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IL CLUB DEGLI ECCELLENTI

Sulla stampa è recentemente apparsa la notizia dell’iniziativa dei rettori di dodici atenei, tra cui Bologna, Padova e il Politecnico di Milano, di costituire un’associazione per la qualità delle università. Il progetto è criticabile sia nel metodo che nel merito: contrariamente alle intenzioni, tende di fatto a creare un club con accesso preferenziale ai fondi ministeriali, piuttosto che indirizzare e incentivare la qualità della ricerca e della didattica.

La stampa ha recentemente riportato la notizia dell’iniziativa dei rettori di dodici atenei di costituire un’associazione per la qualità delle università italiane statali o Aquis. (1) Lo scopo di tale associazione, a quanto si apprende, è migliorare la reputazione internazionale degli atenei pubblici, promuovere la qualità di formazione, ricerca scientifica e organizzazione, proporre strategie per la definizione di obiettivi e programmi comuni con parlamento e governo. Più concretamente, le università che fanno parte dell’associazione battono cassa, e chiedono più risorse in cambio di una maggiore qualità.

LE LUCI

L’Aquis nasce come gruppo aperto ad adesioni di altre università (e infatti il gruppo dei promotori ha già raggiunto quota diciannove), purché essi rispettino i criteri di qualità stabiliti dai proponenti. Ma quali sono i criteri per aderire al gruppo Aquis? Un bilancio che preveda spese per il personale inferiori al 90 per cento del fondo di finanziamento ordinario, la reputazione scientifica misurata dalla presenza in alcuni ranking internazionali (come quello dell’università Jiao Tong di Shangai), e almeno 15mila studenti iscritti.
La fine del finanziamento a pioggia delle università italiane è un obiettivo da condividere. Come è stato più volte ricordato anche su lavoce.info, uno dei problemi principali delle università italiane è l’assoluta mancanza di incentivi rivolti a chi fa scelte virtuose, mirate ad accrescere la qualità della ricerca e della didattica, e la mancata penalizzazione di chi fa scelte che vanno nella direzione opposta. Apprezzabile è anche la rottura del tabù dell’uguaglianza delle università: è giusto riconoscere che non tutte offrono la stessa qualità in termini di ricerca e di didattica.

E LE OMBRE

Ciò detto, l’iniziativa non appare esente da critiche. Innanzitutto per il metodo proposto. L’idea che siano le università stesse a certificare il proprio operato, autoproclamandosi “di qualità” sulla base di indicatori scelti dagli stessi proponenti, è singolare. Molto più opportuno ci sembra il metodo adottato in Gran Bretagna, dove il Research AssessmentExercise (Rae http://www.rae.ac.uk/) valuta periodicamente la qualità della ricerca e dell’offerta didattica di tutte le discipline.Il Rae infatti è un organismo indipendente, nominato dai quattro principali centri di spesa pubblica per l’università in Inghilterra, Scozia, Galles e Irlanda del Nord.
Anche i criteri scelti dai rettori sono discutibili. Perché il numero di studenti dovrebbe essere un fattore di qualità discriminante? Forse l’idea è quella di escludere le piccole università nate recentemente, la cui qualità della ricerca e della didattica non è sempre elevata. Ma perché dovrebbe essere esclusa da Aquis un’università con poche facoltà (e quindi pochi studenti), ma di qualità elevata, e incluso invece un ateneo con molte facoltà, ma magari di minore qualità? E perché il fatto di avere più fondi disponibili oggi dovrebbe dare diritto ad averne di più anche in futuro? 
Vi è poi l’obiezione riguardo a chi debba essere soggetto a valutazione. Supponiamo che  un’università risulti eccellente nella ricerca grazie al dipartimento di fisica o di matematica. Perché dei fondi derivanti dal comportamento virtuoso di tali dipartimenti dovrebbero beneficiare anche dipartimenti dello stesso ateneo che non si sono distinti nella ricerca? Molto più logico sembra che la valutazione sia fatta a livello di dipartimento e non di ateneo. A tal proposito, saremmo curiosi di sapere se le università che hanno aderito ad Aquis gestiscono i propri fondi per la ricerca e per il personale in modo da premiare i docenti più impegnati nella ricerca e nella didattica, dando il buon esempio alle altre università. Già oggi i rettori, il senato accademico e il consiglio di amministrazione potrebbero attribuire posti di ricercatore, dottorati di ricerca, assegni di ricerca e i mille altri fondi che si disperdono spesso in tanti rivoli sulla base del punteggio Civrconseguito da ciascun settore disciplinare, promuovendo una selezione di merito al proprio interno e premiando i settori che si sono distinti nella ricerca.
Complessivamente ci sembra che l’iniziativa Aquis abbia più ombre che luci; tende in sostanza a creare un club con accesso preferenziale ai fondi ministeriali, piuttosto che indirizzare e incentivare la qualità della ricerca e della didattica. Sorprende quindi che tra i proponenti vi siano atenei di grande tradizione e prestigio, come Bologna, Padova e i Politecnici di Milano e Torino.

(1) Si veda, ad esempio, http://www.corriere.it/cronache/08_marzo_16/aquis_atenei_elite_0e0d80fe-f32a-11dc-a3d7-0003ba99c667.shtml

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LA RISPOSTA AI COMMENTI

18 commenti

  1. vincenzo spallina

    Se sulla nascita dell’associazione AQUIS si deve fare un processo cercando di dare poi un parere che sia positivo, negativo o ne l’uno ne l’altro io non ci sto. Ho partecipato al forum di bologna, ho ascoltato le relazioni e le ho rilette. Vorrei che tutti (CRUI, docenti,giornalisti, studenti) discutessero il fatto che in Italia il sistema universitario ha preso una piega clamorosamente pericolosa e che finora nessuno è stato in grado di offrire delle soluzioni alternative. Per cui, prima di fare una discussione sul metodo che ha utilizzato l’AQUIS, vorrei che tutti gli organi competenti, accettassero unanimemente i principi e tutt’al più discutessero su come, in alternativa, eventualmente si può rilanciare un sistema che premia il merito, un pò come ha sempre fatto lavoce.info sulla base di principi condivisi. Non è possibile accettare che il mondo dell’università e della ricerca, che dovrebbe essere uno dei motori del sistema italia continui con il solito immobilismo che spesso ci contraddistingue in diversi settori. Per cui mi auguro che a breve ci possa essere una discussione da parte di tutti, comprese le forze politiche su come investire sul sapere in Italia!

  2. giliberto capano

    Certamente la costituzione di Aquis ha molte ombre (ma perchè stupirsi se gli attori perseguono i propri interessi?). Resta il fatto che l’iniziativa rappresenta una rottura (auspicabile ed auspicata) della linea egalitarista ed immobilista che ha caratterizzato la Crui sotto la presidenza Trombetti. Finalmente arriva dagli atenei un segnale forte. Certo si tratta di una soluzione "sbilanciata". Ma le soluzioni le devono trovare gestire i governi. Spetta ai governi indirizzare ed incentivare la qualità. Insomma, nel silenzio assordante degli ultimi anni, piaccia o non piaccia, l’iniziativa Aquis qualcosa dice.

  3. Carlo Pretara

    Gli argomenti proposti sono in buona parte condivisibili, con due eccezioni. I criteri proposti dall’AQUIS non sono i criteri secondo i quali sarebbero da ripartire i fondi. Quei criteri proposti per poter far parte del "club" servono appunto solo a questo. Per il resto, l’AQUIS chiede di adottare per la ripartizione dei fondi i modelli ministeriali di ripartizione che si basano anche sulla qualità, in attesa della messa in funzione dell’ANVUR. Non sorprende a mio avviso che ci siano, tra le università del "club", alcune di antico prestigio: sono quelle che spesso si danno più da fare per aumentare la qualità al loro interno, con scelte anche dolorose (tipo peer rewiev per valutare la ricerca, valutazione della didattica, ecc) ed è per questo che chiedono a gran voce una scossa al sistema.

  4. alessandro cavalli

    Che si tratti della rottura simbolica di una finzione egualitaria non c’è dubbio e la cosa è positiva. Però le buone idee sono spesso uccise sul nascere da cattive applicazioni. L’iniziativa, lodevole negli intenti, rischia di naufragare per le modalità con le quali ne è stata proposta la realizzazione. Del resto, chi ha un po’ di conoscenza del sistema italiano sa benissimo che tra le università che si sono autoselezionate per essere eccellenti ve ne sono alcune che in molti settori sono francamente assai mediocri. Chi vuole essere dichiarato eccellente deve sottoporsi a una valutazione di esperti il più possibile "esterna", altrimenti sono ragionevoli i sospetti degli autori dell’articolo.

  5. Mario DA

    Anche io credo che i criteri adottati per questa campagna autocelebrativa siano discutibili. A proposito, sarebbe interessante vedere qual’è la coerenza tra i ranking per aree disciplinari emerse dalla valutazione della ricerca del civr e questa elezione "casalinga" dell’Aquis? Per alcuni casi, e.g. politecnici, padova, mi sembra che ciò sia fuor di dubbio. Ma per tutti gli altri, e.g. Lecce o Chieti, la cosa mi sembra una un pò forzata. Peraltro, mi pare che questa "autocertificazione" sia una mera conseguenza di un sistema in cui non esiste una vera valutazione della ricerca e un sistema di concorrenza sul merito tra università.

  6. Michele Costabile

    Si può discutere a lungo, molto a lungo (tendenzialmente all’infinito) sulle misure di performance, sia sotto il profilo tecnico che organizzaivo. E chi è competente di questi temi (invero di misura dovrebbero essere competenti in tanti, anche nelle "social science) sa bene che ogni misura, interna, esterna, indipendente, autoattribuita, ecc. ha per definizione più ombre che luci. Soprattutto nella fase di set up. Quello che stupisce, tuttavia, e’ che si pensi di sottovalutare la "radiosa" luce che emana dalla scelta coraggiosa di costituire AQUIS. La valutazione al momento non può che essere politica, e nel senso più nobile. Siamo o no consapevoli che la CRUI rappresenta uno – certamente non l’unico – dei tanti organsmi corporativi che bloccano un sistema vitale come quello dell’Universita’ in Italia? E allora perchè cadere nella trappola retorica di chi di fronte ad argomenti innovativi e inconfutabili (rivedere le logiche di allocazione delle risorse e ripagare della sottrazione subita in questi 10 anni alcuni Atenei) non trova di meglio che rispondere sul piano del metodo? Benvenuta Aquis! Una ventata di aria fresca nella paludata area delle Università.

  7. rosario nicoletti

    L’articolo presenta argomenti largamente condivisibili, ed effettivamente, se si volesse fare un bilancio tra luci ed ombre, queste ultime prevarrebbero. La novità sta nello “schiaffo” alla politica della CRUI, che si è sempre mossa con ferrea unità, coinvolgendo rettori di atenei ben diversi tra loro. Non era fuori luogo chiedersi quali fossero i problemi comuni, poniamo tra “La Sapienza” e la Luiss. Ed in effetti il terreno comune era il mantenimento dello status quo e la pressione per ottenere maggiori finanziamenti. Esemplare in questo senso l’ultima relazione del Presidente Tosi. Si può sperare che questa nuova situazione inneschi dei processi virtuosi, capaci di portare ad una selezione tra atenei, aventi ad esempio una differente vocazione. Come giustamente fa notare l’autore dell’articolo, ciascuna sede forse eccelle per alcune facoltà o per alcuni dipartimenti, ed è difficile immaginare meccanismi che – nel permanere di questo tipo di governo accademico – spingano ciascun ateneo a concentrarsi nei settori più avanzati. Sarebbe opportuno agire in via legislativa per favorire un processo di selezione.

  8. Pietro

    In qualche modo occorre scremare fra quelle università che richiedono un minimo di studio per concedere una laurea e quelle che le danno via come fossero tozzi di pane (vedi la gran parte delle università private, le quali piuttostò che libere di dare, danno voti in libertà!). Naturalmente questa esigenza è colta dai Magnifici come ulteriore strumento per affermare il loro baronato ed il loro istinto di autoconservazione. Le università sono infarcite di gente messa lì solo perché figlia, nipote o chissà cos’altro di qualcuno che conta. Non è qualunquismo, ma la fotografia di quel che tutti sanno accadere realmente. Parliamo di gente poco adusa al confronto nella ricerca aziendale e molto all’aperitivo fra ben pensanti e potenti. Non di rado mi è capitato, sono in uno di quegli atenei “qualitativamente elevati” di sentire di professori che non prendono neppure in tesi se non si fa parte della schiera di protetti o se non si viene da qualche collegio di “eccellenza”dove albergano i soliti “figli di”. Non ci facciano ridere.

  9. Muller Eugenio

    Condivido gran parte dei commenti fatti dagli Autori circa la “autoproclamazione” di Centri di Eccellenza da parte di alcune Università/Politecnici.
    A mio giudizio, la politica universitaria deve essere indirizzata non già a creare ghetti verso l’alto o il basso, ma a ridurre il divario tra uno zoccolo di ricerca lasciata alla deriva e la cosidetta “ricerca di eccellenza”

  10. piero ignazi

    Cari colleghi, una sola osservazione: dove lo trovate in Italia un organo di valutazione "indipendente" come il Rae? Non facciamo finta di essere diversi da come, ahimè, siamo. Cordialmente, Piero Ignazi

  11. Paolo Mariti

    L’iniziativa di alcuni Rettori è quanto meno un sasso nello stagno. Dei fondi pubblici si lamenta la distribuzione a pioggia, la mancata intersezione col merito,ecc. Ma tali fondi hanno "drogato" nel corso di decenni le nostre Università 1) consentendo loro di sopravvivere e gemmare anche se scadenti e 2) rendendole inette a drenare risorse per altre vie. L’Università ha operato in regime di vincolo di bilancio elastico con ciò che significa per efficienza e "qualità". Da qualche lustro tale vincolo è stato brutalmente imposto ed ora è duramente operante. Le resistenze al cambiamento sono forse più tenaci delle forze che premono per una maggiore e migliore Ricerca e Didattica. Occorre sopratutto una legge di riforma che, esplicitando l’operare virtuoso di tale vincolo, fornisca gli strumenti a tali forze, ad esempio, per ridurre la frammentazione territoriale delle Università, per eliminare talune Facoltà e Dipartimenti presso ciascuna e ogni Università in modo da consentire al "core" di specializzarsi e rafforzarsi. Qualcosa si muove sul lato fondi (Fondazioni,FF. Europei,qualche impresa). Parafrasando Churchill: "Sarà lunga, sarà dura, ma non potrà esservi ritirata".

  12. A.a.

    Sembra che un filo rosso leghi l’incessante campagna delle "eccellenze" italiane in tutti i settori, nel tentativo di vedere l’immagine di un cigno riflessa nello stagno anzichè quella dell’anatroccolo, ovviamente bruttino. E’ una campagna mediatica organizzata. L’università, come ogni altra istituzione del resto, non risulta immune dalla crisi esistenziale di un paese che si trova a tirare il bilancio della semina fatta. Senza commentare la fattibilità o meno di questa sorta di scisma, provo un po’ di compassione per gli ideatori del Bollino DOC delle Università, che nel tentativo di apparire un po’ "più meglio" degli altri, assomigliano sempre più alla bresaola, al formaggio di fossa ed ai pistacchi di bronte.

  13. claudio procesi

    Non ho seguito l’evento ma essendo professore alla Sapienza so cosa vuol dire stare in una istituzione in cui c’e` di tutto, dall’eccellente al mediocrissimo. Il nostro problema e` che parliamo molto e facciamo niente, ho partecipato al CIVR e in matematica avevamo fatto, pur con tutti i limiti della iniziativa, un lavoro utile. Che ne e` venuto fuori? Per ora sembra nulla, le agenzie di valutazione si costruiscono con tempo e lavoro, ma se tutto viene sprecato e distrutto poi non ci si meravigli se le persone piu` attive si disinteressano del futuro della ricerca in Italia e se la fanno all’estero (magari continuando a percepire lo stipendio inItalia).

  14. Marco Maggi

    Indispensabile la valutazione per dipartimento: al Polimi alcuni (di uno sono sicuro) hanno mandato la didattica là dove si mettono tutte le cose di cui non si vuole sentire l’odore e c’è questa stupenda idea di fare innovazione senza contraddire i vecchi (se no: apriti cielo! con comportamenti adolescenziali da non credere).

    E quanti fondatori di imprese spin off daranno le dimissioni dall’Università per diventare imprenditori? Se lo Stato paga comunque gli stipendi, gli uffici, i laboratori, si può ancora parlare di “impresa”? E “spin off”?

    E c’è pure il rischio che diventi un altro feudo per Comunione e Liberazione.

    L’unico modo di smuovere le cose è togliere il valore legale della laurea e privatizzare: per ogni Ateneo una fondazione, con il rettore nel ruolo di amministratore delegato.

  15. Matteo Turri

    L’articolo è troppo severo. Intendiamoci le argomentazioni sono per lo più corrette ma non tengono conto del contesto. Invece di criticare iniziative che svelano la fittizia uniformità degli atenei apprezziamo un moto di responsabilità ed eventualmente incoraggiamo a fare di più e meglio. Il rischio altrimenti è di difendere l’immobilismo e la ricerca del consenso unanime. Una precisazione: in un sistema universitario che malgrado l’autonomia è ancora schiacciato tra oligarchie accademiche, burocrazia ministeriale e mancanza di responsabilizzazione, occorre rafforzare il livello istituzionale e quindi gli atenei. La valutazione di didattica e ricerca per incoraggiare il miglioramento deve avere come primi interlocutori proprio gli atenei, in questo modo si rafforzano gli organi di governo e li si incentivano a fare scelte coraggiose (maggiore autonomia ai dipartimenti, risorse distribuite in chiave competitiva, …). La valutazione deve impiegare le metodologie più appropriate, ma l’interlocutore del sistema di valutazione nazionale è bene che siano gli atenei altrimenti non avremo mai università forti.

  16. Carlo Raggi

    Forse non tutti sanno che, fra le varie università autocandidatesi a contribuire all’innanzalmento della competitività internazionale dell’università italiana, migliorare la qualità dell’intero sistema universitario, e corrispondenti a rigorosi requisiti oggettivi di qualità, figurerà probabilmente anche una Università che stipulò, in conformità con il dettato della legge di riforma Berlinguer, una singolare convenzione con la Polizia di Stato. Tale convenzione, peraltro non più operante dall’a.a. 2006/2007 (così informa il sito della Polizia di Stato), prevedeva per la qualifica apicale del ruolo degli Ispettori un piano di studi composto di soli 3 (tre) esami per il conseguimento della laura triennale in Scienza dell’amministrazione e dell’organizzazione, un corso di laurea della Facoltà di Scienze Politiche. Non insisto oltre sugli scopi ed obbiettivi delle convenzioni: dei loro pregi e, soprattutto dei loro difetti ha parlato assai diffusamente, a suo tempo, la trasmissione televisiva Report. Non importa neppure sapere in quale città si trovi questa magnanima facoltà: importante è sottolineare la parzialità dei criteri autoreferenziali di qualità.

  17. giorgio

    Credo sia assodato (di fatto) che non siamo, come nazione, particolarmente bravi a misurare la qualità del nostro operato. E siamo anche ammalati di egocentrismo. Per una volta, e magari solo finché non abbiamo imparato a farlo bene, facciamolo fare, ad esempio, ai britannici. Paghiamo l’ente britannico di valutazione dei dipartimenti universitari e facciamogli fare una valutazione, con gli stessi criteri usati in UK, dei nostri dipartimenti. Peggio di come riusciremmo a fare noi non verrà. Inoltre, alcuni degli interventi precedenti ne hanno accennato, occorre puntare ad una meritocrazia. Con un sistema meritocratico a regime, le assunzioni saranno più responsabili, la didattica sarà più responsabilizzata, gli studenti che produrremo saranno più bravi, verranno assunti e pagati per quello che sanno, la ricerca verrà utilizzata per far crescere non solo gli studenti, ma anche il paese, l’università verrà finalmente considerata una risorsa cruciale. Ovviamente non ci sono ricette facili da seguire per impiantarla, ma almeno occorre sapere che la si vuole ottenere, magari per approssimazioni successive; ad es. aumentando il livello di trasparenza dell’università.

  18. Marcello

    E perchè no, mi viene da dire. Aquis ha dei limiti, ma è aperta e non esclusiva. Qualunque ateneo voglia entrarci può farlo rispondendo a due su tre dei requisiti quindi anche gli atenei più piccoli possono partecipare; è sufficiente che rispettino gli altri due parametri. Consiglio gli autori di documentarsi meglio. Detto ciò, Aquis è una associazione che non obbliga lo Stato a un maggior favore rispetto agli appartenenti. Infatti l’orientamento del Governo sembra non volere tener conto di tale associazione, ma di altri parametri. Aquis rappresenta comunque una vetrina importante che dovrebbe essere tenuta in considerazione sia dagli studenti che dagli industriali.

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