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FONDI E CASSE: LA FRAMMENTAZIONE COSTA

Gli alti costi delle pensioni integrative potrebbero ridursi grazie a un disegno più intelligente dei fondi non profit. I costi fissi di gestione potrebbero essere ammortizzati su un ammontare di contributi più elevato. Le autorità competenti dovrebbero perciò prevenire la proliferazione di schemi pensionistici di dubbia utilità e di costo sicuro e promuovere le fusioni di quelli già esistenti. In questo difficile compito, dovrebbero essere aiutate dalle rappresentanze di professionisti e di altre categorie di lavoratori.

Siamo oramai rassegnati all’idea che una parte delle nostre pensioni debba volteggiare sull’ottovolante dei rendimenti finanziari, visto che i nostri figli non riuscirebbero a mantenerci con il vecchio sistema. Sappiamo anche di dipendere dall’abilità di chi gestisce i contributi per nostro conto e dalla cura con cui i membri dei consigli di amministrazione selezionano i gestori finanziari. Dipendiamo anche dalla fortuna, in quanto ciascuno – infermiere, metalmeccanico, notaio, chimico -viene “attribuito” a una cassa di previdenza o a un fondo di pensione di categoria in base alla professione. A pensarci bene, viene spontaneo chiedersi perché si debbano avere gestioni diverse in base alla professione. Forse che la gestione finanziaria ne beneficia? Oppure la frammentazione fa solo lievitare i costi?

ACCORPAMENTI DOLOROSI, MA UTILI

Per avere un’indicazione possiamo guardare agli Stati Uniti, che hanno una tradizione consolidata di pensioni integrative “chiuse”. Piccoli e grandi enti locali hanno infatti la loro “cassina” o “cassona” pensionistica, società e categorie di ogni dimensione il loro “fonduccio” o “fondone”. Se si va a vedere il costo di gestione, il dato evidente è che aumenta quando la dimensione del fondo si riduce. Il rendimento della gestione peggiora o resta invariato all’aumentare della frammentazione. (1)
Questo implica che, se tante di quelle cassine e di quei fonducci si accorpassero, i futuri pensionati in media ci guadagnerebbero. La ragione è semplice: ci sono costi fissi, di tenuta della contabilità, di gettoni ai consiglieri di amministrazione, di consulenza finanziaria, che potrebbero essere utilmente ammortizzati su un ammontare di contributi più elevato. Non si vuole negare che, spesso, i fondi chiusi abbiano costi inferiori a quelli aperti, essendo questi ultimi for profit. Potrebbero però ridursi ulteriormente sfruttando le economie di scala. Èperò facile intuire la ragione della mancata fusione di  cassette e fonducci, nonostante siano istituzioni non profit: gli accorpamenti sono dolorosi, per il contabile che viene considerato un duplicato inutile di un altro, per il consigliere di amministrazione o il consulente finanziario che perdono il loro reddito. Quindi o le fusioni vengono promosse a livello centrale, oppure non si fanno. E l’inutile spesa viene pagata dal futuro pensionato.
Un “fondone” statunitense, con competenze notevoli e performance relativamente buone da decenni, è Tiaa-Cref che si occupa, oltre che dei professori universitari, dei lavoratori della sanità. In Italia c’è una cassa per farmacisti, una per veterinari, una per medici e una per infermieri. Non escludo che ci sia quella per i fisioterapisti, e mi domando se gli ordini professionali e i sindacati competenti, forse ignari del problema dei costi fissi, stiano progettando quella per gli anestesisti. La situazione non è specifica del comparto medico e paramedico, si estende a molte altre professioni. Una veloce lettura dell’albo dei fondi pensione sul sito Covip conferma la frammentazione anche nel comparto dei fondi di nuova istituzione.
Gli alti costi delle pensioni integrative, lamentati di recente da Bruno Mangiatordi , potrebbero ridursi grazie a un disegno più intelligente dei fondi non profit. Da qui l’auspicio che le autorità competenti prevengano la proliferazione di schemi pensionistici di dubbia utilità e di costo sicuro, e promuovano le fusioni di quelli già esistenti. E che siano aiutate, in questo arduo compito, dalle rappresentanze di professionisti e di altre categorie di lavoratori.

(1) Si veda il paper e http://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=965388.

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Leggi anche:  Atti dovuti: la riforma della governance Inps

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L’ITALIA NELLA SPIRALE DEL “DEGIOVANIMENTO”*

  1. lorenzo marzano

    Proprio nella sua Torino insegna il Prof Beppe Scienza che nel suo libro "La pensione Tradita "mette in guardia dai fondi complementari per i rischi che configurano;in particolare quando lo stile di gestione sia tale da mirare a guadagni superiori a quelli garantiti dall’INPS . Poche altre voci si sono levate almeno per far capire pro e con’s delle due soluzioni e metterli in guardia da certe polizze index linked che fanno guadagnare molto solo alle banche-assicurazioni . Sempre in Piemonte sono stati organizzati dei seminari gratuiti a cura della Regione per sensibilizzare al problema . Ho invano scritto a Marazzo per due volte proprnendo di copiare tale iniziativa nella regione lazio . Ho altresì scritto al Ministro del lavoro Damiano ironizzando che lo stesso non dovrebbe fare il promotore di fondi complementari vantandone il numero. anche qui in nome della autoreferenzialità offesa nessuna risposta . Taccio sul fatto che i sindacati non dovrebbero avere interessi vestiti nei fondi.
    Lorenzo Marzano

  2. Federico Pezzolato

    L’analisi dell’articolo è senza dubbio condivisibile e ragioni di efficienza (e anche buon senso spicciolo) spingerebbero ad un accorpamento dei fondi per ottenere delle economie di scala. Purtroppo l’efficienza (e anche il buon senso) è sconosciuta nel nostro paese. I sindacati a cui fa riferimento l’Autore, in particolare, sono molto più interessati al proliferare dei posti nei CdA – e ai relativi gettoni – che al rendimenti dei fondi alla cui amministrazione partecipano. Vedo solo due possibili soluzioni: o, dal basso, una presa di coscienza da parte degli iscritti – ma ci credo poco – o, dall’alto, un’imposizione legislativa che limiti il moltiplicarsi di fondi in settori omogenei, quindi, un fondo per la sanità, uno per il commercio e così via. Senza contare che ci sono anche altre realtà, come i fondi regionali, diffusi solo in alcuni ambiti territoriali.

  3. Maurizio Sarti

    L’interessante intervento di Giovanna Nicodano solleva, a ragione, uno dei punti nodali della redditività dei fondi pensione: i costi di gestione, più alti per quelli aperti e, notevolmente più contenuti, per quelli negoziali. Tale differenza è da attribuirsi certamente alla natura non profit di quest’ultimi ma, anche, all’azzeramento dei costi di gestione della rete di vendita, sostituita dall’opera, non remunerata, dei delegati sindacali e, soprattutto, dal passa parola tra colleghi di lavoro, che dimostra, ancora una volta, quanto il rapporto interpersonale e fiduciario sia determinate nei comportamenti delle persone. La seconda criticità del sistema dei fondi pensione riguarda l’accentuata frammentazione dei fondi pensione, con preoccupati fenomeni di nanismo, che pongono seri problemi di redditività e di efficienza. Tali tendenze sono suggerite dall’affermazione di gruppo e di status. Per fare un esempio i comparti dell’Università e della Ricerca, che ragionevolmente e utilmente potrebbero confluire in Espero (fondo pensione della scuola), tendono ad affermare il loro "particulare" proponendo la costituzione di un proprio fondo pensione.

    Maurizio Sarti – sociologo della previdenza, consulente ARAN per la previdenza complementare dei dipendenti pubblici

  4. bellavita

    E sembra che a molti fondi pensione le banche abbiano applicato commissioni di gestione quadruple rispetto a quelle per i privati di rilievo. A chi tocca vigilare?

  5. Biancotto Alberto

    Credo che la distinzione debba essere fatta tra fondi pensione negoziali e altre forme pensionistiche (aperti e pip), ovvero tra le casistiche non-profit e profit. Il dlgs 124/93, identicamente ripreso dal dlgs 252/05, identificano come destinatari di fondi pensione i lavoratori dipendenti suddivisi per tipologia contrattuale. Questa previsione normativa ha, di fatto, contribuito a duplicare forme pensionistiche negoziali (non-profit) sulla base dello specifico contratto nazionale di lavoro. Cito ad esempio i tre fondi del commercio: Fonte, MarcoPolo e Previcooper, destinati a soggetti ai quali è applicato nella sostanza il medesimo contratto collettivo ma sono promossi da diverse associazioni di categoria (rispettivamente Confcommercio, Confesercenti e mondo cooperativo). Una profonda riforma del corporativismo e del sistema di contrattazione collettiva sono alla base di un processo di aggregazione delle forme pensionistiche complementari non-profit. Per contro, la diversificazione dei fondi evita che, a livello privato, non ci sia una semplice duplicazione di una già esistente ed inefficiente struttura pubblica (leggasi INPS).

  6. Fabio Faretra

    Secondo pilastro, la previdenza volontaria. Ci si interroga del perché debbano convivere fondi di piccole dimensioni, con evidenti distorsioni in termini di duplicazione di costi. Tuttavia mi sembra che l’articolo faccia riflettere soprattutto sull’inopportunità della duplicazione delle forme pensionistiche obbligatorie, che volontarie non sono, e per le quali – non essendoci scelta da parte dell’iscritto – dovrebbe essere lo Stato a scegliere. Il settore della previdenza obbligatoria dei liberi professionisti è privatizzato da 14 anni, vi figurano un paio di decine di Casse per meno di un milione di associati. Privatizzata la gestione, pubblica la natura dell’attività, pubblici i controlli, pubblica la garanzia di ultima istanza. La frammentazione costa anche per le Casse,certamente,ma prevale la volontà di autogestione delle singole professioni ordinistiche. Qualcosa si potrebbe fare:un agire sinergico sul fronte degli investimenti – finanziari e immobiliari – produrrebbe certamente economie di scala maggiori. Lo Stato può e deve intervenire: tali sinergie vanno indotte con opportune incentivi fiscali.

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