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LA POLITICA E LA BANDA LARGA

Lo sviluppo della nuova rete di telecomunicazioni del paese deve entrare nel dibattito politico. Non per valutare cosa deve fare Telecom Italia, ma per capire se i pur legittimi piani della società sono proprio quello che serve all’Italia. Se così non fosse, e probabilmente così non è, occorre porre il tema di chi paga per “fare di più”. Il conto forse sarà salato e la questione meno attraente di altre per certi politici. Tuttavia, si tratta di un investimento cruciale. Da decidere in fretta perché le telecomunicazioni non attendono.

C’era una volta il piano industriale di Telecom Italia. Forse non era gran che, ma c’era. Una delle note delicate della relazione di TI sul 2007 e sulle prospettive future è proprio l’aver messo in secondo piano quello che forse (forse) per gli azionisti non è il tema di maggiore immediata preoccupazione, ma che per il paese riveste senza dubbio la maggiore importanza: la costruzione della rete di nuovissima generazione (il next generation network, NGN2).

L’ASSETTO DELLA RETE

L’accento della relazione Telecomn è sui risparmi più che sull’espansione. Intendiamoci, questo è più che rispettabile da parte dell’impresa, i cui amministratori hanno detto la verità e sono stati penalizzati dal mercato –ma questa è un’altra storia. Il punto che mi preme sottolineare è quello degli investimenti sulla nuova rete, che un anno fa erano al centro del dibattito.
Il problema “a monte” è l’assetto della rete di Telecom Italia. Scorporo o no? Cessione? Condivisione (della proprietà)? Le incertezze regolatorie a riguardo si intrecciano con una (almeno apparente) mancanza di decisioni definitive da parte degli azionisti di controllo. Ma se l’incertezza che ruota attorno alla rete oggi esistente ha una rilevanza soprattutto per lo sviluppo della concorrenza, questo ha conseguenze senza dubbio  peggiori, almeno potenzialmente, sugli investimenti.

LA NUOVA RETE IN FIBRA

Si è cominciato il lavoro sulla cosiddetta rete della prossima generazione, in fibra, che dovrebbe aumentare in modo esponenziale la capacità di trasmissione dati (1), consentendo alle imprese nuove funzionalità e ai consumatori maggiori possibilità di utilizzo (il settore entertainment, ma non solo).
Ma ciò richiede grandi investimenti. L’anno scorso ne venivano annunciati 6,5 miliardi nei prossimi 5-10 anni, e probabilmente per un progetto comunque poco ambizioso. Portare la fibra a tutti i consumatori può significare tante cose: portarla fino agli appartamenti? O solo a piano terra? O alla cabina di quartiere? La differenza è notevole: se gli ultimi metri fossero con tecnologie tradizionali, questo potrebbe rallentare la rete e farle perdere di efficacia in misura considerevole.
Il piano di Telecom Italia era un mix di queste cose. Secondo diversi osservatori, al paese servirebbe invece un piano che punti a portare la fibra direttamente nelle case, un piano ovviamente molto più costoso di quello originariamente concepito da TI.
Oltre tutto, quest’anno gli amministratori hanno posto l’accento sui risparmi di costi operativi e di investimenti, e non è chiarissimo che ne sarà del progetto NGN2. Probabilmente, anche l’incertezza sulla rete interferisce con la propensione di TI a investirvi: se non si è sicuri di volere una rete integrata, o se gli altri operatori ti consentiranno di tenerla, è chiaro che la propensione a investire non aumenta.

È UN PROBLEMA POLITICO

È forse un problema per Telecom Italia, ma lo è soprattutto per il paese. Purtroppo, la politica italiana non si è ancora pronunciata su quale rete di telecomunicazioni si desidera per il paese. Si tratta di una questione “Politica” nel senso più puro, con la “P” maiuscola, e la totale assenza del tema dalla campagna elettorale colpisce negativamente. Forse la rete di Tlc è meno “glamour” di altre cose, su questi investimenti si farà meno clientela che su ponti o ferrovie, ma è anche più importante.
Nella primavera scorsa in Australia quello della rete di nuova generazione era uno dei due-tre temi caldi della campagna elettorale, insieme alla presenza militare in Iraq e alla questione aborigena. Di recente, il governo indiano ha annunciato un progetto ambiziosissimo per connettere centinaia di milioni di cittadini indiani alla banda larga.
In Italia non siamo ai livelli dell’India, ma non siamo certo all’avanguardia. Perché da noi chi si pone obiettivi di modernizzazione del paese non dice cosa si dovrebbe fare? Oltre tutto, credo che anche Telecom Italia sarebbe lieta di avere un interlocutore politico con idee esplicite. Perché nel momento in cui si decidesse cosa si vuole per la rete di telecomunicazioni del nostro paese, si potrebbe anche ragionare seriamente sulla rete, fare qualche valutazione su chi paga per cosa, e così via.
Probabilmente, all’Italia serve un piano più ambizioso di quello di TI. E se ci fosse consenso politico, si potrebbe costruire insieme alle imprese un progetto migliore, e porre la questione del “chi paga”. Su questa strada le alternative sono tante.
Si potrebbe, giusto per elencarne alcune, (i) stanziare fondi pubblici per la differenza tra quanto vuol fare TI e quanto si ritiene necessario oppure (ii) spingere le imprese del settore a unire le forze per condividere il nuovo investimento, oppure (iii) imporre un obbligo in capo a TI e finanziarne il costo tramite tariffe di accesso alla rete che tengano conto dell’extra costo, oppure (iv) esplorare strade finanziariamente più innovative.
Di sicuro, il mondo politico nazionale non può continuare a eludere la questione. Telecom Italia presta attenzione, giustamente, ai suoi problemi finanziari e, come tutte le imprese private, ai suoi interessi. Dica il mondo politico nazionale se gli interessi del paese coincidono con quelli della società, o se serve altro. E lo dica con i tempi del settore, non con quelli da dinosauro della vecchia politica italiana.

(1) Fino a 100 mega contro quelli di oggi, che al massimo – dichiarati – sono 20.

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10 commenti

  1. G. Caldo

    Caro Prof. Scarpa,

    concordo con la sua domanda “chi paga”, ma forse la risposta è diversa da quella dell’articolo.

    La Telecom Italia non è un’azienda pubblica; deve quindi perseguire obiettivi “industriali”, ossia massimizzare il ritorno per i propri azionisti. Se questo è vero, l’investimento nelle fibre ottiche non s’ha da fare; è infatti, a breve-medio termine, un investimento largamente in perdita. Poche sono le eccezioni: le zone molto ricche e molto densamente popolate (come il centro di Milano), certi distretti di uffici, i quartieri nuovi.

    C’è chi pensa che bisognerebbe comunque investire nelle fibre ottiche, per “modernizzare il paese”. Forse è vero, ma questo non rientra in una logica industriale. Cioè a dire, investire nelle fibre dà ritorni solo nel medio-lungo termine, e/o i benefici saranno comuni e non catturabili da una sola azienda.

    Allora “Chi Paga??” Io proporrei un modello “autostrade”, in cui stato e comuni fanno il grosso degli investimenti nella fibra e ne hanno la proprietà, e le società di telecomunicazioni si aggiudicano le concessioni di gestione.

    • La redazione

      Il fatto che un’impresa privata debba fare i proprio piani, e che questi (se non illeciti) siano legittimi mi trova ovviamente d’accordo. E
      infatti non critico tanto TI, quanto il fatto che la politica non sia esplicita su cosa vuol fare in uno degli snodi principali dello sviluppo
      del paese. Su questo purtroppo i programmi sono un po’ vaghi, e il dibattito sembra più attento a questioni "polemiche" che non a quelle concrete.
      Il richiamo al modello "Autostrade" mi spaventa un po’ per altro… anche se capisco la sua petizione di principio, di esempi di settori
      regolati meglio ce ne sono!! Diciamo che le soluzioni non mancano. La cosa che mi preoccupa è che forse chi vuole prendere in mano il timone del paese non ha grande attenzione al problema.
      Cordiali saluti
      Carlo Scarpa

  2. Franco Morganti

    Forse si può aggiungere che il progetto Telecom Italia di NGN prevede l’uso della tecnologia VDSL (fibra fino all’armadio di strada) che costa meno, rispetto alla fibra fino all’utente, ma limita notevolmente la concorrenza sull’ultimo miglio. Inoltre TI ricava dall’investimento notevoli riduzioni di costo che si ripercuotono su tutta la rete. Due passi per un ritorno in grande stile al monopolio naturale. Infine si è visto che TI ha notevoli problemi a ridurre il debito, senza interventi straordinari. Entrambe le considerazioni spingono a uno scorporo societario della rete, verso una newco in stile Terna. Ma al momento non se ne parla e persino l’ipotesi di una separazione funzionale in stile Openreach, come in UK, sembra fare passi indietro. Ha ragione il prof. Scarpa. E’ una questione politica con la “P” maiuscola.

    • La redazione

      E’ una puntualizzazione assolutamente opportuna. Il piano di TI prevede soprattutto "fibra fino all’armadio di strada" piuttosto che "fiber to the home". E dall’armadio di strada alla casa, resta ancora la "vecchia" rete, il che oltre al rallentamento del servizio pone anche il problema dell’accesso. La concorrenza non è tutto, ma non possiamo certo dimenticarla! Quanto all’operazione "tipo Openreach" speravo che la scarsa enfasi data dagli amministratori fosse legata al fatto che la si considera un fatto compiuto, ma se così non fosse condivido le sue preoccupazioni!
      Cordiali saluti  e grazie
      Carlo Scarpa

  3. ALFREDO FERRARI

    E’ giustissimo quello che è stato scritto perchè siamo molto indietro in tutti i campi su questo aspetto cruciale. nei piccoli paesi è molto sentita questa sistuazione che viene vissuta come un divario sociale: inoltre esiste un aspetto economico per la competitività delle micro aziende che connessi a modem a 56 kb fanno fatica persino a spedire un preventivo o una fattura via e.mail. il famoso PIL si ottiene tramite tutte queste forme di innovazioni tecnologiche perchè si ottimizzano i processi e si riasprmiano risorse da investire nel mondo del lavoro. Ma lo stesso procedimento vale per tutte le attività sociali o degli enti pubblici che annaspanp ancora e viaggiano con marre di carta che mantiene uno stato inefficiente e costoso. la spesa pubblica si può ristrutturare tramite una informatizzazione seria ed equilibrata. nella mia Provincia, cioè quella di Lodi, è stata creata dalla Provincia stessa una società a intera partecipazione pubblica "Lodicom", con un CDA specifico, ma dopo due anni non sono ancora riusciti a mettere in rete wireless tutta la Provincia stessa, con un digital divide che tocca ancora oltre 30 comuni su 61. Un disastro completo.

  4. Luca Di Gennaro

    In mia opinione l’articolo non prende in considerazione altre teconologie a banda larga (come il Wi-Max). Questa hanno il vantaggio di essere a banda larga ma con minori costi d’investimento iniziali. Questa tecnologia potrebbe spiegare anche il ridimensionamento di telecom sulla banda larga. Oltre tutto in generale il “senza fili” rappresenta il futuro.

    • La redazione

      Caro lettore,
      sono d’accordo che c’è anche quello… E infatti il dibattito in Australia verteva esattamente sul cable v. wireless. Ma (con o senza
      fili) continuo a credere che gli investimenti a riguardo debbano essere al centro di un dibattito, nel quale le posizioni di Telecom Italia sono legittime, ma ove c’è da aprte della Politica anche il dovere di dire dove si vuol portare questo paese e come…
      Carlo scarpa

  5. Bruno Stucchi

    Internet su WiMax fara’ la medesima fine dei tentativi di connessione alla rete via linee elettriche. Troppi inconvenienti, poca affidabilita’.

  6. diego rampino

    Concordo con lei, Professore, sul fatto che quello dello sviluppo di reti di nuovo generazione sia un problema politico, in quanto riguarda il futuro sviluppo economico del nostro paese; ritengo tuttavia che un ruolo di rilievo in tal senso possa essere giocato anche dall’Agcom, visto che uno dei suoi obiettivi e quello dell’innovazione e dello sviluppo delle reti di comunicazione elettronica. In tal senso sarebbe utile prendere esempio dal regolatore britannico, il quale ha creato un organismo indipendente (il Next Generation Network United Kingdom) preposto al coordinamento dello sviluppo della NGN nel Regno Unito, una sorta di forum tra l’autorità inglese, istituzioni varie ed operatori.

  7. Andrea Marazzi

    Buongiorno Prof.Scarpa, Vorrei sottolineare come lo sviluppo della banda larga sia necessaria per lo sviluppo delle aziende italiane e per il paese in generale. Per poter fruire della tecnologia informatica è sempre più necessario avere delle connessioni che garantiscano velocità e continuità di collegamento. Purtroppo, anche nelle zone più industrializzate del Nord, ciò non avviene. Sono infatti ancora presenti centrali meccaniche di TI, che non garantiscono questi due essenziali requisiti. Nello specifico mi sono trovato a non poter disporre del servizio VoIP a causa di una pessima qualità audio riscontrata e sto avendo difficoltà a "unire" informaticamente due sedi dell’azienda per la quale lavoro per instabilità della rete . Questo causerà il rallentamento ed impoverimento dei servizi che l’azienda sarà in grado di offrire, in un mondo dove l’informazione è necessaria subito, con la conseguente perdita di competitività . Considerato il crescente peso di internet e dei suoi servizi nella vita odierna, siamo a rischio di perdere il treno anche in questo campo e di accelerare ulteriormente l’invecchiamento del nostro adorato paese. Distinti saluti

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