Lavoce.info

QUANDO SI FERMERA’ IL PREZZO DEL PETROLIO

Il greggio sfonda quota 110 dollari al barile e tutti tornano a chiedersi fin dove si arriverà. Attività speculativa, continua crescita della domanda, in particolare della Cina, e interesse dei paesi produttori a compensare la svalutazione della valuta americana sono tutti fattori che contribuiscono a mantenere alto il prezzo del petrolio. Le cose però potrebbero cambiare. Per due motivi: una recessione americana più profonda di quanto appaia e una presa di coscienza collettiva dell’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo cinese.

Il prezzo del petrolio sfonda quota 110 dollari a barile e tutti, come accade ormai da tempo, sono a chiedersi fin dove si arriverà. Certo, il livello di oggi è più di 10 volte quello di dieci anni fa, all’epoca della grande crisi che aveva investito le tigri asiatiche, e sta avvicinandosi a un valore  due volte quello di solo due anni fa. Ma tutto sommato dobbiamo anche questa volta ammettere che non sappiamo quando e a quale livello di prezzo questa continua crescita si arresterà. E ci troviamo a constatare che finché permangono i fattori di instabilità non si intravvede il punto di svolta.

DINAMICA DEI PREZZI E SPECULAZIONE

La dinamica del prezzo del petrolio ricorda, per struttura, quella del prezzo dei carburanti nostrani. Come è risaputo, sulla somma del prezzo industriale e dell’accisa si commisura l’imposta sul valore aggiunto. Dato il carattere proporzionale di quest’ultima, movimenti nel prezzo del greggio (e quindi nel prezzo industriale dei carburanti) tendono a essere amplificati portando ad aumenti più che proporzionali del prezzo finale. Ci sembra che la componente speculativa sul mercato internazionale del petrolio agisca come l’Iva, commisurandosi alla somma di fattori fondamentali di mercato e fattori geopolitici, ma non già sommandosi a essi, quanto moltiplicando gli effetti dei loro movimenti. Naturalmente, e questo è un fatto su cui vale la pena riflettere, il meccanismo a fisarmonica potrebbe funzionare in maniera simmetrica, amplificando così anche eventuali cadute del prezzo del greggio.
L’attività speculativa ha da tempo preso di mira il petrolio e non solo: oltre all’oro il mercato di altre commodities come rame e alluminio è da tempo in tensione. Il loro prezzo è di recente aumentato di 1-2 punti percentuali e anche in questo caso alla base vi è la forte domanda alimentata dal vigoroso sviluppo cinese. Ma due recenti fatti vanno segnalati. Da un lato, la speculazione su tutti questi mercati potrebbe essere ulteriormente irrobustita dalla crisi finanziaria americana, accentuandone l’allontanamento dai target tradizionali. L’altro elemento è che la speculazione investe anche i mercati dei prodotti agricoli, per esempio la soia, probabilmente motivata dal crescente interesse internazionale per i biocombustibili. È un dato che suscita preoccupazione e che va ad alimentare il generale ripensamento in atto circa le virtù taumaturgiche dei carburanti di origine biologica.

SQUILIBRI DI DOMANDA E OFFERTA

L’attività speculativa trae alimento da squilibri presenti e perduranti nelle componenti fondamentali del mercato. È impossibile immaginare una situazione in cui squilibri fondamentali esistenti non vadano a braccetto con un’attività speculativa più o meno intensa.
Guardando ai fondamentali di questi giorni, sul fronte della richiesta di greggio, le ultime previsioni dell’Agenzia internazionale dell’energia segnalano una domanda robusta anche per quest’anno, soprattutto da parte cinese e dell’area mediorientale. In particolare, la domanda di carburanti per autotrasporto, all’origine di un fortissimo inquinamento urbano, è in Cina cresciuta del 12-18 per cento su base annua.
Dal lato dell’offerta permane la difficoltà da parte dei paesi produttori ad adeguarsi a una domanda crescente per la carenza di investimenti infrastrutturali nell’upstream. Queste decisioni sono caratterizzate da un elevatissimo grado di irreversibilità – una volta prese non possono essere riviste per decenni a venire – e come tali sono molto influenzate dall’incertezza del contesto economico-politico. La volatilità dei prezzi per movimenti speculativi e per motivi geopolitici, l’influenza di fattori ambientali che in prospettiva potrebbe portare a un minore consumo di fonti fossili di energia, sono ragioni che potrebbero indurre e, in verità, già avere indotto una certa cautela o riluttanza nell’espandere l’offerta nonostante un prezzo del greggio in continua crescita. A ciò si aggiungano le difficoltà nel reperire le risorse umane e tecnologiche, gli skill e il know-how, appropriati per attività di esplorazione ed estrazione tecnicamente e geologicamente più impegnative che in passato.
La debolezza del dollaro è poi un elemento che sta seriamente aggravando il quadro complessivo. Molti paesi produttori premono perché l’Opec mantenga un alto prezzo del barile così da compensare la crescente svalutazione della divisa americana per non compromettere la stabilità macroeconomica interna. Secondo un recente studio di una società di consulenza, Pcf Energy, citato dal Financial Times, il Venezuela necessità di un prezzo minimo di circa 95 dollari a barile per mantenere i propri conti con l’estero in equilibrio; questo valore scende a 70 per la Nigeria, a 60 per l’Arabia Saudita e a 50 per Kuwait e Qatar. Si tratta di livelli ragguardevoli in relazione a crescente spesa pubblica, consumi privati e inflazione che caratterizzano quei paesi.
In conclusione, e per tornare alla domanda iniziale, fino a quando durerà il trend attuale? Quando la speculazione invertirà la rotta? Difficile dirlo, ma si potrebbe azzardare l’ipotesi che ciò accada in relazione a un fattore scatenante che al momento non si vede, ma che in un paio di casi si potrebbe intuire. Uno è una recessione dell’economia americana assai più profonda di quanto oggi non appaia. Non mancano osservatori, anche autorevoli, che preconizzano una tale eventualità.
Un altro evento, più remoto e dal nostro punto di vista solo apparentemente meno rilevante, è il costo ambientale dello sviluppo cinese. La rinuncia del maratoneta etiope Gebrselassie a partecipare alle Olimpiadi di Pechino –e forse altri atleti lo emuleranno – fa notizia e potrebbe accendere i riflettori su un dato preoccupante per la comunità internazionale e per i cinesi stessi: secondo il vice direttore aggiunto del Sepa (l’Apat cinese) “questo” incontrollato sviluppo economico sta costando al paese 200 miliardi di dollari, pari al 10 per cento del Pil, e 400mila morti all’anno per l’inquinamento, soprattutto urbano.
Se è vero che prezzi del petrolio elevati sono i principali alleati di un’efficace lotta ai cambiamenti climatici, una presa di coscienza collettiva circa l’insostenibilità anche a breve termine del modello di sviluppo cinese (e indiano) potrebbe riservare sorprese sul mercato internazionale dell’oro nero. E a quel punto…

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molti altri siti di informazione, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!

Leggi anche:  Rifiuti: perché servono i certificati del riciclo

Precedente

IL SALVATAGGIO DI BEAR STEARNS

Successivo

AZIONI PER IL LUNGO PERIODO

14 commenti

  1. Riccardo Gallottini

    Che la speculazione sia la prima causa del prezzo alto del barile basta guardare i dati relativi al costo medio industriale per unità che è 5 volte rispetto al prezzo contrattato. Massa dei contratti poi che chiaramente più elevata rispetto alla prima contrattazione borsistica di giornata. Insomma, la speculazione e la continua contrattazione portano i prezzi a quelli attuali. A mio parere la situazione è ancora sostenibile nel medio periodo. L’offerta non calerà, e la domanda continuerà a crescere ma in maniera regolare, come da previsioni. I fondamentali del mercato quindi non riescono a pieno a spiegare i prezzi attuali. Prezzi che difficilmente caleranno " per una presa di coscienza" sull’impatto ambientale. Al prezzo finale infatti nel breve periodo i carburanti sono difficilmente sostituibili. Forse nel lungo ( vedi etanolo o biomasse), ma attualmente secondo me dovremo ancora assistere a picchi di prezzo del petrolio. Il Signor. Galeotti sottolinea come la svalutazione del dollaro sia importante per il prezzo al barile. L’autore non pensa che nemmeno all’OPEC conviene avere prezzi troppo elevati?Se dovessero scegliere non rimarrebbero sui 95-100 $ a barile?

  2. Michele Del Monaco

    Mentre sono d’accordo che una profonda recessione maericana potrebbe portare ad un affievolimento della speculazione e quindi ad un rallentamento dei prezzi, ho più di un dubbio che ciò possa essere causato da una presa di coscienza ambientale collettiva riguardo la Cina. Mi sembra però che l’articolo insinui una falsa speranza che questi prezzi siano tutto sommato "distorti" e che prima o poi si ritornerà ai 20 $ di qualche anno fa, ignorando due fattori fondamentali che sono: la mancanza di nuove scoperte e quindi l’impossibilità dei paesi produttori di aumentare le erogazioni, e dall’altro lato l’inesistenza (o la scarsissima efficacia delle energie alternative). Questi due fattori, uniti al fatto che cinesi ed indiani stanno incominciare a consumare molto più petrolio che in passato, spingono i prezzi inesorabilmente verso l’alto. Personalmente mi sarei fatto un’altra domanda, e cioè: quando vedremo il greggio a 200 €? e cosa succederà a quel livello di prezzo? Sul fatto che il prezzo torni indietro, non ho molti dubbi. Anche perchè l’Opec ha visto che a questi prezzi le economie reggono, chi glielo fa fare di inondare il mondo di petrolio per far scendere i prezzi? Saluti

  3. Francesco Donnarumma

    Per sapere, in percentuale, quanto gasolio si ricava da una tonnellata di greggio basta prendere un libro di tecnologia di seconda media. Si scoprirà che la percentuale di gasolio ricavata è di molto superiore a quella della benzina. In ossequio alla elementare legge della domanda e dell’offerta, che regola in massima parte il prezzo del petrolio, ci dovrebbe essere una differenza di prezzo tra i due tipi di carburante pari alla differente percentuale di produzione. Alla luce di queste elementari considerazioni, se ne deduce che il prezzo del gasolio è gravato oltre misura da un abnorme carico speculativo che va in ogni sede denunciato. Gli utenti non possono più tollerarlo!

  4. Paolo Zagaglia

    Non capisco la tendenza a spiegare i movimenti del petrolio in termini di domanda ed offerta. Chiaro: leggi basilari del mercato. Ma ho l’impressione che si tende a negare il fatto che, da alcuni anni, il petrolio sia diventato una ‘commodity’ finanziaria in senso stretto. Una considerazione semplice. Mi pare che sia da tanto che l’economia cinese tira a ritmi forsennati. Allo stesso tempo e’ da molto tempo che non si scoprono giacimenti petroliferi di rilievo. Allora perche’ si pretende di ritirare fuori la questione accademica di ‘domanda uguale offerta di petrolio’? Seguiamo un’altra ottica. Guardiamo all’impennata dei contratti cash-settled sul Chicago Merchantile Exchange. Guardiamo alle posizioni short che vengono accumulate sul petrolio greggio scambiato al NYMEX, e pensiamo a cosa succede quando il dollaro scende. Oggi una commentatrice delle news online del Financial Times ha detto che la recente massa di acquisti di futures sul petrolio greggio e’ guidata da un eccesso di avversione al rischio degli investori: "massive explosion of risk aversion". Tutto questo sara’ breve periodo. Ma non c’era forse qualcuno che diceva che nel lungo periodo siamo tutti morti?

  5. DVD

    Credo che più che la domanda di petrolio da parte dei paesi emergenti il prezzo sia legato ad una voluta rigidità di offerta da parte dei paesi produttori, i quali compresa la dinamica economica attuale – debito Usa, espansione Cina, relativa bassa inflazione, rigidità del cambio yuan/dollaro – non si sono volutamente lanciati in nuovi investimenti strutturali che a loro giudizio non si sarebbero ripagati. Se così stanno le cose credo che la naturale conclusione di tutto questo è che non si ritiene (produttori di petrolio in primis) duratura l’eccesso di domanda che è destinata a calare per uno o più dei seguenti motivi: recessione Usa e conseguente rallentamento Cee, oltre che insostenibilità dell’espansione Cina avvenuta in maniera selvaggia nonstante il controllo statale. L’attuale tentativo da parte dei paesi produttori di petrolo di diversificare gli investimenti in immobili e in finanza con il surplus che oggi deriva dalla vendita del petrolio credo sia un segnale a favore di questa tesi.

  6. Massimo GIANNINI

    Si é detto sempre che più o meno a 90 dollari il petrolio sarebbe in termini reali a livello degli anni ’70. Se cosi é 110 non si può dire che rappresenti un buon ritorno d’investimento in termini reali su 30-40 anni e o un riequilibrarsi del prezzo comparato di certe commodities o assets. Quindi il prezzo del petrolio si fermerà semplicemente quando investirvi non sarà ritenuto più conveniente al netto di certe speculazioni e aspettative autorealizzantesi. Come lo é stato per gli immobili, le azioni new economy, etc. Ci si preoccupa del petrolio ma che dire del grano, con il quale si fa da mangiare?

  7. Giorgio Lombardo

    Credo che la maggior parte (quanta parte non so) del petrolio che raggiunge le raffinerie nei paesi consumatori sia ancora trasferito attraverso i canali integrati delle grandi compagnie o venduto ai raffinatori indipendenti con contratti a lungo termine e a prezzi indicizzati di cui il prezzo marginale (spot) rappresenta solo una parte dell’indicizzazione. Ciò spiega i più che lauti e crescenti profitti delle compagnie e degli indipendenti, da raffontare a investimenti (down e up-stream) abbondantemente ammortizzati. E’ la mia, nostalgia di una politica petrolifera ed energetica nazionale, in mancanza di una politica europea?

  8. Matteo Civiero

    Io sono portato molto di più a credere a forti difficoltà dell’offerta ad adeguarsi alla domanda, per i già citati mancati investimenti nel passato, per aver sfruttato dapprima i giacimenti più vicini di petrolio facilmente raffinabile, per il fatto che essendo il petrolio una risorsa non rinnovabile, conviene abbassarne il tasso di estrazione causando continui rialzi di prezzo. Per me la speculazione pesa in misura minore, mentre la crisi finanziaria potrebbe accentuare ancora di più il rallentamento dell’offerta, secondo il modello di Hotelling ("The Economics of Exhaustible Resources", 1931).

  9. Francesco

    Condivido le tesi del suo articolo, tranne che sulla parte riguardante il consumo di petrolio, poiché la Cina oggi consuma il 9,5% del petrolio prodotto a livello mondo e l’India il 3,5%. Mentre altri paesi hanno tassi di consumo assolutamente più rilevanti (ad esempio US, UE), ma con popolazioni e tassi di crescita decisamente inferiori; difficile da spiegare a questi due paesi il perchè loro devono consumare meno. D’altra parte, le prossime innovazioni relative alla produzione di energia, potrebbero arrivare da Cina ed India che storicamente, ad eccezione del secolo scorso, hanno sempre avuto una forte capacità di innovazione tecnologica.

  10. fe_de

    Se il modello di sviluppo cinese è insostenibile, quelli dei paesi occidentali non lo è? Avvicinandoci al Picco il prezzo sale e continuerà a salire. Il passaggio da stock energy(fossil hysdrocarburants) a flow energy resources (such as renewables) diventa indispensabile. Pena l’aggravarsi del conflitto sociale. [Vedi Georgescu-Roegen].

  11. Vittorio Tauber

    Quanto petrolio estraibile resta nelle viscere della terra? Abbiamo superato il picco di Hubbert? Domande senza risposta affidabile. Più che di geologia, si tratta di segreti militari. Di certo, l’economia neoclassica astrae dalla terra sotto i piedi, vede tutto in termini autoreferenziali di domanda-offerta. Ma l’economia è solo una branca dell’ecologia, a voler essere onesti. Un paese singolarmente serio come la Svezia ha già intrapreso il Phase-out dai combustibili fossili (e al netto del nucleare). Se internalizzassimo i costi sociali ed ecologici dell’attuale utilizzo di prodotti petroliferi (che oggi paga il contribuente) partendo dalla motorizzazione di massa, troveremmo solo diseconomie di scala. Comunque dalla giostra dovremo scendere: 2,5 miliardi di cinesi e indiani non possono permettersi l’auto senza causare un collasso ambientale. Né 700 milioni di persone che già la utilizzano possano continuare a farlo indiscriminatamente. Mi fermo al dato automobilistico, che incide per 1/3 sul consumo combustibili fossili (il resto, 1/3 uso domestico, 1/3 uso industriale). Dovremo cambiare OGNI abitudine. Dire: "La tecnologia darà la soluzione" è solo retorica, rimozione.

  12. Maurizio

    Mi stupisce la facilità con cui giudichiamo insostenibile lo sviluppo della Cina (e dell’India). Il cittadino cinese ha un’impronta ecologica di 1,6 ettari globali, mentre in India l’impronta ecologica procapite è di 0,8 ettari. Negli Stati Uniti il cittadino medio ha un’impronta pari a 9,7 ettari e in Italia di 4,2 ettari. [State of the World 2006 e Living Planet Report 2005]. Come detto in un precedente commento il consumo di idrocarburi da parte di Cina e India è solo una parte ridotta dei consumi mondiali. Quindi l’economia cinese rincorre certamente un modello insostenibile, ma non gli si può attribuire un ruolo così grave nel determinare l’aumento dei prezzi del petrolio dato che i consumi di larga parte delle economie mondiali sono in crescita.

  13. mauro caprara

    Sono in massima parte d’accordo sulla analisi dell’articolista. Le aspettative degli operatori di mercato includono nel prezzo tutte le variabili economiche e tgli eventi che razionalmente si possono prevedere. Quindi anche le motivazioni macro economiche dei paesi produttori nonchè la situazione geo-politica evolventesi in quelle aree. Basta ad esempio un uragano nelle aree off-shore per far impennare il prezzo (varianza rispetto alle aspettative) per poi ridimensionarsi passato l’evento. Ma gli squilibri geopolitici creati dalla politica interventista americana e gli alti costi sopportati hanno portato un aumento esponenziale del rischio ai investire quindi salgono i prezzi di quello che c’è, oltre a far lievitare il deficit USA che unito al deficit commerciale ha provocato la forte tensione del dollaro che osserviamo. Il combinato disposto di queste variabili porta ad una speculazione autoalimentesi tra i prezzi del petrolio e il valore del dollaro; non ho dati precisi ma osservando quotidianamente come si muovono queste grandezze, la sensazione è che la correlazione sia altamente probabile.

  14. Andrea Donaglio

    Senza romperci troppo la testa e metterci a ragionare come gli speculatori, cosa aspettiamo a passare alle vie di fatto utilizzando concretamente sulle fonti alternative? Sono già avviate esperienze di edifici che utilizzano tutte le tecnologie basate sull’impiego di energie rinnovabili, compreso lo sfruttamento dei rifiuti domestici di natura organica, rendendosi autosufficiente dai combustibili fossili (il pieno di metano per l’automobile veniva fatto in casa sfruttando i processi di fermentazione dei residui organici che producono questo gas). Senza scomodare vento e maree, c’è il sole che ci fornisce una quantità formidabile di energia ogni giorno, noi invece, "paese do’ u’ sole", stiamo (come al solito…) polemizzando sul fatto che se il referendum sul nucleare, il solito bla bla che ha reso l’Italia quello che é! Dovremmo prendere ancora parecchie bastonate per capire o iniziamo a "muovere il sedere" prima che la situazione diventi ancora più insostenibile? Buona Pasqua a tutti!

Lascia un commento

Non vengono pubblicati i commenti che contengono volgarità, termini offensivi, espressioni diffamatorie, espressioni razziste, sessiste, omofobiche o violente. Non vengono pubblicati gli indirizzi web inseriti a scopo promozionale. Invitiamo inoltre i lettori a firmare i propri commenti con nome e cognome.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén