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TESTIMONIANZA DI ANTONIO LA SPINA

Docente Università degli studi di Palermo

CHE FARE CONTRO LA MAFIA?

La criminalità di stampo mafioso non è presente soltanto nel Mezzogiorno, giacché come è noto si è da tempo espansa verso altre aree dell’Italia e dell’Europa. È tuttavia in alcune regioni del Mezzogiorno (che poi sono anche quelle che presentano le condizioni più gravi di arretratezza socioeconomica) che tali organizzazioni hanno il loro radicamento territoriale e hanno tradizionalmente svolto le loro attività avvalendosi sia di intrecci con parte delle istituzioni e del ceto politico, sia della collusione con taluni imprenditori, professionisti, “colletti bianchi”, o quanto meno dello loro acquiescenza.
Su questo fronte stiamo assistendo, come è noto, a novità radicali, che a loro volta sono favorite dai grandi successi conseguiti dall’azione di contrasto. La presenza delle varie mafie è tutt’ora pervasiva e pericolosissima, ma oggi si comincia ad immaginare come possibile un momento non lontano in cui queste saranno sconfitte. Il che deve indurci non già a rilassare l’impegno antimafia, adagiandoci sui risultati indiscutibilmente ottenuti (ma fino a poco tempo fa negati anche da una certa parte della mafiologia), bensì a mantenere l’abbrivio e a moltiplicare gli sforzi fino alla definitiva sconfitta di organizzazioni che sono certamente sotto stress (mi riferisco in particolare a Cosa nostra), ma hanno anche, ciascuna secondo le proprie peculiarità, una proteiforme capacità di adattarsi e riprendersi.
L’iniziativa della Voce.info è tempestiva e meritoria. Fin da subito ha consentito ai lettori di prendere buona nota di chi ha risposto e di chi ha taciuto, nonché dei contenuti delle posizioni espresse. Visti i limiti di spazio (ma in certa misura anche se tali limiti non vi fossero) ho ben poco da aggiungere alle indicazioni di policy formulate nel testo di Veltroni, che a loro volta rinviano al programma del Pd. Si tratta di una summa articolata e completa di linee di intervento avvalorate come efficaci e promettenti sulla base di un’esperienza – quella italiana – che è unica al mondo quanto a varietà e intensità delle forme di contrasto. Inoltre, il leader del Pd ha pubblicamente e recisamente rifiutato i voti riconducibili alle mafie, mentre almeno fino al momento in cui scrivo non si è sentita un’analoga presa di posizione da parte di altri soggetti politici.

Mi limito ad alcune sottolineature. La prima è che quelle che possiamo definire politiche dirette contro le organizzazioni mafiose (volte cioè ad aggredire direttamente gli affiliati, i loro beni, le loro reti di relazioni e così via) sono già molto incisive, ma possono essere ulteriormente irrobustite e affinate (come evidenziato nei testi appena richiamati) quanto a potenziamento dell’attività delle forze dell’ordine, intensificazione delle sanzioni, velocizzazione e snellimento delle procedure sia giudiziarie sia amministrative (pensiamo ai beni confiscati, e anche all’esigenza che essi vadano destinati a soggetti dotati di capacità imprenditoriali, così da reimmetterli nel processo produttivo e farne mezzi di produzione efficiente di ricchezza). La seconda è che vanno diventando sempre più importanti le politiche indirette, vale a dire quelle che invece modificano il contesto in cui hanno finora operato con grande efficacia le varie mafie, ad esempio diffondendo una cultura della resistenza al racket nelle giovani generazioni, ovvero favorendo e rendendo conveniente la ribellione da parte degli imprenditori, finora il più delle volte vittime passive dell’estorsione e in genere della distorsione della concorrenza. Una delle grandi novità del momento attuale è che vi è una spinta dal basso (anziché soltanto o prevalentemente da parte delle istituzioni pubbliche) a modificare il contesto in modo da ostacolare le mafie. Penso ovviamente a iniziative come quelle di Addiopizzo, di Confindustria, di singoli imprenditori e in genere operatori economici che vanno diventando sempre più numerosi. È molto importante valorizzare un’impostazione del genere. È altrettanto importante comprendere le difficoltà di chi fa impresa in territori in cui sono presenti le mafie, senza aggiungere difficoltà e oneri ulteriori (ad esempio, ipotizzando, come è stato erroneamente fatto in un recente passato, la possibilità che la mano pubblica si sostituisse alla libertà d’impresa nei casi di operatori economici “assoggettati” alla mafia).

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UN MEZZOGIORNO DISPERATO

La mafia è uno dei problemi più gravi del Mezzogiorno. Non è l’unico. Ve ne sono altri, almeno altrettanto difficili da sradicare. D’altro canto, molti di tali problemi non vanno disgiunti dalla presenza delle organizzazioni criminali, perché in parte la favoriscono, e in parte ne sono aggravati.
In estrema sintesi, la gran parte dei mali deriva dall’onnipervasività della distribuzione delle risorse da parte del ceto politico, da un’economia e da una società civile che ne è dipendente, dalla tendenza a trasformare financo le emergenze (a cominciare dai terremoti per finire alla protezione civile e ai rifiuti) in occasioni per espandere il settore pubblico, moltiplicare gli scambi politici, fornire risposte particolaristiche e clientelari alla domanda di lavoro.
Ne segue che la povertà relativa al Sud non solo è molto superiore rispetto al Nord, ma negli ultimi anni è cresciuta. Le prestazioni effettive del sistema sanitario, dell’istruzione, dei servizi pubblici al Sud restano sensibilmente inferiori rispetto al Centro-Nord. Il rendimento delle pubbliche amministrazioni è in genere scadente, nonostante la massiccia immissione di personale senza concorso tratto dalle file di un certo precariato (anzi probabilmente anche a causa di ciò). Il livello di protezione di beni pubblici, come l’ambiente, il territorio, il paesaggio, la sicurezza, è basso in modo allarmante. Il senso civico appare debole. Se una delle raffigurazioni non ufficiali più efficaci del Mezzogiorno com’era fu il Cristo si è fermato a Eboli di Levi, quella del Mezzogiorno – o almeno di un certo Mezzogiorno (giacché è vero che ve ne sono diversi) – com’è oggi non è forse la Gomorra di Saviano?

Occorre quindi rendersi conto che la questione meridionale non è affatto superata, e riguarda non soltanto il Sud come tale, ma anche l’intero paese e l’Unione europea. D’altro canto, un certo meridionalismo (nelle sue varie riedizioni, che arrivano fino ai fallimenti della “nuova programmazione” dei fondi comunitari), finalizzato all’attrazione di flussi di denaro pubblico, ha in definitiva agito a favore della permanenza nel sottosviluppo economico e civile.
La risposta a tale situazione di degrado non può che essere l’isolamento di certi processi decisionali pubblici dalla pressione distributiva. Ciò sicuramente vale per le risorse destinate allo sviluppo (che invece vengono disperse in mille rivoli e avviate a utilizzi inutili o dannosi), che occorrerebbe sfruttare secondo priorità e con prestazioni decisionali che le amministrazioni locali, a partire dalle regioni, non sono di norma in grado di garantire. Ma vale anche per la fornitura di servizi ordinari (dalla gestione dei rifiuti all’acqua, in genere ai servizi pubblici locali). Mai più si dovranno nominare commissari i “governatori” o i sindaci, o comunque soggetti a essi strettamente legati. Gli interventi sostitutivi dovranno essere mirati, ma anche tanto frequenti quanto ciò viene richiesto dalla gravità delle varie situazioni, avere una durata congrua, essere accompagnati dai poteri necessari. È appena il caso di ricordare che, sia pure talvolta con le migliori intenzioni, l’impostazione complessiva dell’ultimo quindicennio delle politiche nostrane è andata in senso diametralmente opposto.

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LA QUESTIONE SETTENTRIONALE

Un’ultima riflessione, sempre legata al momento elettorale. Come è noto, le difficoltà in cui versa l’economia delle aree più sviluppate del paese sono oggi, e giustamente, molto sentite. A prima vista, dedicare i propri sforzi alla soluzione della “questione settentrionale” ha un’alta utilità attesa. In primo luogo perché, visto il peso di tali forze produttive, sia pure in difficoltà, il rilancio dell’attività in tali aree produrrebbe un beneficio notevole in termini assoluti. In secondo luogo, sebbene certamente non sia facile prevenire ad una soluzione, che vi si riesca è assai più plausibile rispetto al Mezzogiorno, come ci insegna la sua storia antica e recente. Vi è dunque un beneficio elevato, che potrebbe per di più ottenersi con una probabilità anch’essa elevata. In terzo luogo, vi sono i ritorni politico-elettorali: per il Pdl, il settentrione è favorevole, sicché va coltivato; ma ciò vale a maggior ragione per il Pd, che ha quanto meno necessità di riacquistare consensi perduti. Infine, è opinione diffusa che al Sud prevalga il voto di scambio, il che potrebbe significare sia che politiche pubbliche corrette e incisive non saranno premiate da un voto d’opinione, sia anche che proprio perché corrette e incisive potrebbero far perdere i consensi clientelari, quanto meno nell’orizzonte di breve periodo (che poi è quello il più delle volte decisivo).
Tali considerazioni lascerebbero presagire, nei fatti, uno scarso interesse non tanto verso i voti dei meridionali (che invece e ovviamente risultano appetibili), quanto piuttosto verso un impegno per il superamento di quella che, per comodità, continuerei a chiamare questione meridionale. A tale “predizione” del modello dell’utilità attesa sembrano “disubbidire” i punti programmatici sulle politiche antimafia del Pd. È un segnale importantissimo, cui un Mezzogiorno al momento senza speranza dovrebbe sperare si accompagnino altri passi (relativi ai problemi di cui al paragrafo precedente), anch’essi necessari.

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TRIONFO DELLA BUROCRAZIA

  1. Elio Gullo

    Un breve commento al lucido intervento dell’amico La Spina. 1) Dire "non voglio i voti della mafia" è, come ho già detto altrove, solo il primo passo. Certo, c’è chi non l’ha detto. Ma i voti sono come le scuse: non si chiedono, si danno. E chi li "offre" può sempre, anche se non richiesti, venire a chiedere il conto. 2) Il Meridione attrae risorse economiche – italiane ed UE – rilevanti, ma le brucia quasi tutte. Se fossero distribuite pro-capite, genererebbero maggiori effetti (immediati, s’intende). Solo che il ceto imprenditoriale è scarso se non assente e tutti – a destra e sinistra – pensano non già che la classe politica sia responsabile della loro distribuzione (e già questo sarebbe un piccolo problema, in quelle aree), ma che addirittura sia il ceto amministrativo, espressione di logiche politico-clientelari note, a farlo. Da qui alla crescita solo di favoritismi e dispersioni, giusto per usare termini politicamente corretti, il passo è brevissimo. 3) Occorre favorire dall’alto i processi virtuosi attivati dagli imprenditori. Per questa tornata elettorale abbiamo perso il treno. Però i segnali finora dati mi sembrano ancora troppo flebili.

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