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SOGNANDO CATALOGNA

Il successo elettorale della Lega ha riportato il tema del federalismo fiscale al centro del dibattito politico. Le proposte avanzate nei programmi elettorali sono insostenibili se applicate a tutte le regioni. Ma un federalismo differenziato potrebbe funzionare. Introdurrebbe anche in Italia il principio della sperimentazione: attribuire risorse e funzioni alle Regioni che abbiano dimostrato capacità gestionali e verificare se effettivamente sono in grado di offrire i relativi servizi in modo più efficiente dello Stato. Per riportarli nell’alveo nazionale in caso contrario. Il rischio è che invece si proceda in ordine sparso, assegnando prima le risorse e poi, forse, le funzioni. Così come è avvenuto in passato con le Regioni a statuto speciale.

L’affermazione della Lega alle recenti elezioni politiche ha riportato al centro del dibattito politico il “federalismo fiscale”, un tema che nonostante una riforma costituzionale effettuata nel 2001 e un’altra tentata nel 2006, era apparso piuttosto sottotono nella recente campagna elettorale.

LA PARTITA DELLA LEGA

Non che i programmi dei diversi partiti non se ne occupassero. Anzi, quello del partito principale della coalizione che ha vinto le elezioni, il Pdl, è sorprendentemente esplicito su questo punto. Non si limita alle solite enunciazioni generiche, ma prende l’impegno solenne a portare in Parlamento un progetto compiuto di federalismo fiscale, il disegno di legge di attuazione dell’articolo 119 della Costituzione, approvato a larga maggioranza dal consiglio regionale lombardo nel 2007. (1) Ma i programmi vanno sempre valutati con qualche scetticismo, in questo caso in particolare, perché la proposta lombarda presenta contenuti assai forti, mai affrontati esplicitamente in campagna elettorale. Èpossibile che l’estensore del programma del Pdl non li abbia valutati a pieno o non si sia sentito comunque vincolato ad applicarli in caso di vittoria. Se è così, l’impressione è che il riequilibrio delle forze del centrodestra al Nord, che ha visto unmilione di voti passare dal Pdl alla Lega nella recente consultazione elettorale, abbia cambiato le carte in tavola. Forte del suo successo, la Lega pare intenzionata a portare la cambiale all’incasso, spingendo il partner di maggioranza a rispettare gli impegni presi. Un serio problema per il Pdl, che pur perdendo consensi al Nord, si è invece rafforzato al Sud, con quasi mezzo milione di voti guadagnati. D’altra parte, pare difficile immaginare che la Lega possa accettare di barattare un tema identitario come il federalismo fiscale con qualche ministero in più o con la presidenza di una Regione, o che si possa accontentare, come nel 2001-2005, di un lungo e incerto percorso di revisione costituzionale, con il rischio che tutto il processo finisca di nuovo nel nulla. Si tratta dunque di una partita di rilievo, il cui esito finale sarà interessante osservare.

IL DECENTRAMENTO POSSIBILE

Ma quali sono gli sviluppi possibili? Escludo che promesse elettorali a parte, il progetto lombardo diventi davvero legge dello Stato. La proposta lombarda presuppone un forte decentramento delle risorse tributarie:il 15 per cento dell’Irpef, l’80 per cento dell’Iva, tutte le accise sui combustibili. E introduce un limite superiore alla perequazione territoriale:il 50 per cento della capacità fiscale. Anche se a fronte di questo ingente trasferimento di risorse si provvedesse a trasferire alle Regioni tutte le competenze di spesa previste dall’attuale articolo 117 della Costituzione (in particolare l’istruzione, cioè gli stipendi degli insegnanti e del personale amministrativo delle scuole), ne rimarrebbe un forte surplus di risorse al Nord e un deficit al Sud, che la perequazione territoriale, vincolata per legge, non potrebbe colmare. Il paradosso del federalismo italiano infatti è che presuppone di finanziare con risorse che stanno prevalentemente al Nord, funzioni di spesa che stanno prevalentemente al Sud. Sulla base delle stime Isae del 2004, il decentramento implicito nell’articolo 117, più o meno pari su base nazionale a circa il 5 per cento del Pil, comporterebbe infatti circa 1.000 euro di spesa pro capite devoluta in più al Nord e circa 1.500 euro al Sud (euro 2004). Date le differenze nelle basi imponibili tra i vari territori, ciò richiederebbe per finanziarla una devoluzione di risorse tributarie pari a circa il 3-4 per cento del Pil nel Nord e circa il 9-10 per cento del Pil nel Sud. Anzi, poiché le Regioni dovrebbero comunque finanziare la spesa già in essere, in particolare la sanità, per alcune di quelle del Sud nemmeno l’integrale devoluzione di tutti i tributi erariali incassati sul territorio sarebbe sufficiente a finanziare la spesa complessiva risultante, quella attuale più quella devoluta.
C’è poi da aggiungere che la recente vicenda relativa al finanziamento dei deficit sanitari e l’evoluzione della legislazione statale sui patti di stabilità interna ha condotto a un sostanziale “commissariamento” della gestione della principale funzione svolta ora dalle Regioni, la sanità, in un certo numero di Regioni centro-meridionali. Sembra difficile che si voglia procedere a un ulteriore attribuzione di competenze in una situazione in cui quelle attuali vengono di fatto in parte revocate dallo Stato centrale.

FEDERALISMO A VELOCITÀVARIABILE

La conclusione è dunque che la prospettiva più probabile è quella di qualche forma di “federalismo a velocità variabile”, sul modello spagnolo, che preveda, almeno in un primo momento, la devoluzione di risorse e competenze solo ad alcune Regioni del Centro Nord e non alle altre, e che investa anche le funzioni iscritte nell’attuale articolo 117 e non solo quelle, assai più limitate, previste nell’articolo 116, che esplicitamente introduce la possibilità del federalismo differenziato. E su cui la Lombardia ha già avanzato precise richieste al Parlamento nazionale.
Di per sé, l’idea del federalismo differenziato non ha nulla di male. Se fatto bene, potrebbe consentire, anzi, di introdurre nel contesto italiano l’importante principio della “sperimentazione”:  si potrebbero attribuire alcune funzioni alle Regioni che abbiano dimostrato capacità gestionali proprie, per esempio, rispettando il patto di stabilità interna per un numero sufficiente di anni. E verificare nel concreto se effettivamente sono in grado di offrire i relativi servizi in modo più efficiente dello Stato, per riportarli nell’alveo nazionale in caso contrario. (2)
Ma il rischio è che invece di un processo ordinato che commisuri funzioni e risorse delegate, si proceda in ordine sparso, attribuendo prima le risorse e poi caso mai, le funzioni, così come è avvenuto in passato con le Regioni a statuto speciale. In più, la coperta è corta e qualunque attribuzione di risorse non compensata da devoluzioni di spese, renderebbe difficile garantire gli equilibri dei conti pubblici nazionali e finanziare la perequazione interregionale delle risorse. Vedremo.  

(1)L’articolo 119, riformato a seguito della modifica costituzionale del Titolo V nel 2001, è quello che descrive i meccanismi di finanziamento e perequazione per gli enti territoriali di governo. Meccanismi che dovrebbero sostenere le nuove competenze devolute a seguito della revisione degli articoli 117 (funzioni legislative di Stato e Regioni) e 118 (funzioni amministrative degli altri enti locali). 
(2)A questo fine si possono sfruttare i poteri attribuiti allo Stato centrale dall’art.120 della costituzione e dalla lettera m dell’articolo 117.

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  1. daniele

    Ragionevole affermare che il DL varato dal Consiglio Regionale lombardo difficilemente potrà essere trasfertito sic et simpliciter a livello nazionale. Ma, al di là delle forme con cui possa essere tradotto e dell’attuazione differenziata del federalismo, ciò che credo debba costituire un punto fisso sono alcuni principi di "equità" che quel disegno contiene: 1) L’adozione del criterio del fabbisogno standard anziché della spesa storica per la determinazione dell’entità dei flussi perequativi: a parità di prestazione offerta a livello locale i costi devono essere simili in tutto il Paese o comunque variare in ragione di fattori oggettivi (composizione demografica, conformazione del territorio, ecc.). 2) L’assunzione di stime sull’intensità di evasione fiscale per la determinazione della capacità fiscale delle regioni (il parametro che ne definisce la "ricchezza" o "povertà" relativa sulla base della quale determinare l’entità dei flussi di perequazione). Cioè: tanto o poco che sia, tutti paghino il dovuto e POI si determina l’entità del supporto necessario. E’ anche un modo per incentivare l’efficienza della PA laddove è più deficitaria. Cordiali saluti

  2. Alberto Lusiani

    L’obiettivo del federalismo non puo’ e non deve essere perseverare nei trasferimenti statali deresponsabilizzanti che dietro il pretesto della perequazione producono a Sud esubero di statali, spesa pubblica clientelare ed evasione fiscale senza promuovere alcun genere di sviluppo. E’ invece necessario abbandonare l’ipocrisia poco onesta secondo cui gli stipendi statali devono essere uguali e non invece commisurati al costo della vita e anche ai redditi medi delle attivita’ private regione per regione. Se questa nociva ipocrisia fosse eliminata, il Sud non avrebbe alcun problema a finanziare il 100% della sua spesa pubblica locale, e non vi sarebbe alcun problema a realizzare un federalismo serio e "virtuoso", che prevede responsabilita’ esclusiva di spesa ma anche di finanziamento con tasse locali su ogni competenza devoluta. Se invece non si vuole abbandonare questa nociva ipocrisia, continueremo ad avere a Sud esubero di statali, spesa pubblica eccessiva e ingiustificata, e il tradizionale sottosviluppo perenne, sia col centralismo sia con un federalismo finto.

  3. Giorgio Ponzetto

    L’articolo spiega come non sia possibile realizzare cotestualmente il federalismo fiscale e propone un federalismo a velocità variabile. Non è difficile prevedere che questa II° soluzione aumenterebbe il grado di confusione inefficenza e conflittualità all’interno del sistema. anche sul più generale piano normativo, amministrativo ed organizzativo la recente riforma costituzionale

  4. Paolo Grassi

    Tornare alla riforma fiscale del 1972. L’ILOR Imposta locale sui redditi, è federalismo fiscale. Riviste le esenzioni, sarebbe un buon sistema per responsabilizzare i comuni. L’ILOR, come previsto dalla Legge, non fu mai applicata. l tributi furono incassati sempre dallo stato, le aliquote applicate furono sempre decise a livello nazionale e non a livello locale come prevedeva la legge. I consigli tributari furono insediati nei comuni, questi potevano esprimere un parere sulla congruità della dichiarazione e favorire la lotta all’evasione fiscale. Oggi, grazie all’informatica, tutto sarebbe anche molto più semplice di quando si doveva operare su montagne di carta. Poi, fatti i conti delle conseguenze, tutto finì. Le troppe esenzioni avrebbero messo in ginocchio i comuni che non avevano fabbriche o artigiani nel loro territorio. Sono convinto che oggi, corretti gli errori e sistemate le aliquote, si potrebbe ripartire subito senza aspettare commissioni, studi, discussioni infinite che troppo spesso si limitano a cambiare i nomi alle imposte, ad apportare modifiche marginali che servono, di sovente a far arrabbiare gli operatori più che incrementare le entrate.

  5. gaetano

    Che federalismo è mai questo che assegna il gettito dell’Iva alla regione che incassa e non a quella che la paga? Come idea liberatrice dei pesi che il Nord sostiene a favore del Sud, è solo un’idea cretina. Infatti il sistema è già strutturato in modo che il Nord abbia dal Sud quel che il Sud è capace di dare, e non l’opposto. Funziona da imbuto: rilascia ciò che incassa, senza pretendere lo scontrino. Non cambieranno i rapporti Sud/Nord, che sono già iscritti nei meccanismi di mercato, nelle merci che tolgono lavoro, nella gestione nordista del credito. Non frenerà il rastrellamento dei surplus, l’invasione delle merci padane e comunitarie, non porrà riparo all’improduzione, non inventerà il lavoro che non c’è. Se il sud avesse le mani mezze libere in materia di credito, di commercio internazionale, di politica estera, di politica agricola e industriale, allora, solo allora, il federalismo avrebbe un senso.

  6. Alessio M.

    Beh, effettivamente non mi pare cattiva come idea! In un certo modo si potrebbe effettuare la responsabilizzazione della gestione delle risorse senza però rimanere imbrigliati nei vincoli di una legislazione nazionale. Forse non sarà l’unico modo per mettere in moto questo benedetto federalismo fiscale, ma sicuramente pare uno strumento utile da tenere ben presente.

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