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REGOLE DI DIFESA

Il dibattito su protezionismo e liberismo è mal posto. L’Omc consente in alcuni casi misure di difesa commerciale per proteggere le industrie nazionali. E la Comunità, che ha tutte le competenze sulla politica commerciale, da sempre ne è uno dei maggiori utilizzatori. Quanto all’Italia, notevoli le sue battaglie degli ultimi anni. Le vere questioni sono il raggiungimento di comuni standard competitivi, sociali e ambientali e una riflessione sul mantenimento in Europa di alcune produzioni.

Le proposte di Giulio Tremonti di incrementare la protezione riservata alle imprese nazionali nei confronti dei prodotti originari dalla Cina ha sollevato un acceso dibattito su protezionismo e liberismo. Nel confronto, tuttavia, alcune importanti questioni riguardanti l’applicazione delle norme comunitarie e internazionali non sono state tenute in adeguata considerazione.

COMMERCIO E TRATTATO DI ROMA

In primo luogo, gli Stati della Comunità europea non hanno alcun potere di incrementare individualmente i “dazi doganali” o altre misure protezionistiche: tutte le competenze in materia di politica commerciale sono state trasferite agli organi comunitari, secondo l’articolo 133 del Trattato di Roma. Lo Stato membro che voglia applicare misure commerciali protezionistiche, pertanto, può agire, nel rispetto delle procedure previste dal Trattato di Roma, nell’ambito delle istituzioni comunitarie. Queste ultime, peraltro, sono vincolate al rispetto del Trattato e degli accordi dell’Organizzazione mondiale del commercio, che prevedono severi vincoli all’applicazione di misure protezionistiche: in caso di violazione, lo Stato responsabile, qualora non ripristini la legittimità delle normative commerciali, può subire sanzioni dagli altri Stati membri.
Il dibattito italiano è mal posto in quanto sembrerebbe trasparire, da un lato, che l’Omc non permetta l’utilizzo di nessun strumento di protezione e, in secondo luogo, che la Comunità europea non abbia adeguatamente difeso le imprese europee dal “pericolo asiatico”: non è così.
L’Organizzazione mondiale del commercio consente, in alcuni casi determinati, l’attivazione da parte dei membri di misure di difesa commerciale atte a proteggere le industrie nazionali. Ad esempio, possono essere imposti dazi aggiuntivi (antidumping) nel caso in cui sia accertata l’importazione di prodotti stranieri a prezzi inferiori a un valore normale di riferimento (prezzo di dumping). La Comunità, da sempre, è stata uno dei maggiori utilizzatori di questi strumenti: per esempio, nel periodo 1995-2006, è stata il terzo utilizzatore mondiale dei dazi antidumping, dopo India e Stati Uniti. (1) Ma ha utilizzato ampiamente altri strumenti legittimi in base alle norme Omc, come i dazi compensativi (dazi aggiuntivi nei confronti di prodotti sussidiati dallo Stato nel mercato di origine). In più, si ricordi che la Comunità dal 2005 ha applicato, nei confronti della Cina, una clausola di salvaguardia speciale, legittima secondo l’Omc. che ha consentito di rallentare le importazioni di prodotti tessili e abbigliamento.

L’INTERESSE COMUNITARIO

Nelle istituzioni comunitarie, poi l’Italia ha fatto, negli ultimi anni, notevoli sforzi atti a proteggere le industrie nazionali: si ricordi la battaglia, vinta, per l’imposizione di un dazio antidumping nei confronti della importazioni di calzature cinesi e vietnamite. Nella Comunità, tuttavia, riuscire a far prevalere un’ottica protezionistica è assai complesso, in quanto bisogna trovare il consenso di almeno la maggioranza degli Stati membri. Non tutti (Stati e cittadini europei) sono d’accordo con l’imposizione di misure protezionistiche: queste sollevano accesi contrasti fra consumatori, utilizzatori dei beni e distributori, che vedono i prezzi salire a causa dei dazi, e produttori comunitari, beneficiari della protezione. Il contrasto è anche fra paesi del Nord Europa, sprovvisti di industrie da proteggere e quelli dell’Europa del Sud, e fra le industrie che chiedono protezione e gli assai numerosi imprenditori che hanno trasferito parte (o tutta) la produzione in Asia e sono i primi a essere danneggiati dai dazi europei. Peraltro, le norme comunitarie che regolano l’applicazione delle misure di difesa commerciale, l’articolo 21 del regolamento antidumping, danno tutela a tutti gli interessi in gioco e non solo a quelli dei produttori che chiedono protezione: l’applicazione della misura protezionistica, infatti, deve soddisfare l’“interesse comunitario”, cioè l’interesse di tutti le categorie toccate dalla misura.
L’Italia, peraltro, è stata la capofila dell’azione di sbarramento nei confronti dell’intenzione del commissario al Commercio, l’inglese Peter Mandelson, di limitare unilateralmente, senza cioè che anche gli altri Stati membri dell’Omc si comportassero allo stesso modo, l’utilizzo delle misure di difesa commerciale a disposizione della Ce, con un progetto avviato nel l 2006. L’idea del commissario era dare maggior rilievo, nella valutazione “dell”interesse comunitario”, a quelle categorie che sono più penalizzate dalle misure protezionistiche (consumatori, utilizzatori industriali dei beni intermedi) e di tenere in considerazione gli interessi degli imprenditori europei che hanno delocalizzato parte della propria produzione all’estero e i cui  prodotti risultano originari del paese ove gli impianti produttivi sono dislocati la Cina, in particolare.
Alla luce delle norme comunitarie e internazionali, due sono le questioni fondamentali che dovrebbero essere oggetto di un serio dibattito politico.

1) È conveniente mantenere determinate produzioni sul territorio comunitario? Quali produzione dovrebbero essere protette al fine di un loro mantenimento? È corretto che la decisione venga sottratta alle forze del mercato? Quali conseguenze deriverebbero dal trasferimento di gran parte della produzione comunitaria all’estero (parzialmente già avvenuta)? Quali sono i rischi, soprattutto in presenza di una carenza di fonti energetiche?
2) La concorrenza fra le imprese a livello internazionale si svolge senza la presenza di regole eguali per tutti: l’Omc, infatti, non armonizza gli standard competitivi, sociali, ambientali dei paesi membri e non prevede alcuno strumento di difesa per le imprese che, nel proprio paese, devono rispettarne di più elevati. Solo il negoziato internazionale può essere la soluzione al problema se non si vuole dar vita a gravi scontri commerciali che, oltre ad avere esiti incerti (Cina contro Europa: chi vince?), nel passato sono stati fonti di conflitti di più ampia portata, a cominciare dalla seconda guerra mondiale. Quali sono le proposte concrete per far accettare a tutti gli Stati standard adeguati?

(1) Global Trade Protection Report, 2007.

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TESTIMONIANZA DI PIER LUIGI VIGNA E DONATO MASCIANDARO

  1. Carlo Catalano

    Fin dal trattato di Roma sarebbe stato necessario prevedere una moratoria nei confronti di quei paesi che operano una concorrenza che si può ritenere sleale nei confronti delle economie avanzate. Mi spiego meglio, se alcune nazioni consentono alle proprie imprese di sottoporre i lavoratori a turni di lavoro massacranti, senza alcuna garanzia previdenziale o assicurativa e corrispondendogli salari al limite della soglia di sussistenza, se non al di sotto, opera una concorrenza sleale nei confronti di quelle nazioni che non consentono tutto ciò. E’ vero anche che per svilupparsi le economie arretrate hanno necessità di procedere in tal senso almeno finchè non raggiungano un livello di benessere tale da potersi permettere condizioni migliori per i propri lavoratori, ciò si sarebbe potuto prendere in considerazione prevedendo una periodo di moratoria entro il quale si sarebbero dovute garantire le tutele vigenti nei paesi ad economia avanzata a tutti i lavoratori. Si è preferito fare i furbi credendo che i paesi già sviluppati avrebbero potuto sfruttare i lavoratori dei paesi con economie meno avanzate, ma, come accade spesso ai furbi, si è rimasti vittime del proprio tentativo.

  2. Carlo Catalano

    Fin dal trattato di Roma sarebbe stato necessario prevedere una moratoria nei confronti di quei paesi che operano una concorrenza che si può ritenere sleale nei confronti delle economie avanzate. Mi spiego meglio, se alcune nazioni consentono alle proprie imprese di sottoporre i lavoratori a turni di lavoro massacranti, senza alcuna garanzia previdenziale o assicurativa e corrispondendogli salari al limite della soglia di sussistenza, se non al di sotto, opera una concorrenza sleale nei confronti di quelle nazioni che non consentono tutto ciò. E’ vero anche che per svilupparsi le economie arretrate hanno necessità di procedere in tal senso almeno finchè non raggiungano un livello di benessere tale da potersi permettere condizioni migliori per i propri lavoratori, ciò si sarebbe potuto prendere in considerazione prevedendo una periodo di moratoria entro il quale si sarebbero dovute garantire le tutele vigenti nei paesi ad economia avanzata a tutti i lavoratori. Si è preferito fare i furbi credendo che i paesi già sviluppati avrebbero potuto sfruttare i lavoratori dei paesi con economie meno avanzate, ma, come accade spesso ai furbi, si è rimasti vittime del proprio tentativo.

  3. Carlo Catalano

    I dazi sono anacronistici in quanto ostacolano soltanto l’efficente allocazione delle risorse danneggiando così i cosumatori finali, meglio sarebbe, a mio avviso, creare parità di condizioni fra gli operatori imponendo a tutti gli stati l’adeguamento delle condizioni dei lavoratori pena la risoluzione dei rapporti commerciali.

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