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QUEL PROTEZIONISTA DI BARACK OBAMA *

Il senatore dell’Illinois è autore di una proposta di legge, il Patriot Employer Act, che prevede tagli alle tasse delle imprese che si impegnano a mantenere la sede negli Stati Uniti, a non mutare il rapporto tra dipendenti in Usa e all’estero e a pagare un salario minimo più alto, oltre a prevedere contributi per fondi pensioni e assicurazione sanitaria. Sarà pure animata da buone intenzioni, ma è una proposta protezionista, reazionaria e inconsistente sotto il profilo economico. Se passerà, finirà per favorire alcune categorie di lavoratori a discapito di chi è davvero povero.

La campagna del senatore Barack Obama è ricca di slogan e di mood music, ma poche sono le di proposte politiche concrete. Eppure il 2 agosto 2007 Obama, insieme ai senatori Dick Durbin, Sherrod Brown e al deputato Jan Schakowsky, ha presentato il Patriot Employer Act, tuttora non approvato dal parlamento. Il 3 febbraio 2008 Obama era a Janesville, in Wisconsin, per un discorso in cui ha decantato quel progetto. Janesville era il posto ideale per lanciare la proposta di legge protezionista: lo stabilimento della General Motor di Janesville è il maggior datore di lavoro della città. L’opportunismo politico dell’intervento ha senza dubbio contribuito a fornirgli il sostegno del 20 febbraio da parte della Teamster Union. (1)
Certo, la senatrice Hillary Clinton non è stata da meno nei suoi tentativi di accalappiarsi i fondi e la macchina da voti dei lavoratori organizzati. Il miglior risultato della presidenza di Bill Clinton è stato il supporto importante e senza riserve a un ordine economico internazionale liberale. Hillary Clinton, nella veste di candidata alla nomination democratica, si propone di distruggere il principale lascito del marito agli Stati Uniti e al mondo intero. Come asserisce, non senza ammirazione, Sherrod Brown, co-sponsor di Obama, “Hillary si allontana dalla vecchia strada percorsa da Bill Clinton”. Ma ora come ora è improbabile che Hillary Clinton ottenga la nomination; meglio quindi focalizzare la nostra attenzione su Barack Obama.

IL PATRIOT EMPLOYER ACT

Se vincesse Obama e si applicasse integralmente il Patriot Employer Act, ci sarebbero seri problemi. La legge prevede un credito d’imposta pari all’1 per cento dell’imponibile dei datori di lavoro che rispettano alcune condizioni:

●Primo: i datori di lavoro non devono diminuire la quota di lavoratori a tempo pieno negli Stati Uniti, in favore di altri lavoratori a tempo pieno al di fuori degli Stati Uniti; devono inoltre mantenere la sedi della società in territorio americano, qualora la sede siano sempre state lì.

●Secondo: devono pagare una retribuzione oraria minima sufficiente a mantenere una famiglia di tre persone al di sopra della soglia di povertà, vale a dire almeno 7,80 dollari l’ora.

●Terzo: devono prevedere un piano pensionistico a benefici definiti o a contributi definiti , pari ad almeno il 5 per cento del contributo di ogni lavoratore.

●Quarto: devono pagare almeno il 60 per cento dell’assicurazione malattia di ogni lavoratore.

●Quinto: devono pagare la differenza tra il regolare salario di un lavoratore e quello di un militare, continuando a pagare l’assicurazione malattia per tutti gli impiegati che fanno parte della National Guard e della Reserve, chiamati in sevizio attivo.

●Sesto: devono mantenere un atteggiamento di neutralità rispetto all’iscrizione ai sindacati.

Solo l’ultima delle sei condizioni non comporterebbe serie conseguenze: in una società libera, ogni lavoratore deve poter essere libero di iscriversi – o meno – a un sindacato e di scegliere quello che preferisce

SEDI E RETRIBUZIONE MINIMA

La prima restrizione è una distorsione. Le aziende devono poter decidere liberamente dove collocare le loro sedi nazionali ed estere, senza alcuna costrizione e senza essere soggette a incentivi fiscali. È anche inapplicabile. Le filiali estere di imprese Usa, i cui lavoratori sono ora considerati dipendenti della casa-madre, si trasformerebbero in aziende consociate, i cui lavoratori non sarebbero più dipendenti della casa-madre. Gruppi industriali, la cui direzione generale è sempre stata negli Stati Uniti, sarebbero venduti a compagnie di comodo o chiusi, per essere immediatamente riaperti, sotto altro nome e altra identità, con direzione generale all’estero. E siano poi gli avvocati del dipartimento del Commercio a cercare di decriptare il Dna societario e scoprire l’origine delle nuove corporation. Purtroppo, le leggi stupide e inapplicabili non sono innocue: provocano dispregio e mancanza di rispetto per le leggi e le istituzioni.
Anche se la seconda condizione è meno dannosa di quanto potrebbe essere un aumento generalizzato della paga minima, a livello federale (attualmente di 5,85 dollari), Obama dovrebbe capire che la naturale risposta delle aziende all’obbligo di paghe più elevate sarebbe quella di assumere meno; anche godendo di un credito di imposta pari all’1 per cento dell’imponibile, non tutti i datori di lavoro degli Stati Uniti potrebbero permettersi di pagare i contributi previsti e allo stesso tempo realizzare quel tanto di profitto da poter restare in attività. È molto probabile che i lavoratori non specializzati, quelli che verrebbero sicuramente assunti con una paga di, mettiamo, 6,50 dollari l’ora e che invece non troverebbero lavoro se la paga fosse di 7,80 dollari, finirebbero per vedere questa nuova legge come un’ennesima iniziativa democratica, magari piena di buone intenzioni, ma che senza volerlo avvantaggia coloro che non sono troppo poveri, a scapito di quelli che lo sono veramente.
Quanto ai contributi destinati ai piani pensionistici dei lavoratori, menzionati nel terzo punto, fanno parte del costo del lavoro come gli stipendi e quindi vale il discorso appena fatto. Per giunta, i provvedimenti previsti produrrebbero ben pochi miglioramenti. Qualsiasi soluzione realistica non deve far dipendere investimenti e management dei piani pensionistici dal datore di lavoro. L’eliminazione dei fondi pensione aziendali sarebbe una ben piccola perdita. Le aziende non hanno un’aspettativa di vita così lunga o una base di lavoratori così ampia da poter gestire un proprio fondo pensione; il soggetto ideale per occuparsene è l’amministrazione statale, attraverso la Social Security. C’è inoltre da considerare che poiché non è necessario finanziare costantemente i programmi a benefici definiti, parte di tali costi può essere differita. Ciò ha fatto sì che alcune  passività dei fondi pensione pensionistici venissero “dimenticate”, nascoste o non considerate come debiti: basta vedere i piani pensionistici dell’industria automobilistica o delle acciaierie americane.
Allo stesso modo, anche i contributi per l’assistenza sanitaria dei lavoratori sono un costo per il datore di lavoro. E comunque, qualsiasi incentivo, già in atto o previsto, che faccia dipendere l’assicurazione malattia dalla condizione di lavoratore e non dall’essere semplicemente in vita, è scorretto e ingiusto. Scoraggia la mobilità del lavoro e toglie reddito al lavoratore autonomo, al disoccupato e a colui che non lavora .
Il punto 5 è uno stupendo esempio di quella politica, che finisce col colpire coloro che vorrebbe proteggere. Finirebbe, infatti, con l’incentivare le aziende a non assumere nuovi lavoratori impiegati nella National Guard o della Reserve e a licenziare quelli che già lavorano per loro. Se la società ritiene auspicabile che il servizio nella National Guard o nella Reserve non comporti perdite di salario e di benefit per l’addetto e per la sua famiglia, allora è bene che sia la società a pagarlo, attraverso la fiscalità generale.

PATRIOTTISMO E PROTEZIONISMO

Il Patriot Employer Act è concepito per aiutare il lavoro organizzato. Barack Obama parla poco di coloro che vuole colpire. Il costo sarà sopportato da chi non ha ragione di temere di perdere il lavoro o di vedere le propria paga in dollari perdere valore a causa della concorrenza straniera. Questa persone – infermieri, insegnanti, disoccupati, coloro che vivono con i sussidi sociali – hanno perso potere d’acquisto, quando le restrizioni al commerco hanno fatto aumentare i prezzi dei beni di consumo e hanno diminuito il valore reale dei loro salari e dei loro benefit.
Il Patriot Employer Act cerca di trasferire ricchezza dai veri oppressi del mondo a un limitato numero di lavoratori privilegiati: soprattutto quelli delle industrie manifatturiere, un tempo fortissime, che hanno perso la capacità di competere in un mercato globalizzato.
È un’ipocrisia tremenda deplorare sì le condizioni spaventose di lavoro e di impiego dei paesi in via di sviluppo e dei mercati emergenti, ivi compreso il dramma del lavoro infantile e dello sfruttamento minorile, ma contemporaneamente ostacolare la messa in opera di meccanismi, destinati a porre rimedio a tali deplorevoli situazioni: investimenti esteri diretti, terziarizzazione, off-shoring e qualsiasi altro tipo di libero commercio.
Il progetto di. Barack Obama è reazionario, populista, xenofobo e semplicemente stupido. Obama deve smettere di cercare facile consenso e deve dimostrare al mondo che speranza e ragione non sono inconciliabili e non si escludono a vicenda. Gli Stati Uniti non hanno bisogno di maggiore protezionismo, ma devono aumentare la loro competitività investendo molto in istruzione e infrastrutture.
Molte infrastrutture americane sono vecchie e inadeguate, perché neglette per decenni; rappresentano un ostacolo alla capacità degli Stati Uniti di rispondere e adattarsi ai cambiamenti. L’aumento degli investimenti non dovrebbe dipendere dal crollo di uno dei principali ponti di una grande città. La qualità dell’istruzione primaria e secondaria degli Stati Uniti è precipitata sotto il livello della maggior parte degli altri stati industrializzati e rischia addirittura di essere surclassata nelle graduatorie da molti paesi emergenti. Le più famose università americane sono ancora le migliori del mondo. Ma si tratta di isole di eccellenza in un mare di mediocrità. Cina, India, Vietnam, Brasile, Thailandia, Bangladesh e Indonesia sono una realtà. Gli Stati Uniti devono adattarsi a tali cambiamenti e investire, o rischiano l’estinzione.

(1) Il sindacato dei camionisti

 (traduzione di Daniela Crocco)

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LO STRANO CASO DEI FEDERALISTI ANTI-ICI

12 commenti

  1. Flavio Pintarelli

    Ammetto una mia conoscenza solo parziale delle problematiche sollevate dagli autori dell’articolo; ma è mia opinione, che le imprese, in quanto chiedono ai lavoratori, e dunque alla società civile, un impegno nelle loro strutture produttive, dimostrino, nei confronti della società civile che ne consente col suo lavoro i profitti, un senso di responsabilità ben più profondo di quanto non accade. Le critiche mosse dagli autori dell’articolo alla proposta di legge del senatore Obama mettono in luce un pensiero che adotta, nei confronti del big business, una linea di condotta molto tenera. Tutti noi siamo stati testimoni di come, spesso e volentieri, l’ansia di profitto abbia fatto trascurare valori importanti del vivere civile: come la salute, la solidarietà sociale e altro ancora. è necessario arrivare ad un compromesso tra le due istanze: quella neoliberista, espressa dagli autori, e quella "protezionistica" (termine, a mio avviso inadatto), espressa da Barack Obama. Rimando i lettori alla visione del bel film "Roger & me" di Michael Moore, che di questa questione si è occupato già molti anni addietro.

  2. Francesco Arcarese

    Leggendo il titolo credevo fosse un articolo in merito alle posizioni di Obama sul commercio estero; davvero non capisco il pechè dell’utilizzo del termine "protezionismo" in questo contesto (tra l’altro la maggior parte dei repubblicani sono libero-scambisti solo a parole e protezionisti nei fatti). In ogni caso non vedo cosa ci sia di scandaloso nell’inseguire il voto dei lavoratori organizzati, la politica è proprio pluralità di posizioni. Se tutti i politici la pensassero allo stesso modo su queste questioni davvero avrebbe poco senso andare a votare (problema dell’alto astensionsimo che interessa parecchio gli USA, quindi vivaddio che ci siano più posizioni contrapposte in questa campagna elettorale).

  3. Marino

    Avevo già letto l’articolo sulla stampa americana. Nel merito alcune obiezioni sono giuste tecnicamente, ma leggere che in uno dei paesi più ricchi del mondo (e dove i manager beccano fior di soldi in buonuscite, stock options ecc. ecc., e dove la distribuzione del reddito è diventata sempre più sperequata) aumentare i salari dei lavoratori non qualificati di meno di un dollaro e mezzo l’ora non è possibile…bè, è raccapricciante. Oltretutto, va bene sganciare pensioni e assistenza sanitaria dalla posizione lavorativa, ma ciò implica un sistema più europeo e un maggior carico fiscale. Un bacio della morte per Obama. Politicamente, poi, se la sinistra liberale continua a sostenere acriticamente questa globalizzazione, i ceti popolari andranno appresso a Tremonti e ai suoi emuli americani, che sono molto peggio come populismo e nazionalismo. Ne conosco qualcuno su internet.

  4. Tarcisio Bonotto

    Se liberismo e globalizzazione (ispirata da 400 multinazionali) hanno portato in Italia a 3,5 milioni di precari e allo smantellamento del tessuto produttivo italiano (quote latte, agrumi, olive, grano duro, forse riso), delocalizzazione e massicce importazioni di prodotti di base, aumentando la disoccupazione in diversi settori, ebbene dovremmo adottare un altra visione per la globalizzazione: * Autosufficienza economica al massimo grado per ogni paese. Questo dà lavoro, sicurezza economica e vaccina da crisi internazionali. * Eliminazione della Borsa, investire in economia reale. Joseph Stiglitz è dello stesso avviso. * Democrazia Economica nelle aziende (51% delle azioni a tutti i lavoratori). Il modello economico medioevale Imprenditore-dipendenti, è decotto e rischioso. * Garanzia delle minime necessità x tutti come asserito da Sarkar e dalla Dichiarazione dei Diritti Umani Universali. Un’economia basata sul consumo e non sul profitto è fattibile, come dimostrano le Cooperative Mondragon, Paesi Baschi, più efficienti delle aziende a proprietà privata dei mezzi di produzione. L’attuale globalizzazione economica è ad alto rischio.

  5. pietro

    Lo sappiamo: gli americani sono sempre stati isolazionisti. Nelle loro cose non vogliono ci si metta il becco, nemmeno l’Onu può permettersi di farlo. Tuttavia devo ammettere che questo provvedimento suscita in me un certo interesse. Un salario minimo non è quello che proponevano i democratici in queste elezioni? Proteggere i propri compatrioti, termini che agli intellettuali fa ribrezzo, ma che è utile per la realtà del momento, anche italiana, facendo godere loro dell’assicurazione, dei benefici sanitari, dando pari opportunità non è quanto di più solidale si possa fare? Bisogna porre un freno a questa delocalizzazione sfrenata! Occorre un principio di reciprocità anche nei diritti e che le imprese paghino, che gli operai si specializzino. E’ il mercato. Però va controllato: non si può giocare al liberismo se non abbiamo tutti le stessa regole

  6. Francesco Tosato

    Avendo studiato e continuando a studiare attualmente i problemi del "pricing" delle risorse in genere, penso che l’argomentazione, secondo la quale le tutele tipo salario minimo siano sbagliate in quanto provocherebbero distorsioni e quindi inefficienza di mercato, sia da ritenere sbagliata, perchè di fatto, il salario di mercato è di suo ampiamente distorto verso il basso a causa della disparità di "forza contrattuale" tra le parti, di asimmetrie informative (all’origine, per quanto riguarda la qualità reale del lavoro "scelto" dal lavoratore) e soprattutto di rigidità dell’ offerta della fascia dei lavoratori più deboli, i quali non si trovano a poter scegliere liberamente a causa di ben note differenze di opportunità a priori che fanno del lavoro un bene soggetto a dinamiche "lexicografiche". Quindi ben venga, a mio parere, l’istituzione di alcuni diritti imprenscindibili di tutela, nella direzione della "correzione" del prezzo distorto del salario.

  7. lodovico malavasi

    Per molti il compito della politica è quello di risolvere problemi complessi e planetari; il metodo: suggerire comportamenti virtuosi ricorrendo ad incentivi ed a comportamenti certi e programmati. E’ la politica del centrosinistra: non ci hanno mai beccato ma l’idea era la più democratica: i politici sanno sempre come il mondo progredisce e non sbagliano mai.

  8. fernanda

    Gli USA sono da sempre il campanello di allarme che ci deve fare riflettere su dove ci sta conducendo il fenomeno di globalizzazione-delocalizzazione selvaggia e di quali sono le devastazioni del sistema sociale e delle sue garanzie operate dal mito del libero mercato e della concorrenza tout-court. Quelle di Obama saranno anche proposte inapplicabili e naif, ma sicuramente sono la spia che la condotta dei processi economici mondiali deve cambiare direzione. Il libero mercato se incentiva lo sfruttamento degli esseri umani, la distruzione dell’eco-sistema del pianeta, lo smantellamento dello stato sociale, a vantaggio dell’incremento esponenziale del profitto di pochi, non può più essere l’unico principio guida degli economisti e degli stati. Non si tratta di protezionismo, ma di individuare una via nuova allo sviluppo economico dal volto umano.

  9. Aly Baba Faye

    La politica è politica. Non conta ciò che è giusto ma ciò che paga in termini politici. Anch’io fan di barack sono convinto che la sua proposta ha molti limiti. Sospetto altresì che lo stesso Obama lo sappia. Ma qui la questione non l’efficacia o la sostenibilità della sua proposta ma se quel che dice può fare presa sull’elettorato o no? Purtroppo la politica è diventata affare di marketing e le campagne elettorale sono letteralmente una gara di spot pubblicitari. La sua proposta parla ad target esteso che va dalla Working Class alla Middle Class su cui si gioca la partita. Protezionismo alla Tremonti o opportunismo politico? io non credo alla purezza come categoria della politica … e dico purtroppo. Quanto al protezionismo, oggi è solo una chimera!

  10. umberto carneglia

    Lo sviluppo delle multinazionali e dei loro investimenti all’estero e la contestuale emersione economica di due continenti,Cina e India (trascurando altre realtà economiche emergenti), pone problemi complessi e dagli aspetti contraddittori. Le multinazionali sono un potente fattore di innovazione e diffusione dell’innovazione planetaria. Cina e India crescendo arricciscono il mercato mondiale sia dal lato dell’offerta di prodotti a basso costo sia dal lato della domanda di prodotti di ogni genere. D’altro canto la pressione sulle classi lavoratrici dei Paesi avanzati aumenta per effetto delle delocalizzazioni, come aumenta la pressione competitiva sulle imprese delle aree avanzate nei settori piu’ vulnerabili (specie L/intensive). Ciò che rende a volte traumatico il fenomeno e’ la sua dimensione: oltre 2 miliardi di individui in movimento. Alla luce di cio’ la proposta di Obama potrebbe non essere stravagante o ultra protezionista, ma semplicemente un tentativo pragmatico (speriamo fortunato ) di approccio ad una contingenza contraddittoria e complessa.

  11. Armando Pasquali

    Concordo con quasi tutti i commenti, molto intelligenti e misurati rispetto ai toni da crociata dell’articolo. Però occorre guardare in faccia la realtà: la posizione politica rappresentata dai due economisti non ha vinto, ha stravinto. Con la scusa che le disuguaglianze sarebbero causate dal progresso tecnologico, gli economisti sono riusciti a farle passare per un fatto non solo normale, ma positivo. Lo stesso processo lo stiamo vedendo pari pari qui in Italia: aumento delle disuguaglianze, peggioramento delle condizioni di vita di ampie fasce della popolazione, riduzione della partecipazione al voto, spostamento di elettorato dalla sinistra alla destra. Cosa propongono qui da noi gli economisti? Una sana politica liberale. Io stesso ho sentito economisti – in quota al centro sinistra, per di più – affermare che nei Paesi in Via di Sviluppo i contadini sono poveri per colpa dei coltivatori del lodigiano. Direi che fa il paio con l’idea che il progetto definito reazionario, populista, xenofobo e semplicemente stupido di Obama perpetuerebbe il lavoro minorile.

  12. luigi zoppoli

    Francamente mi viene da sorridere leggendo alcuni garbati commenti che riferiscono il liberismo all’Italia dove ce ne vorrebbe almeno un pò. E pare dimenticata la differenza che marca la tradizione liberista europea ed italiana in particolare da quella americana. Francamente apprezzo più la Microsoft che prima guadagna una forte leadership e poi tenta di approfittarne, che coloro che usurpano leadership eterne abusando della politica. Ed in Italia non sono poche le oligarchie di tal fatta. Almeno la Microsoft può ricadere, come è accaduto sotto il maglio dell’anti-trust negli USA come in Europa. Per gli oligarchi nostrani cosa facciamo? Aspettiamo il miracolo di San Gennaro? In ultimo, la sensazioni epidermiche ed indimostrate circa gli effetti della globalizzazione su occupazione e salari, andrebbero rivisitate alla luce delle analisi econoiche che questi "teoremi" mettono fondatamente in discussione. luigi zoppoli

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