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I SALARI NON SCIVOLANO SULLE TASSE

Si discute molto in Italia di salari bassi e di potere di acquisto che si è ridotto negli ultimi dieci anni. Tutta colpa del cuneo fiscale, si dice. Tuttavia, la differenza tra costo del lavoro e stipendio netto non è imputabile solo alle trattenute fiscali, ma anche ai contributi sociali e previdenziali,  assimilabili a premi assicurativi e a retribuzione differita. Ma il punto fondamentale è che secondo i dati Ocse per i lavoratori dipendenti il cuneo è leggermente calato.

Negli ultimi mesi, riprendendo un allarme lanciato dal governatore della Banca d’Italia nello scorso ottobre, si è molto discusso del fatto che in Italia i salari sono troppo bassi, e che il potere d’acquisto si è ridotto, per lo meno negli ultimi dieci anni (figura 1). (1) Pressoché unanimemente, i giornali del 12 marzo sostengono che "la busta paga è più leggera per colpa delle tasse sul lavoro". A sostegno si portano i dati Ocse. Molti commentatori hanno attribuito una responsabilità elevata per questo stato di cose al cuneo fiscale, ovvero alla differenza tra costo del lavoro e salario netto, che in Italia è più elevato che in molti altri paesi europei (tabella 1).

IL PERFETTO COLPEVOLE

Se però si fa una semplice correlazione tra salari netti e oneri fiscali, si scopre che la relazione è molto debole. (2)
Ad esempio, due paesi simili all’Italia, come la Germania e la Francia, hanno salari di un lavoratore senza carichi familiari a parità di potere d’acquisto e oneri fiscali, pari rispettivamente a 28.453 euro e 52,2 per cento e 25.532 euro e 49,2 per cento, mentre per l’Italia siamo a 19.850 euro e 45,9 per cento.
L’indiziato sarebbe un perfetto colpevole, soprattutto in un momento in cui tutti parlano di tasse troppo elevate. Peccato che non abbia commesso il fatto e sia stato anche scambiato per un’altra persona.
Cominciamo dal secondo punto. Il cuneo fiscale non è propriamente fiscale. Nel senso che la differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta non è imputabile solamente alle trattenute fiscali, ma anche ai contributi sociali e previdenziali.
I contributi sociali sono assimilabili a premi assicurativi, peraltro a buon prezzo, visto che una componente significativa del finanziamento delle prestazioni erogate viene fiscalizzata. (3)
I contributi previdenziali, in un sistema pensionistico di tipo contributivo, come il nostro sta ormai compiutamente diventando, non sono tasse, ma una componente differita della retribuzione, che verrà pagata sotto forma di pensione (LINK A di Leombruni e Richiardi, “Toglieteci tutto ma non il cuneo fiscale”, su lavoce.info, 16/6/2006 ). Dunque, se anche il cuneo fiscale fosse cresciuto negli ultimi anni in Italia, non è detto che sia per colpa del fisco. E non è detto che sia nemmeno una colpa. In effetti, a ben guardare l’unica componente che è cresciuta, almeno per una parte di lavoratori, è proprio quella dei contributi previdenziali: da meno del 5 per cento della retribuzione di base al 15,84 per cento per gli apprendisti, dal 10 al 24 per cento per i parasubordinati, che prospetticamente arriveranno al 26 per cento nel 2010. Questo va nella direzione di garantire pensioni più dignitose a milioni di lavoratori, e soprattutto un trattamento meno discriminatorio nei confronti dei dipendenti, per i quali l’aliquota contributiva è rimasta in questi ultimi dieci anni fissa al 33 per cento.

DATI OCSE

Facciamo un passo indietro e chiediamoci per quale motivo un aumento del cuneo fiscale potrebbe risultare in una diminuzione (o in una minore crescita) dei salari. Se i lavoratori non dispongono di un forte potere contrattuale nei confronti delle imprese, queste potrebbero scontare l’aumento del costo del lavoro causato dalla crescita del cuneo fiscale offrendo salari inferiori. Al limite, se non avessero alcun potere contrattuale nei confronti delle imprese, si dovrebbe assistere a un completo trasferimento del cuneo sui lavoratori. Una relazione negativa tra crescita del cuneo fiscale e crescita delle retribuzioni è documentata dalla figura 2, anche se la crescita del cuneo non sembra trasferirsi interamente in diminuzione delle retribuzioni. Ma il punto fondamentale è che i dati Ocse dicono che in Italia, tra i lavoratori dipendenti, il cuneo fiscale non è affatto cresciuto. Anzi, è addirittura calato leggermente: per una famiglia mono-componente senza figli con retribuzione media si è passati dal 46,4 per cento del 2000 al 45 per cento del 2003, per poi risalire al 45,9 per cento attuale. Dunque, se in Italia le retribuzioni non sono cresciute a sufficienza non è “colpa” del cuneo fiscale.

(1) In realtà, però, prima del 1997, il potere d’acquisto era cresciuto più in Italia rispetto a molti altri paesi europei.
(2) Inferiore a -0,2 per i paesi dell’Unione Europea
(3) Assegni di mobilità, cassa integrazione non vengono cioè coperti solo con i relativi contributi trattenuti in busta paga, ma in parte significativa con la tassazione generale.

Figura 1: Evoluzione dei salari reali, 1992-2006 (1997 = 100). Fonte: Eurostat

(% del costo del lavoro), 2007
      Contributi sociali e previdenziali  
Paese1 Totale cuneo fiscale Imposte sul reddito a carico del lavoratore a carico del datore di lavoro Costo del lavoro2
  (1) (2) (3) (4) (5)
Germany 52.2 18.4 17.4 16.4    59 526
Belgium 55.5 21.5 10.7 23.3    57 141
Austria 48.5 12.0 14.0 22.6    56 630
United Kingdom 34.1 16.0 8.4 9.7    56 612
Luxembourg 37.5 13.0 12.6 11.9    54 000
Norway 37.5 19.3 6.9 11.3    52 048
Netherlands 44.0 12.1 18.6 13.3    51 828
France 49.2 9.9 9.6 29.6    50 260
Sweden 45.4 15.6 5.3 24.5    48 763
Switzerland 29.6 9.7 10.0 10.0    48 489
Japan 29.3 7.2 10.6 11.4    46 916
Korea 19.6 4.2 6.7 8.7    46 604
Finland 43.7 18.9 5.4 19.4    45 302
United States 30.0 15.7 7.1 7.2    44 347
Greece 42.3 7.9 12.5 21.9    44 304
Australia 27.7 22.1 0.0 5.7    42 579
Denmark 41.3 30.2 10.6 0.6    41 252
Canada 31.3 14.4 6.6 10.4    38 627
Iceland 28.3 23.0 0.2 5.1    38 232
Italy 45.9 14.4 7.2 24.3    36 692
Spain 38.9 10.8 4.9 23.2    36 329
Ireland 22.3 7.9 4.7 9.7    34 379
New Zealand 21.5 21.5 0.0 0.0    29 037
Portugal 37.4 9.3 8.9 19.2    27 453
Czech Republic 42.9 7.7 9.3 25.9    23 604
Hungary 54.4 16.1 12.6 25.7    21 552
Turkey 42.7 12.6 12.3 17.7    20 182
Poland 42.8 5.4 20.5 17.0    19 847
Slovak Republic 38.5 7.1 10.6 20.8    18 215
Mexico 15.3 3.4 1.3 10.6    11 766
1. Paesi elencati per costo del lavoro decrescente        
2. Dollari con parità di potere di acquisto                      

 

Tabella 1: Il cuneo fiscale e la sua composizione, 2007.
Famiglia mono-componente senza figli, retribuzione media. 
Fonte: Ocse (2008)

Figura 2: Variazione delle retribuzioni e del cuneo fiscale, 2000-2007, paesi Ocse. Fonte: Ocse (2008)

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11 commenti

  1. Mirko

    il potere d’acquisto è stato eroso, sotto il lato contributivo, dalle tasse locali non di certo dal cuneo fiscale il quale è l’unico strumento sensato che lo stato può utilizzare (diminuendolo) per ovviare alla diminuzione continua di versamenti agli enti locali che poi i cittadini devo coprire.

  2. Flavio Pastore

    Questo a mio parere può essere anche dovuto all’aumento del livello di lavoratori con contratti a tempo determinato rientranti nelle fasce basse di reddito (ovviamente intendo sempre come dipendenti) o per i contratti di apprendistato che ovviamente sono soggetti ad un’imposizione fiscale meno importante, almeno nella fase in cui rimangono come tali. I dati OCSE possono essere stati influenzati dalla presenza sul mercato del lavoro di questa categoria di lavoratori che oltre a ridurre il peso del cuneo fiscale medio , riducono il livello di disoccupazione.

  3. Remo

    Il problema è che quello italiano NON è un sistema completamente contributivo. Come le appendici all’accordo sul welfare hanno dimostrato (vedi l’obiettivo di "sagomare" i coefficienti di trasformazione in modo da offrire indiscriminatamente a tutti una copertura del 60% dell’ultimo stipendio), è tutt’altro che certo (anzi, direi chè è certo il contrario) che tutti i contributi versati da un lavoratore finiscano al lavoratore medesimo. Essi verranno in parte più o meno cospicua dirottati a favore di altri lavoratori, pertanto sono da considerarsi alla stregua di una (ingiusta) tassa. Cordiali saluti.

  4. Marco Di Marco

    Non ho capito molto bene il messaggio centrale dell’intervento. Quello che colpisce nei recenti dati OECD è che l’Italia ha, rispetto ad altri paesi, sia salari lordi più bassi, sia un’aliquota di imposta personale relativamente alta. Pagano più imposte dirette di noi, in percentuale, soltanto i ben più ricchi lavoratori del Nordeuropa. Ma in Spagna, che ha una retribuzione lorda a parità di potere d’acquisto simile a quella italiana, l’aliquota di imposta personale è di 5 punti più bassa (14% contro il nostro 19%). Quello che è in discussione è il grado di progressività effettivo dell’imposta. A causa dell’evasione, il fisco italiano concentra il prelievo sui soliti noti e le aliquote cominciano a salire da livelli di reddito che in altri paesi sono considerati medi, o addirittura medio-bassi.

  5. GIUSEPPE MARINI

    Sapendo che per ‘Cuneo Fiscale’ si deve intendere quello che s’innesta non solo tra il Costo Lavoro Lordo che sostiene l’Azienda e la Retribuzione netta che va al Lavoratore, ma anche – e forse soprattutto – quello che si inserisce tra Retribuzione lorda (compenso ‘teorico’ della prestazione) e Retribuzione netta (compenso ‘effettivo’) cioè il prelievo che il Lavoratore subisce quale ‘Assicurato/Contribuente’ per la sua copertura previdenziale e per i suoi obblighi di Cittadino (Ritenute previdenziali e assistenziali, IRPEF, Addizionali Comunali e Regionali). E’ su tutto l’insieme che bisogna dialogare per trovare quale proposta gli intervenuti, studiosi e politici, ritengono utile fare per dare delle risposte concrete alle istanze dei Lavoratori, senza che le ‘asfittiche’ casse dello Stato risentano dell’eventuale provvedimento da ipotizzare. Da notare che in precedenza non si è dato credito all’unica possibilità concreta che avevo ipotizzato che era quella della ‘sterilizzazione’ – intervenendo sull’art. 51 TUIR, degli aumenti retributivi dettati dai rinnovi della Contrattazione Collettiva (che ance Capezone RDP e Angeletti UIL avevano fatta propria con diverse motivazioni).

  6. Giorgio Lunardi

    I salari sono diventati bassi perchè si è fatta l’equazione 1 euro= 1000 lire. Chi guadagnava 3 milioni di lire e viveva dignitosamente, ora guadagna 15000 euro e tira a campare. Nel mentre chi è lavoratore autonomo, aumenta i prezzi dei servizi per compensare l’aumento dei costi. Chi ci rimette è solo il salariato, che può solo subire la situazione.

  7. Felice Di Maro

    L’Articolo è certamente un’ottima base per relazionare salari e cuneo fiscale che con la passata finaziaria si parla che il regalo del governo Prodi alle imprese è stato di cinque miliardi di euro. Purtroppo la ricerca che non si fa da parte degli economisti di professione è perchè i profitti aumentano quasi a livello esponenziale e i salari no? Penso che interpretare i processi di innovazione tecnologica e parlo di quelli legati ai processi di espulsione dal mercato attivo del lavoro delle generazioni più anziani potrebbe portare a qualche considerazione economica certo non corrente, ma quanto meno a comprendere meglio che i profitti in aumento delle aziende sono legati da un lato ai cambiamenti tecnologici e dall’altro alle scelte di politica economica che sono libere, e libere di fare fallimenti a danno dei lavoratori che non sono più collocabili nel mercato del lavoro corrente.

  8. GIANLUCA COCCO

    Finalmente qualcuno fa chiarezza su un fattore usato da molti per evitare di affrontare la vera questione: la mancata crescita dei salari, con loro dei consumi e quindi della domanda aggregata. Distinti saluti

  9. nicola s.

    Concordo con gli Autori che il cuneo abbia per la maggior parte natura di contribuzione sociale (il 70% ca.). Per oltre 2/3 è (formalmente) a carico del datore di lavoro. Ma mi sembra che il discorso eluda il punto: questa natura ci mette tout court al riparo dagli effetti distorsivi sul mercato del lavoro? Inoltre, la quasi totalità della contribuzione sociale è destinata al finanziamento delle pensioni con il criterio della ripartizione. La necessità di ridurre il cuneo discende anche dalle ragioni che suggeriscono di muovere verso un sistema pensionistico multipilastro, che ribilanci il peso della ripartizione con iniezioni di capitalizzazione reale, di fronte ad una popolazione che invecchia. Grazie e saluti, n.s.

  10. LIA GATTI

    Alcune questioni aperte : – ma il governo uscente non aveva promesso una diminuzione del cuneo fiscale? Qualcuno ne ha più saputo niente? – impossibile tentare di aumentare i salari erodendo ulteriormente i profitti delle imprese. Per le imprese artigiane è già impossibile recuperare il 7% di aumento del costo del lavoro causato dall’ultimo scellerato rinnovo del CCNL, che paga senza chiedere produttività (forse qualcuno dimentica che per sobbarcarsi la responsabilità di dare da lavorare agli altri, che significa anche non avere più orari, nè ferie, nè malattia pagata, bisogna guadagnare se no torniamo a fare i dipendenti e tutti i lavoratori li lasciamo a spasso, con buona pace dei sindacalisti.) – i contributi sono così altri non solo per le pensioni, ma anche per il costo delle malattie, ma qualcuno ne vuole parlare dell’assenteismo per malattie fasulle o continuate tutti a fare finta di niente? INPS compresa……

  11. Alessandro R

    Oltre che di cuneo fiscale si dovrebbe parlare della tassazione indiretta che grava sugli stipendi italiani. Esempi: le accise sui carburanti, l’Iva sugli acquisti di tutti i generi, gli oneri previdenziali, l’Ici e le tasse locali, il canone rai, la tarsu (ora tia), eccetera eccetera eccetera. Che fine fanno tutti questi soldi?

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