale non può esistere una discriminazione di questo tipo fra forme previdenziali, come ha argomentato Pietro Ichino su questo sito (7/11/2005), nonché, con formale comunicazione al Parlamento, l’Autorità Garante della Concorrenza (28/9/2005). Questa discriminazione che fa sì che nella stragrande maggioranza delle imprese, a meno di atti di liberalità del datore di lavoro, il lavoratore abbia una sola possibilità di scelta (il fondo negoziale); qualche volta, nelle piccole o medie imprese, oltre al fondo negoziale, c’è  un fondo aperto ad adesione collettiva. Di qui la segmentazione del mercato di cui parliamo nell’articolo. Non sembra un’architettura ragionevole, almeno per chi crede che alla lunga la concorrenza sia il modo migliore per fornire servizi efficienti a prezzi bassi.     

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I budget, ossia obiettivi quantitativi sulla base dei quali vengono erogati incentivi a dipendenti e collaboratori, possono essere all’origine di fenomeni di mis-selling, per evitare i quali occorrono le regole (trasparenza, conflitto di interressi, responsabilità ecc.). Ma sono anche un formidabile strumento di efficienza utilizzati in tutte le imprese private. Anziché denigrarli, sarebbe utile pensare a come estenderli, ad esempio, alla pubblica amministrazione per renderla un po’ meno inefficiente. Robert Schiller dell’Università di Yale colloca gli incentivi ai venditori di prodotti finanziari e assicurativi fra le importanti  innovazioni della finanza, perché consentono di indurre le persone a intraprendere atti di previdenza, cui altrimenti dovrebbe pensare lo Stato, con costi più elevati a carico del contribuente (“Il Nuovo Ordine Finanziario”, Il Sole 24 Ore, 2003). L’obiettivo del venditore è ovviamente quello di vendere, ma per fare questo deve dedicare tempo al cliente per spiegargli le caratteristiche dei diversi prodotti, in relazione alle esigenze che gli vengono prospettate. Possiamo chiamare questa attività come più ci aggrada (consulenza o altro), ma è certo che si tratta di un’attività utile, anzi necessaria. Naturalmente deve essere svolta secondo regole di correttezza e trasparenza. 

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