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  1. paolo rebaudengo Rispondi

    L’apprendistato è il principale contratto di inserimento dei giovani al lavoro e andrebbe incoraggiato (e migliorato per la parte relativa alla formazione). Quanto al part-time a tempo indeterminato, l’involontarietà si presume attenga (in prevalenza) al reddito che se ne ricava (oltre alle minori chance di carriera). Ma l’introduzione del concetto di involontarietà allarga impropriamente la categoria della precarietà a un numero potenzialmente ampio di posizioni di lavoro, anche standard, come i lavori a turno, notturni, quelli di trasfertista, dei laureati che svolgono mansioni esecutive ecc. Il part-time ha raggiunto il 14,5% dell’occupazione dipendente (oltre 2,5 milioni). Si tratta, nell’82% dei casi (per il lavoro dipendente), di donne. Il fortissimo squilibrio nella distribuzione di genere del part-time, sommato allo scarsissimo utilizzo dei congedi di paternità, dimostra che una quota determinante della involontarietà del part-time derivi, più che dalla domanda, dall’offerta condizionata dal doppio o triplo ruolo scaricato sulle donne (quindi precarie socialmente prima che nei rapporti di lavoro). Paolo Rebaudengo

  2. alessandra delboca Rispondi

    Molto utile il vostro articolo che documenta le conseguenze di tutta la flessibilità concentrata sull'ingresso al mercato. Interessante cercare tutte le sfumature possibili della definizione di precarietà, come cercare di capire con interviste quanti lavoratori part-time vorrebbero un contratto a tempo pieno. Però abbozzare una stima della percentuale degli atipici sul totale che può andare dal 13.5 (se si escludono gli apprendisti) fino al 17,6% se li s'includono e si aggiungono anche i part-timer involontari, mi sembra un'operazione non condivisibile. Il dato ISTAT Eurostat 13.5, che ci pone di oltre 1 punto sotto la media EU, è una dato corretto e accettabile. Non ha senso sommare ai precari, gli apprendisti e quelli che vorrebbero lavorare più a lungo. Allora bisognerebbe intervistare anche quelli che lavorano full time, magari madri di famiglia e chiedere loro se non preferirebbero lavorare part-time. Non possiamo sommare il regno dei desideri con quello dei rapporti contrattuali codificati. E' vero che questi rapporti vengono abusati ed è importante stimare separatamente l'entità del fenomeno e che di questo si occupino gli ispettori del lavoro.

  3. FRANCESCO COSTANZO Rispondi

    Spero Lei concordi con me sull'idea che qualunque forma di lavoro diversa dal lavoro dipendente full time, dal part time (volontario) e dal lavoro autonomo (volontario) possa essere inclusa nella definizione di precarietà. Il Suo articolo chiarisce che è molto difficile quantificare con precisione l'ammontare dei lavoratori atipici, e non prende in considerazione i lavoratori in nero. Ritengo che questa incertezza nelle definzioni condizioni qualunque altra analisi, e pertanto vorrei porre a Lei ed alla Redazione alcune domande. Ho seguito con interesse l'intervento del Prof. Boeri alla trasmissione Ballarò di ieri (18.03.08). Se non ricordo male, due dati sono stati citati ad un certo punto: 1. Solo un lavoratore su 10 vede il suo lavoro atipico trasformarsi in lavoro tipico (Prof. Boeri); 2. L'80% dei lavoratori atipici diventano tipici (Onorevole Maroni). Qual'è la fonte citata dal Prof. Boeri? (immagino che, per quanto riguarda il dato citato dall'On. Maroni, non ci sia modo di saperlo... voi potete?) E di conseguenza, quale dei due dati dovrebbe essere considerato attendibile per una valutazione del fenomeno del precariato? Grazie

  4. giba34 Rispondi

    Vivendo a Napoli posso assicurare che i lavoratori atipici, quelli con l'imprimatur, sono un decimo dei lavoratori in nero che lavorano di più e guadagnano meno. L' atipico "autorizzato", tira avanti spesso per completare gli studi o per aver qualche soldo in tasca fin che non trova un lavoro stabile. Se è bravo e volonteroso il suo lavoro da atipico diventerà tipico. A meno che il datore di lavoro non sia fesso. Per quanto riguarda il lavoro in nero, vien da ridere al pensiero che si possano obbligare i datori di lavolo a regolarizzarsi. Sono gente che non ha niente da perdere, li puoi multare per milioni ma lo Stato non vedrà mai una lira. Se poi sono camorristi la cosa diventa pericolosa per i pochissimi servitori dello Stato e le loro famiglie. Parlo dei controllori della Guardia di finanza, marescialli indifesi che, a volte, si fanno ammazzare. Tra l'altro mi sapreste dire, gentili economisti, come andrebbe avanti l'Italia senza lavoro nero? Pagare tutti per pagare meno? Se pagassero tutti lo Stato indecente ruberebbe di più. Tra l'altro questi chiuderebbero le fabbrichette abusive e quei poveri cristi che guadagnano trecento euro al mese, morirebbero di fame. Ciao, G

  5. martino Rispondi

    Ma per stanare i falsi collaboratori non basta contare il numero delle fatture emesse? Se sono 12/13/14 e di ammontare fisso, beh.... Abbandonando, per un attimo, il formalismo della qualificazione di attività intellettuale della professione forense e della relativa presunta incompatibiltà con la natura subordinata del rapporto di lavoro dipendente, nel mondo dei professionisti (specie avvocati) mi sembra che viga grande ipocrisia. Di fatto ci sono avvocati liberi professionisti e avvocati, di fatto, dipendenti.

  6. Carlo Rispondi

    Se un lavoratore a tempo pieno viene sostituito da due part time, siano essi assunti direttamente, co.co.pro o altro, come viene registrato questo fenomeno nelle statistiche ufficiali? Come la creazione di un posto di lavoro in piu', che sarebbe erroneo visto che ciascuno dei due lavoratori lavora la meta' (e presumibilmente guadagna ancor meno della meta') di quello sostituito?

  7. Silvestro Gambi Rispondi

    Pare di capire che ormai la categoria del lavoro "atipico" è diventata del tutto inutilizzabile ai fini di una sia pur minima analisi utile. C'è dentro di tutto, c'è dentro troppo. Mi chiedo, ma non sono abbastanza esperto della materia per affermare che la cosa sia fattibile, se una mirata e ben calibrata elaborazione dei dati fiscali non possa essere utile a riclassificare le forme di lavoro atipico comparandole con l'insieme dei redditi ( quelli palesi oviamente) ed estraendo quelle che , non sommandosi ad altre e diverse entrate , alla fine almeno possano fornire un'idea di quanto " atipico" consistono forme di occupazione subordinata , che forse è il dato che più interessa. In alternativa l'istituzione , se non c'è già, di un data base presso gli enti previdenziali , arricchendo il form di rilevazione di quei due o tre elementi che possano essere utili all'ottenimento dello stesso risultato di cui sopra. Quello che non può continuare è la generalità di un dato, che, per quanto riguarda la mia diretta esperienza,contiene anche il contratto (di consulenza in realtà) di un mio collega , professore universitario.

  8. Gianluca Cocco Rispondi

    Penso che l'attuale contesto suggerisca di spostare l'attenzione sul problema della precarietà del lavoro, che è sempre più indipendente dalla flessibilità delle forme di impiego. Per carità, è giusto identificare e descrivere le caratteristiche dei tanti segmenti del nostro mkt del lavoro. Tuttavia, si dovrebbe andare ormai oltre l'antinomia tipici/atipici. Il nodo centrale è la precarietà del lavoro sotto più aspetti: temporale, retributivo, della sicurezza. A monte di tutto c'è in primo luogo la scarsità di opportunità di impiego, ben testimoniata dal grado di partecipazione al mkt del lavoro. Da questo punto di vista le garanzie per un lavoratore a tempo indeterminato sono spesso di poco superiori a quelle di lavoratore a termine, tanto più se lavora in una impresa sotto i 15 dipendenti. In secondo luogo, si assiste ad una forte speculazione delle forme flessibili di impiego utilizzate spesso per motivi che vanno al di la delle esigenze produttive. In questo ambito, la volontarietà del lavoratore è un buon indice, ma è pur sempre discutibile: quante donne part-time che dichiarano la volontarietà lavorerebbero full time se ricevessero la necessaria assistenza per allegerire i carichi familairi (figli, anziani)? L'abuso delle forme flessibili di impiego deve restare uno dei temi centrali quando si parla di lavoro. Ma bisogna fare attenzione sia a non sminuirne la portata, sia a non concentrarsi solo su questo aspetto, tralasciando che il problema principale è che di lavoro ce n'è ben poco. Il tasso di disoccupazione, in questo contesto, è sempre meno un indicatore rappresentativo delle difficoltà di trovare un impiego, dal momento che c'è un esercito di persone che hanno perso ogni speranza di trovare un lavoro. Infine, anche la precarietà legata all'insicurezza è figlia di una corsa al ribasso dovuta alla scarsità di lavoro, oltre che ovviamente ad un problema culturale e di assenza di controlli. AnchIn questo scenario, gli unici atipici sono gli impiegati pubblici! Positivamente atipici, visto che godono senz'altro di maggiori garanzie, spesso ingiustificatamente messe in discussione. Distinti saluti.