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IL TREMONTI PENSIERO ALLA PROVA DEL GOVERNO

Le idee di Tremonti, pur utili per conquistare consensi elettorali, non lo sono altrettanto per risolvere i problemi dell’Italia. Perché la Cina è ormai una grande potenza commerciale e politica, un enorme mercato di sbocco per le imprese europee e perché dell’importazione dei suoi beni a basso costo beneficiano in tanti. E poi anche altre economie subiscono la concorrenza cinese, ma è la nostra a crescere di meno. Per carenze e inefficienze tutte italiane. Da queste un governo dalla solida maggioranza dovrebbe partire per ridare fiducia a lavoratori e imprese.

Le idee del ministro dell’Economia, che a meno dell’imponderabile, sarà Giulio Tremonti, avranno un peso non indifferente nella piega che la politica economica del costituendo governo assumerà. Ancor più peseranno sul se e sul come troveranno risposta le istanze di tutti coloro che con il loro voto hanno affidato al governo di centrodestra la soluzione delle loro preoccupazioni più immediate: il senso di impoverimento relativo che lamentano ampi strati della popolazione, tra i ceti medi e tra quelli operai, le paure per un futuro che a molti sembra difficile da anticipare e ancor più da pianificare. In altre parole, la domanda di rassicurazione economica che proviene da ampi strati della popolazione, buona parte della quale ha votato per la Lega e per il Partito delle Liberta proprio in virtù di maggiori promesse di protezione. Le idee dell’onorevole Tremonti sembrano inventate apposta per rassicurare questi timori. 

IL PENSIERO DI TREMONTI

L’onorevole Tremonti le ha illustrate durante la campagna elettorale ed esposte in modo più articolato in un saggio recente “La paura e la speranza”, di cui in questi giorni i giornali celebrano il successo. Un sunto appare nella sua pagina web. Quelle idee sono forse uno degli ingredienti che spiega il successo elettorale della coalizione di centrodestra. Riusciranno anche a dare soddisfazione a quegli elettori? L’analisi di Tremonti dello stato dell’economia italiana è riassumibile in una serie di punti che è utile ripercorrere.

1. Le difficoltà che attraversa la nostra economia originano in larga misura dalla forte pressione competitiva che proviene dalle nuove economie e innanzitutto dalla Cina.

2. Alla rapida crescita cinese si attribuisce il rincaro dei prezzi dei beni che compongono il paniere degli italiani e la conseguente perdita di potere d’acquisto da tanti lamentata. Alla Cina, e alla sua concorrenza “sleale” si imputa la difficoltà di tante imprese, spesso di piccole dimensioni, che lottano quotidianamente per non essere estromesse dal mercato. Queste stesse difficoltà sono condivise dai lavoratori di quelle imprese, che ne seguono le sorti e in parte ne hanno gia subito le conseguenze, o con tagli salariali o con la perdita del lavoro e la conseguente costosa riallocazione presso altre imprese. Da qui una domanda crescente di protezione.

3. La ricetta: proteggere lavoratori e imprese “gestendo” la globalizzazione, cercando di contenere la crescita e la pressione competitiva cinese (ma anche indiana) con una qualche forma di governo mondiale dell’economia, di cui il governo italiano si farebbe promotore presso gli altri paesi dell’Unione.

4. Estendendo questa la logica, anche quel senso di più acuta insicurezza personale che molti lamentano e ricollegano alle recenti ondate di immigrazioni, sarebbe figlia del mancato governo della “globabilizzazione” e degli spostamenti crescenti di lavoratori che ha provocato.  

Secondo l’onorevole Tremonti, dunque, i guai dell’Italia originano da fuori, da una globalizzazione non governata, del cui non governo sono responsabili i “maniaci” del mercato, e che è ora necessario imbrigliare per proteggere lavoratori e imprese italiane (od occidentali) dai suoi effetti più diretti. Se la Cina crescesse meno, esercitasse minor pressione competitiva, i nostri lavoratori e le nostre imprese ne sarebbero sollevati. Èla tesi no-global di Tremonti che non sorprendentemente ha raccolto il consenso di Fausto Bertinotti. Ma mentre Tremonti adombrava una soluzione – imbrigliare la Cina e proteggere imprese e lavoratori, magari con dazi o quote sull’import di beni cinesi – l’onorevole Bertinotti discettava, senza accorgersi che gli stavano soffiando gli elettori sotto il naso.

RICETTA SBAGLIATA

Che implicazioni ha tutto ciò sulla politica economica del futuro governo e in particolare sulla politica fiscale? Se Tremonti potesse effettivamente fare quello che secondo lui sarebbe utile fare, verosimilmente vi sarebbero pochi effetti. Il governo dovrebbe comunque affrontare il problema del debito, cercare di stabilizzarlo e contenerlo: un compito difficile, ma potenzialmente perseguibile.
Ma se non riesce a fare quello che secondo lui andrebbe fatto, allora la domanda di protezione dei cittadini dovrà essere soddisfatta in altra maniera o non essere soddisfatta affatto. Il secondo scenario è quello realistico. Se anche l’analisi di Tremonti fosse corretta, e non lo è, di certo non lo è la ricetta. Non solo perché dazi e protezione commerciale come abbiamo appreso da anni sono alla lunga dannosi per chi li adotta, ma, più realisticamente, perché oggi sono inapplicabili. E una ricetta inapplicabile, per chi fa politica economica, è ancor peggio di una ricetta parzialmente difettosa.
Queste le ragioni. Primo, la Cina è ormai una enorme potenza commerciale e politica. Economicamente è il secondo più grande paese al mondo dopo gli Stati Uniti, è presente in 174 paesi con oltre cinquemila imprese, produce più di tre volte dell’Italia (Pil in Ppp), ha una popolazione di 1.3 miliardi di persone, cresce del 10 per cento all’anno e, a questi ritmi, fra cinque anni la sua produzione sarà sei volte più grande di quella dell’Italia e pari al 70 per cento di quella dell’intera Unione Europea. Difficile “imbrigliare” un tale potenza.
Lo stesso dibattito che imperversa in Italia e la stessa domanda di protezione attraversa da diversi anni gli Stati Uniti. Quello che le lobby industriali americane, notoriamente potenti e organizzate, sono riuscite a ottenere dall’amministrazione è stata solo una certa pressione sulla Cina perché lasciasse apprezzare lo yuan, ma nessuna cessione sulla richiesta di quote e dazi avanzate da un manipolo di senatori al Congresso. Ciò che la Cina ha concesso è un modesto apprezzamento del 15 per cento dello yuan sul dollaro, da quando ha abbandonato il cambio fisso. Non si vede perché Tremonti (o l’Italia) possa riuscire dove non riescono i ben più potenti Stati Uniti d’America.
In secondo luogo, la Cina è ormai un enorme mercato di sbocco per le nostre imprese e per quelle degli altri paesi europei. Molte (le migliori) vi sono gia insediate, altre hanno in animo di farlo, altre semplicemente vi esportano i loro prodotti o importano dalla Cina prodotti intermedi e semilavorati a basso costo. Una economia che cresce al tasso del 10 per cento all’anno è una manna per molti. Difficile ottenere il consenso di queste imprese su una politica protezionistica.
Terzo, dell’importazione di beni cinesi a basso costo beneficiano in tanti, forse senza neanche rendersene conto; ma ne prenderebbero immediatamente coscienza il giorno in cui quei beni dovessero essere soggetti a quota e quindi immediatamente diventare più costosi. Un esempio per tutti: buona parte dei manufatti di Ikea sono made in China e sono acquistati con soddisfazione da decine di migliaia di persone. Le associazioni dei consumatori, in Italia e in Europa, si ribellerebbero a proposte di contingentamento di questi manufatti.
Insomma, la ricetta Tremonti poteva forse essere tentata (ma ne dubito) dieci anni fa, quando la Cina iniziava il suo cammino; oggi è semplicemente inapplicabile: troppo tardi. La domanda di protezione dovrà essere soddisfatta attraverso altre strade o non essere soddisfatta affatto. Credo che quello che realisticamente avverrà sarà una combinazione delle due cose. Un po’ di trasferimenti pubblici e un po’ di detassazione mirata e limitata, dati i vincoli stringenti sulla finanza pubblica. Ma soprattutto un abbandono di fatto delle promesse di protezione a cui si è alluso in campagna elettorale.

CARENZE TUTTE ITALIANE

Esiste una alternativa più seria che, se perseguita, potrà lentamente ridare al paese e ai suoi cittadini la capacità di vedere lontano e pianificare meglio il proprio futuro, rassicurandoli nel presente. Ma questo richiede l’abbandono di alcune delle premesse del ragionamento tremontiano.
Innanzitutto la presa d’atto che la Cina esiste per tutti non solo per i lavoratori e le imprese italiane. Ma l’Italia da dieci anni a questa parte cresce sistematicamente meno degli altri in Europa: circa un punto percentuale in meno all’anno. Questo non è imputabile alla Cina, ma solo e unicamente alle carenze nazionali, alle riforme non fatte, alle liberalizzazioni solo accennate e mai perseguite fino in fondo, al peso delle inefficienze del settore pubblico, alla cattiva qualità dell’intervento dello Stato in economia (un esempio per tutti, la gestione della crisi dell’Alitalia), all’eccessiva quantità di questo intervento.
Il prossimo governo, con la maggioranza solida che lo caratterizza, può aver successo dove altri hanno fallito o sono stati troppo timidi, come sulle liberalizzazioni lanciate da Bersani. Recuperare un punto di crescita di Pil all’anno sarebbe un notevole risultato: da solo sarebbe sufficiente a ridare certezza e prospettiva a lavoratori e imprese.
Le idee di Tremonti, pur rivelatesi utili per conquistare consensi in campagna elettorale, non lo saranno altrettanto per risolvere i problemi del paese. Meglio cambiarle.

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22 commenti

  1. Massimo GIANNINI

    Che Tremonti sia meglio come politico o commercialista che come economista o ministro dell’economia, mi sembra che già sia stato provato e anche all’estero lo ritengono tale. Sono anni che ci dice che la Cina e la globalizzazione sono per lui un problema. Non si sa bene cosa e chi vuol difendere. Vedremo sicuramente la sua finanza creativa all’opera con Alitalia. Basta che non ci racconti che magari la Russia va bene ma la Cina no…

  2. Roberto Bonzio

    Scrivo da Palo Alto, California, dove sto lavorando ad un progetto multimediale sulla Silicon Valley made in Italy (www.italianidifrontiera.com). Da tutti gli incontri con ricercatori e manager eccezionali (tra loro Federico Faggin, padre del microchip), venuti qui per poter esprimere la propria straordinaria professionalita’, emerge il potenziale che l’Italia e gli italiani avrebbero, aprendosi e non chiudendosi alla globalizzazione e alle innovazioni. Talenti, creativita’, abbinati a un’immagine internazionale apprezzata, per nostra fortuna, malgrado il presente grigio. Quanti Paesi hanno altrettanto? Altro che dazi! A proposito di Cina, prima che a infrastrutture e capitali, dovremmo pensare a una "rivoluzione culturale". Che esalti il senso civico, dello Stato e della cosa pubblica; contenga la vocazione polemica al "Litigo ergo sum"; imponga il rispetto delle regole e disprezzi i furbi che aggirandole si esaltano fregando il prossimo; consideri il nuovo un’opportunita’ e non una minaccia. Anche questi sono elementi competitivi. E a noi mancano. Visti da questa civilissima zona degli Usa, cuore dell’innovazione mondiale. Dove gli americani sono meno degli stranieri.

  3. Tiziano Bigi

    Sarebbe sufficiente inserire, nelle importazioni con la Cina, degli stantard qualitativi per attenuare la concorrenza e garantire i consumatori. Standard qualitativi adeguati e verificabile per prodotto. In democrazia, dopo aver enunciato un problema, sarebbe bello che qualcuno, anche sbagliando, tentasse di fare quancosa per il bene dei cittadini.

  4. Giovanni Pede

    Tentare di governare un transitorio non significa essere protezionisti, mi sembra. Significa semplicemente seguire una politica un pò più attenta agli interessi nazionali e sociali, una politica non diversa da quella che la Francia, mutatis mutandis, persegue da decenni, quale che sia il colore del governo. Che sia poi un transitorio anche per la Cina, è nelle cose, considerato quanto dovranno prima o poi fare anche i cinesi per adeguarsi ai nostri standard di sostenibilità sociale ed ambientale dello sviluppo, standard che riporteranno i loro costi di produzione a valori più prossimi ai nostri, se nel frattempo non saremo finiti.

  5. alessandro molinaroli

    Grandi potenze sono gli USA o la Germania, i cui abitanti non vendono, abusivamente, ombrellini a 3 Euro nei corridoi del metro di Milano e non si accalcano nei container da clandestini per lavorare, sempre da clandestini nei magazzini di Prato. La Cina è una grande potenza solo perchè tale l’ha resa il lassismo USA in materia di indebitamento pubblico e bilancia commerciale, ricoprendosi di scarpe di plastica spazzatura a 2 dollari,vendute da Wal Mart e rapidamente avviate alle discariche. La Cina non produce alcun bene strategico per l’Europa, ed è importante essenzialmente come piattaforma di produzione. Quanto alla capacità di assorbimento di merci europee, dubito che il suo futuro sia troppo diverso dal Giappone, che per Germania e Italia, come export country, conta meno di 2 "giganti" del calibro di Austria e Svizzera. Inoltre con i cinesi, a differenza che con gli indiani, non abbiamo basi valoriali comuni. E queste contano, eccome, anche in economia. La Cina si fernerà da sola, vittima dell’implosione da sperequazioni economiche territoriali e avvelenamento da inquinamento.

  6. GIANLUCA COCCO

    Anche in ambito economico, le ricette di questo governo riscuotono consensi facendo affidamento sugli appelli e gli slogan populistici. Giulio Tremonti sa bene che lo sviluppo della Cina ha conservato un potere d’acquisto minimo per ampi strati di popolazione che, visti i redditti medi, non sarebbero riusciti ad acquistare prodotti anche di prima necessità. Il populismo della destra poteva essere contrastato dal centro-sinistra solamente mettendo al centro dell’azione di governo e della campagna elettorale il problema centrale di questo paese: la maldistribuzione della ricchezza. Pensare che 5 milioni e mezzo di persone che detengono il 50% della richezza prodotta dal nostro Paese riescano a far crescere l’economia e il benessere collettivo è pura follia. Di questo passo, tra pochi anni ci sarà ben poco da distribuire, ben poco da sprecare…

  7. Alessandro Sciamarelli

    Concordo su tutta la linea. purtroppo viviamo in un periodo in cui la facile demagogia e la paura sono merce ben spendibile sul mercato elettorale. Tremonti lo sa bene e fa il suo mestiere. Purtroppo il suo messaggio, concettualmente assai povero e facilmente demolibile con pochi, buoni numeri ed argomenti economici fondati (tra l’altro non e’ neppure un economista, e se ne vanta pure) fa facilmente breccia in un momento come quello attuale, in cui per una serie di circostanze complesse da spiegare (la Cina e’ solo uno dei motivi; io metterei prima gli squilibri macroeconomici USA) il petrolio produce pressioni inflazionistiche insopportabili o quasi per un paese che da ben 20 anni, e non da 2 o 5, cresce meno della media Ue. Per cui hai voglia a spiegare all’italiano medio che i guai economici e di competitivita’ vengono da molto lontano e da errori tutti nostri (altro che la Cina, l’euro e chi piu’ ne ha piu’ne metta). Ma si sa che la banalita’ e il ‘complottismo’ (i mercatisti, il WTO, i cinesi cattivi ecc.) si vendono molto meglio delle analisi un po’ piu’ sofisticate.

  8. Alessandro A.

    Mi sono chiesto durante tutta questa logorante campagna elettorale perchè i politici, da destra a sinistra, nel parlare della concorrenza globale e di come affrontarla si siano concentrati solo su proposte difficilmente attuabili come dazi e contingentamenti e non su altri interventi strutturali. Alludo al fatto che nessuno abbia parlato degli strumenti che la nostra società dovrebbe offire soprattutto ai giovani in termini di istruzione e preparazione (conoscenza delle materie di base come italiano e matematica; delle lingue straniere; conoscenze tecniche) che permetterebbero all’italia e agli italiani di essere fra i primi al mondo. Vorrei infine ricordare che nel mondo del commercio internazionale vige la regola del "chi la fa, l’aspetti", nel senso che se metti i dazi su qualcuno, costui probabilmente li metterà a te; e soprattutto pensando al passato, ricordo che l’antifona economica alle principali guerre (una fra tutte la seconda guerra mondiale) è stata l’autarchia e il protezionismo. Chi fa da sè non fa sempre per tre…

  9. Andrea Zaccagnini

    Le soluzioni tremontiane sono errate, ma il problema è reale, e parlo per diretta esperienza di piccolo imprenditore di un settore ad alta tecnologia. INel caso della chimica farmaceutica la concorrenza cinese (e indiana) ha messo in ginocchio il settore italiano, piccolo, forse, ma molto dinamico fino a pochi anni fa. Il tutto con il placet della normativa europea che fino allo scorso anno ha applicato due pesi e due misure per produttori occidentali e asiatici: mentre i primi erano (giustamente) tenuti a sottostare a rigide normative, ai secondi tutto quello che era richiesto era un’autocertificazione sul rispetto degli standard europei. Sono sempre stato convinto che la soluzione sia appunto nell’obbligatorietà del rispetto degli standard occidentali per i produttori asiatici che esportano sul mercato europeo ed americano. Ma nel momento in cui l’americana FDA, ammette candidamente davanti al senato USA che non è in grado di controllare che una frazione minima dei produttori cinesi attivi sul mercato americano, anche la strada dell’intensificazione dei controlli pare utopia. E i il conto dei morti da farmaci cinesi (venduti da aziende occidentali) cresce.

  10. giovanni

    Ho apprezzato come sempre la chiarezza dell’articolo e vedo che quasi tutti i commenti concordano sull’inutilità della "tardiva" ricetta Tremonti. Spero solo che il ministro in pectore, resosi conto che non è per niente facile imbrigliare il gigante cinese, mantenga almeno le promesse fatte in campagna elettorale e non si lasci andare a condoni e cartolarizzazioni. Ho un solo appunto da fare: perché prendere posizione sulla ricetta Tremonti solo ad elezioni avvenute? Non sarebbe stato più utile evidenziare prima i punti critici delle idee economiche di Tremonti e del centro sinistra? Altrimenti non ha senso continuare a dire che in questo Paese si va votare senza informazione e da un punto di vista critico. Una buona giornata giornata Giovanni

  11. Christian

    Trovo fragile la pars construens di Tremonti (che peraltro parla sempre di Europa e mai di Italia), ma fondata la pars destruens. La “rivoluzione culturale” in Cina ha messo padre contro figlio e fratello contro sorella, creando una società in cui nessuno si fida di nessuno e la prima regola è proteggere sé stessi e fregare gli altri. In questo scenario, per tutti i motivi già evocati (impreparazione culturale degli italiani, impreparazione delle imprese italiane a competere), oltre che per la svalutazione non solo dello yuan, ma anche del dollaro e dello yen, l’Italia si trova a fortissimo rischio di veder radere al suolo quel tessuto di piccola e media impresa che ne ha costituito la spina dorsale nell’ultimo trentennio. Tremonti avrà anche torto, ma se non si adotteranno misure per dare al Paese il tempo di riorganizzarsi (e governi in grado di farlo) la soddisfazione di aver avuto ragione dei propugnatori del liberismo totale sarà probabilmente anche l’ultima.

  12. giuseppe faricella

    1.secondo me il libro di tremonti nasce come reazione al ben più interessante saggio del (da di lui mal sopportato) ministro uscente dell’economia tommaso padoa schioppa riguardante la superiorità politica ed economica degli "imperi" rispetto alle nazioni. 2. sono "elettoralmente" lontano da tremonti e credo che le sue tesi siano una minestrina riscaldata, utile solo a dare una veste più radicalchic alle posizioni della leganord; tuttavia pensare che il libero mercato sia il modo più efficace ed efficiente per allocare le risorse e distribuire i benefici è, secondo me, nel 2008 una pura illusione. 3. il problema delle grandi potenze emergenti (cina, india e russia) esiste, e personalmente credo che le guerre in afganistan e in iraq (un inizio di "invasione" americana dell’asia) siano state il tentativo neocon di risposta a quel problema 4. la mia opinione è che stati ed europa dovrebbero essere un po’ più energici nella difesa del modello sociale europeo: per l’italia, per esempio, questo potrebbe significare chiedere deroghe ai vincoli di bilancio per politiche attive in ambito occupazionale, di incentivo allo sviluppo tecnologico e di coesione sociale

  13. Tarcisio Bonotto

    Uno studio asserisce che un paese autosufficiente nella produzione di beni e servizi con 10-15% di esportazioni è stabile economicamente. Il pensiero liberista della ‘concorrenza’ è franato nella formazione dei ‘Cartelli’ assicurazioni, panettieri, taxisti etc. Si dice concorrenza una competizione tra paesi allo stesso livello di sviluppo come Italia-Francia o Inghilterra-Germania. Ma quale concorrenza abbiamo tra la Lituania e l’Italia se il reddito medio è di 1 a 15? Non vi è manovra di efficienza e produttività che possa competere con i prezzi di Cina, India et altri che non abbiano i livelli retributivi italiani. E’ necessario evolvere il modello produttivo italiano, socializzando l’economia. Quando ciò avviene? Quando tutti i lavoratori/trici sono proprietari dell’azienda, concorrono ai rischi e ai benefici. Solo in questo caso saranno spronati a dare il massimo. Quando questo modello produttivo medioevale Imprenditore-Dipendente diventerà democratico, l’economia italiana risorgerà. Il miglior periodo economico per gli Usa è stato il protezionismo, per l’Italia idem con i dazi e creazione dei distretti della lana, cotone, chimica etc. L’apertura incondizionata è una bufala.

  14. Luigi Zoppoli

    L’arroganza intellettuale dell’insigne tributrista Tremonti mi suscita timore e sconcerto. Ascoltando alcuni suoi interventi non capivo che parlava di QUESTO paese dove il termine "liberismo" o "riforme liberali" dobbiamo cercarlo attraverso "chi l’ha visto". Nella mia modestia mi permetterei di suggerirgli la lettura di Ossessione Pericolosa scritto da Paul Krugman soprattutto nel saggio nel quale l’autore impallina Delors non casuamente citato dal medesimo Tremonti. Questo a mio modo di vedere dimostra oltretutto che questo governo non ha alcuna intenzione di affondare il bisturi nella spesa pubblica, oltre che non fare riforme liberali, senza parlare di Mezzogiorno consegnato ai compagnucci di cuffaro. luigi Zoppoli

  15. Guido Morosi

    L’autobiografia di Stiglitz, purtroppo arrivata un pò tardi ed in una pessima traduzione, potrebbe aiutare molto.
    Di più aiuterebbe una rubrica fissa, tipo Internazionale, di traduzioni dei principali articoli degli economisti liberal che sono decenni che parlano dei limiti del mercato: perchè se aspettimo che il pubblico venga formato sulle traduzioni editoriali, anche quando non sono sciatte, sono tardive e poche; e se speriamo nel contributo dei giornali non ne sono all’altezza anche dandone per scontata la buona fede).
    Coraggio: aspetto una rubrica di recensioni!
    Mi inpegno a diramarla ai miei amici.
    Credo che l’economia dell’informazione sia il principale antitodo agli aspetti deteriori della globalizzazione e condivido la valutazione che le ricette di Tremonti siano un pericoloso specchietto per le allodole (si diceva una volta ma ora ci son più cacciatori (o semplici sparatori?) che allodole!

  16. Luigi

    A proposito di” governo dalla solida maggioranza “giova ricordare ciò che ha scritto Giulio Tremonti nel suo ultimo libro “ La paura e la speranza “ : “ Le leggi elettorali premiali … non funzionano più, se come ora devi governare problemi straordinari.. Se hai il 40% dei voti nel Paese e vinci per premio il 55% dei seggi in Parlamento, vinci le elezioni ma non vinci il governo “. Mi pare che i numeri evidenziati dall’autore hanno anticipato la situazione che è scaturita dalle recenti elezioni . Se la sentirebbe ora Tremonti di confermare ciò che ha scritto prima del passaggio elettorale?

  17. Massimiliano Bardani

    L’articolo sottolinea evidenti limiti del pensiero tremontiano, che però, purtroppo, sono in sintonia con istinti profondi del nostro Paese. Il corporativismo autarchico, rivisto in salsa democristiana nel dopoguerra, ha prodotto un italiano medio che non comprende quanto male facciano, e non solo all’economia, dazi e chiusure alle frontiere. Il famoso "Il buongoverno" di Einaudi non ha invece nutrito allievi, se non, forse, nelle università. I facili attacchi al liberismo riscaldano i cuori e molti, digerendo male gli studi economici sui limiti del mercato, ne traggono la conclusione che esso va abbandonato come meccanismo allocativo. E’ facile e comodo attaccare il "cinismo cinese", che tutto sacrifica al proprio successo nell’export, ma questo atteggiamento denuncia spesso una carenza di fiducia nel modello occidentale di società: prima o poi i nodi della via cinese allo sviluppo verranno al pettine, speriamo senza scossoni violenti. Credo che non si debba aver paura della Cina, ma molto più del modo in cui noi reagiremo alla sfida da essa posta all’occidente. Quanto ci costerebbe la chiusura? Credo che il prezzo sarebbe troppo alto.

  18. Armando Pasquali

    Vedo con piacere commenti di segno diverso. Con grande piacere, perché il problema "dazi" è diventato ormai impossibile da affrontare seriamente e serenamente. Oggi chi non è liberoscambista al 100% viene guardato come un sorrisetto di compatimento, quando non apertamente accusato di essere un ignorante, un cretino o un irresponsabile che vuole impoverire il paese. Per fortuna esistono eccezioni, soprattutto all’estero. Nel blog di Dani Rodrik ci sono molti interventi interessanti, in particolare uno del 26 aprile 2007 intitolato "Trade and procedural fairness". Maurice Allais, invece, che è un economista al 100% liberale, nei suoi scritti – peraltro di difficile reperibilità – attacca l’idea stessa di vantaggio comparato con argomentazioni molto lineari, che potrebbero dare adito a discussioni stimolanti se esistesse una pur minima disponibilità al contronto. Chiudo con un economista liberal, quel Paul Krugman che dieci anni dopo "Un’ossessione pericolosa" ha cambiato idea e ha riconosciuto che gli effetti del libero commercio sulla distribuzione del reddito nei paesi ricchi non sono minimi come si era creduto ma " notevoli e crescenti" .

  19. Filippo Monachesi

    Mi sembra di stare ancora a sentire le lezioncine sulla mano invisibile che mi hanno propinato durante gli studi universitari e di specializzazione all’insegnamento. Per carità non sto dicendo che la mano invisibile sia banale (anzi tutt’altro) ma che è banale come viene semplicisticamente presentata. Mi insegnerà che il mercato funziona solo dove c’è perfetta informazione: allora la soluzione non sarebbe di certo il protezionismo ma perlomeno la protezione del consumatore che deve essere informato sia circa la provenienza effettiva delle merci, sia se ci sono delle merci pericolose per la salute o che non corrispondono ai canoni che il consumatore si aspetta. Un’altra forma di protezione dovrebbe essere quella dalla concorrenza sleale di imprese asiatiche che sfruttano i lavoratori e non offrono nessuna protezione ai lavotari per quanto riguarda la sicurezza fisica e la tutela assistenziale: l’UE dovrebbe aumentare i controlli e studiare una qualche forma di protezione da questa concorrenza sleale.

  20. daniel

    Sarebbe interessante a riguardo avere una risposta dall’ormai neo ministro dell’economia per capire come intende affrontare realmente i problemi dell’economia italiana, visto che la ricetta proposta risulta oggettivamente impraticabile…

  21. Laura

    Questo ragionamento non fa una grinza..mi chiedo però se la Cina non costituisca una minaccia per l’economia mondiale a causa di un altro fattore: currency manipulation. Vale a dire il fatto che la Cina mantenga la yuan a livelli eccessivamente bassi rispetto al suo valore effettivo per incrementare le sue esportazioni a danno di tutti gli altri paesi.
    E’ vero che la crisi della nostra economia va risolta non certo attraverso un protezionismo del tutto anacronistico con i tempi di oggi, ma certi fattori, come quest’ultimo, non sono da ignorare e non credo dipendano da noi, ma da una politica slease da parte dei Cinesi.

  22. nico faccenda

    Da elettore di centrosinistra a volte mi auguro di vedere una destra alla Tatcher. Vorrei vedere gli ordini professionali aboliti o ridotti a migliore efficienza, vorrei vedere concorrenza tra banche assicurazioni servizi di vario genere; ma non ci accorgiamo che la struttura distributiva di questo paese dai carburanti agli alimentari è ‘inefficientissima’ oltre che utile a garantire rendite di posizioni ai vari anelli della catena. Perché il latte in polvere e i medicinali in Germania costano la metà che qui? Perché il latte è pagato agli allevatori pochi centesimi? Perché le quote latte? A che servono alcuni servizi dei notai? L’unico mercato liberalizzato in Italia è la manodopera. Il problema non è la Cina, ma è questo paese che ha regole arcaiche feudali e la destra persegue l’obiettivo di rinsaldare un blocco conservatore antiliberale. Sembra un paradosso ma è così. Magari ci fosse la Tatcher avremmo poi (forse) Blair. E qualche euro in più.

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