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MA È POSSIBILE TAGLIARE LE TASSE?

Ridurre la pressione fiscale è una necessità per l’economia italiana. Ma è possibile farlo senza sperperare i risultati sui conti pubblici ottenuti negli ultimi due anni e anzi consolidando definitivamente la politica di risanamento? Se congeliamo la spesa pubblica in termini reali ai livelli attuali si liberano risorse sufficienti per portare il bilancio in pareggio e nello stesso tempo finanziare un calo delle imposte. E il governo potrebbe favorire il miglioramento della contrattazione nel settore privato, legando salari a produttività in quello pubblico.

Ci sono due novità in questa campagna elettorale. La prima è che sembra esserci un consenso quasi unanime sulla necessità di ridurre le imposte. Questa volta è il sindacato a promuovere il (no) tax day, chiedendo di abbattere il prelievo su lavoratori dipendenti e pensionati. E molte più proposte elettorali che in passato comportano riduzioni di imposte piuttosto che incrementi di spesa pubblica.
La seconda novità e che c’è anche chi combina la riduzione delle imposte con il controllo della spesa pubblica. Lo ha fatto, ad esempio, Walter Veltroni all’assemblea costituente del Partito democratico, dove ha preso l’impegno di tagliare la spesa pubblica di un punto di Pil nel primo biennio.
Riteniamo che ridurre la pressione fiscale sia una necessità per l’economia italiana. Ma è possibile farlo senza buttare via i risultati ottenuti negli ultimi due anni nel migliorare i conti pubblici e anzi consolidando definitivamente la politica di risanamento delle pubbliche finanze? E sono realistici gli impegni presi dai due maggiori schieramenti? Se non lo sono, è possibile renderli qualcosa di diverso dalle solite promesse elettorali?

È POSSIBILE CONCILIARE DETASSAZIONE E RISANAMENTO?

La detassazione dei redditi deve essere significativa per influenzare i comportamenti di famiglie e imprese, stimolando l’offerta di lavoro e gli investimenti. Tagli minimali alle imposte non servono a nulla, se non a disorientare ulteriormente gli italiani, che si sentono raggirati ogni qualvolta ci sono ritocchi al sistema impositivo. Una riduzione significativa e sostenibile delle imposte deve però essere inquadrata all’interno di un programma economico che coniughi crescita e stabilizzazione fiscale.
La tassazione eccessiva e l’elevato debito pubblico causano bassi tassi di crescita. Ricondurre l’una e l’altro verso livelli “normali” contribuisce, come è accaduto in Irlanda, ad avviare una ripresa della crescita economica. Al tempo stesso, ridurre la pressione fiscale senza creare squilibri nella finanza pubblica obbliga a operare veri e propri tagli alla spesa per i quali è di norma difficile trovare il consenso. L’unico modo per coniugare una significativa riduzione della pressione fiscale con la stabilizzazione dei conti pubblici consiste nell’adottare un programma pluriennale che guardi in avanti come si fece durante la virtuosa stagione della lotta all’inflazione e dell’entrata nell’unione monetaria, quando le parti sociali furono spinte a rendere compatibili le loro richieste con il raggiungimento di questo obiettivo.

UN ESEMPIO

Ecco un esempio di come potrebbe essere strutturato un programma sostenibile di riduzione della pressione fiscale in Italia:

1. Si congela la spesa pubblica in termini reali. Questo significa garantire l’offerta dei servizi pubblici ai livelli oggi prevalenti, non tagliare la spesa, ma contenerne rigorosamente l’evoluzione. La spesa pubblica sarebbe indicizzata all’inflazione ma non al reddito reale. Cosi, ad esempio, se il Pil nominale cresce del 5 per cento e l’inflazione del 3 per cento, la spesa pubblica può crescere del 3 per cento.
2. Invece, gli incrementi di gettito derivanti dalla crescita reale (non dall’inflazione) e quelli derivanti dal recupero di evasione fiscale vengono restituiti sotto forma di minori imposte ai contribuenti. Cosi, nell’esempio precedente, il gettito in più dovuto alla crescita reale del Pil del 2 per cento verrebbe reso ai contribuenti, nel modo più trasparente possibile: ad esempio con una riduzione del prelievo alla fonte o un abbattimento dell’Irpef, più o meno proporzionale, a seconda degli obiettivi distributivi.
3. Questa pratica dovrebbe essere adottata come regola e perpetuata per diversi anni in modo che i cittadini, lavoratori o imprenditori, possano contare sui benefici fiscali in modo credibile e stabile e quindi tenerne conto nelle loro scelte correnti di spesa, investimento, partecipazione al lavoro, ore lavorate eccetera.
4. Poiché il bilancio pubblico presenta ancora un disavanzo, la restituzione dell’extragettito nella fase iniziale potrebbe essere parziale (ad esempio, due terzi), destinando la rimanenza alla eliminazione del disavanzo e alla costituzione di una riserva per finanziare le fluttuazioni cicliche della spesa pubblica.

È REALISTICO RIDURRE LA PRESSIONE FISCALE DI UN PUNTO?

Una politica di questo tenore non solo è compatibile con il vincolo di bilancio dello Stato, ma stabilizza i conti pubblici. Ogni punto di crescita del Pil reale si traduce in un più basso rapporto spesa pubblica su Pil, imposte su Pil e debito sul Pil. Poniamo che il prodotto interno lordo reale cresca a un tasso dell’1,5 per cento per 5 anni – ipotesi in linea con le stime della crescita del nostro prodotto potenziale, coerente con l’andamento di lungo periodo della nostra economia. Ciò significa un aumento di 7,7 punti nell’arco di una legislatura. Congelando la spesa pubblica in termini reali ai livelli attuali si liberano risorse sufficienti per a) portare il bilancio in pareggio e b) al contempo finanziare una riduzione delle imposte di un punto e mezzo. Se questo processo incentiva, come è ragionevole attendersi, un rafforzamento della crescita, la riduzione delle imposte può essere ancora più sostanziosa.

PERCHÉ NON SIANO LE SOLITE PROMESSE DA MARINAIO

Ovviamente questa politica impone un vincolo stringente alla spesa pubblica di cui è necessario essere consci. Ma non è un vincolo irrealistico: lo dimostrano i primi dati sull’andamento della spesa nell’ultimo anno. Riallocazioni di spesa da un capitolo all’altro sarebbero non solo possibili, ma anche desiderabili. Come pure possibili sono rivisitazioni dei meccanismi di determinazione dei salari dei dipendenti pubblici (la grossa componente della spesa) in modo da premiare chi lavora di più e meglio.
È questo peraltro l’unico vero modo con cui il governo può favorire il miglioramento della contrattazione nel settore privato: deve dare il buon esempio nel legare salari a produttività nel settore pubblico. Eventuali aumenti salariali dei dipendenti pubblici in termini reali possono provenire solo da guadagni di efficienza e risparmi di spesa. I sindacati che oggi chiedono di tagliare le tasse per tre quarti della popolazione italiana devono realisticamente prendere atto di questo vincolo. E sapere che con questo piano si creerà un forte gruppo di pressione (tutti i lavoratori che beneficiano delle riduzioni fiscali) per snellire l’apparato amministrativo e accrescerne finalmente l’efficienza.

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31 commenti

  1. Luigi Zoppoli

    Le ipotesi di fattibilità della riduzione fiscale in maniera coerente e congrua con gli obiettivi di finanza pubblica, mi confortano per l’autorevolezza della fonte.Quanto alla spesa pubblica, argomento del quale la Voce si è ripetutamente occupata.oltre che contenerla nei limiti che l’articolo indica, rimango convinto che esistono immensi margini di miglioramento qualitativo e di riduzione mediante incisivi interventi di riorganizzazione. D’altronde l’articolo di Neirotti e Paolucci,"le ICT non funzionano semza capitale organizzativo" ne rappresenta una conferma. Che a questo debbano corrispondere adeguamenti e semplificazioni normative, anche questo potrebbe essere un aspettodel tutto positivo.. Luig Zoppoli

  2. Alfredo

    …si viveva meglio quando si pensava di stare peggio. Come si fa a non capire che dai discorsi di tutti i politici italiani, nessuno escluso, si costruiscono montagne di "munnezze" e Napoli fa da Caprio Espiatorio. Abbiamo una classe politica che è brava unanimamente ad essere univoca solo su una questione: quella di aumentarsi gli introiti di pochi spiccioli (milioni di euro l’anno). Mentre la gente paga le tasse anche sui loro furti.

  3. Giorgio Bonamore

    Buongiorno, riassumo i tanti interrogativi: tutte le branchie istituzionali, e non, si lamentano per la scarsità dei finanziamenti. E almeno per scuola, sanità, sicurezza, magistratura, ricerca, sostegno al precariato (o comunque flessibilità), io sarei d’accordo. Ridurre il personale mi sembra arduo e comunque prevede tempi medio-lunghi. La regola "nimby (si scrive così?) è dominante. E allora… non sembra la quadratura del cerchio, se non mantenendo orientativamente la pressione fiscale e drasticamente aumentare i controlli sull’evasione, con un recupero immediato del dovuto? Grazie. Giorgio Bonamore

  4. FULVIO ANSELMI

    Nell’articolo si parla di congelare la spesa pubblica in termini reali senza tagliarla e indicizzandola all’inflazione.L’esempio portato è una crescita di 5 punti e un’inflazione di 3 punti. I due punti di differenza potrebbero essere restituiti sotto forma di riduzione delle imposte. La mia domanda è: nella attuale situazione di inflazione al 2,6% (ISTAT 12/07) e crescita 1,9% (ISTAT 3° TRIM. 07) con previsine 1,5% per il 2008 se non meno senza una netta diminuzione della spesa pubblica quali risorse si potrebbero redistribuire?

  5. Carlo Catalano

    Da anni assistiamo alla riduzione del potere d’acquisto dei redditi medi e medio bassi a vantaggio dei redditi elevati. La progressiva riduzione della massima aliquota marginale IRPEF associata al mancato recupero dell’enorme drenaggio fiscale che ha gravato su detti redditi hanno generato quanto sostengo. Empiricamente il fenomeno è reso evidente dalla costante crescita dei consumi dei beni di lusso associata ad una generale stagnazione dei consumi. Io credo che per far ripartire i consumi occorra innanzitutto correggere questo fenomeno restituendo potere d’acquisto ai redditi medi e medio bassi garantendo il gettito con l’incremento dell’aliquota massima (magari temperando ciò elevandone lo scaglione). La crescente sperequazione dei redditi e delle ricchezze costituisce una tendenza generalizzata a livello mondiale che, sul piano etico e su quello economico, occorre contrastare. A tal proposito è assolutamente pertinente l’ottimo articolo del Prof. Colombino pubblicato sul Vostro sito e dal titolo "l’IRPEF è sulla strada giusta" nel quale si evidenzia come, nella teoria economica, il livello ottimale della massima aliquota marginale IRPEF si ponga fra il 51% ed il 90%.

  6. roberto romano

    E’ possibile conciliare detassazione e risanamento?
    Domanda intrigante, ma l’esito e la finalità sottesa è di difficile realizzazione. Intanto occorre dimostrare che gli investimenti aumentano con una riduzione delle tasse. Se fosse vero, l’Italia non avrebbe potuto destinare risorse finanziarie per gli investimenti fissi lordi pari alla media dei paesi europei. Se consideriamo un periodo di 10 anni (1995-2006) si osserva che l’Italia ha investito quanto i paesi europei. Evidentemente le tasse incidono veramente molto poco nella scelta di realizzare o meno degli investimenti.
    Relativamente allo stimolo dell’offerta di lavoro…osservo un errore che mi permetto di segnalare: non è l’offerta di lavoro ad essere stimolata, piuttosto la domanda di lavoro. La sottolineatura non è solo nozionistica, ma di rilievo economico. Infatti, l’Italia ha un problema di domanda qualificata di lavoro in ragione della specializzazione produttiva che richiede lavoratori con un profilo professionale non equivalente a quello medio dei paesi europei.
    Possiamo investire in capitale umano tutte le risorse finanziarie che vogliamo, ma se gli ingegneri non fanno quello per cui sono stati formati. R.Romano

  7. gianluca vecchio

    Il problema è se lo vogliono fare o non lo vogliono fare.. Io non ci credo più, e la cosa grave è che ho 29 anni.

  8. Claudio Cintioli

    La proposta mi pare considerare la gestione della spesa pubblica alla stregua del controllo dei costi di un’azienda privata. Purtroppo, a mio avviso, tale approccio è alla base dei problemi che incontra qualsiasi attore politico che intenda intervenire sulla dinamica della spesa. L’impresa privata puo’ – anzi deve – gestire la propria dinamica di costi disinteressandosi degli effetti esterni, mentre per la spesa pubblica questo non e’ possibile. La gestione della spesa pubblica non puo’ “esternalizzare” nulla, anzi le determinanti principali della sua dinamica sono proprio gli effetti esterni: sociali e dunque politici. L’idea di “cristallizzare” la dinamica della spesa pubblica limitandola ai suoi aspetti monetari, non significa certo cristallizzarne gli effetti sociali e quindi le pressioni politiche che a questi seguono. Credo che una modifica, radicale o graduale, della dinamica della spesa comportera’ enormi modificazioni sociali, anche per le dimensioni raggiunte dalla stessa. Temo che nessun tecnicismo, apparentemente neutrale (verrebbe da dire: proprio perche’ “apparentemente” neutrale), ci possa far fuggire da un problema che e’ di natura sociale e politica.

  9. Rosalia Toller

    La proposta di taglio delle imposte, così come risulta articolata, mi sembra credibile. I problemi si presentano quando si tratta di congelare la spesa pubblica. Un conto è infatti intervenire drasticamente sulle aree di spreco, tagliando le relative spese, un altro è intervenire in modo non selettivo e indiscriminato compromettendo ulteriormente la funzionalità di alcuni servizi come la scuola, la sanità etc…In altre parole, il problema del controllo della spesa pubblica è qualitativo oltre che quantitativo: occorre capire dove tagliare prima ancora di quanto tagliare: ci sono voci di spesa che a mio avviso non vanno congelate affatto e voci che potrebbero subire tagli molto robusti.Quanto alla dinamica salariale nel comparto pubblico, occorre prima intendersi su cosa significhi produttività. Faccio l’insegnante e penso che la produttività nel mio settore debba essere legata ai risultati e ai progetti che abbiano un impatto sotto il profilo didattico, mentre per il Ministero la produttività dipende dalla mera sommatoria degli incarichi accumulati da un docente oltre il proprio orario contrattuale. Come la mettiamo?

  10. A. Stabile

    Le ricette suggerite da Boeri e Guiso sono condivisibili, però penso che gli obbiettivi sarebbero più facilmente raggiungibili se si facesse una seria lotta all’evasione, non solo per il recupero dell’entrate (imposte che spetterebbe pagare) ma anche per una maggiore equità distributiva; in questo modo la spesa (razionalizzata) della pubbica amministrazione viene coperta dal recupero fiscale ma diminuendo la pressione fiscale. Quando si parla di diminuzione delle imposte insieme alla diminuzione della spesa pubblica in questa uguaglianza non bisogna assolutamente dimenticare quella grande parte di entrate che viene evasa. In questo Paese bisogna anche ristabilire una distribuzione più equa del reddito e questo passa anche attraverso il recupero dell’evasione (= rispetto della legalità).

  11. Enzo Tripaldi

    E’ fuori dubbio che una riduzione significativa della pressione fiscale sostenibile e strutturale passi per una proporzionale contrazione della spesa pubblica improduttiva. E dire che vi sarebbe solo l’imbarazzo della scelta. Ma su questo – al di là di scelte poco incisive, al più propagandistiche – non si è voluto andare. Su questo mi pare che l’inizio della competizione elettorale sia evasiva: tutto si riduce in bei propositi che costano parecchio, quando invece sarebbe più giusto ed onesto andare ben oltre il "mantra" della lotta all’evasione fiscale. Circa i tesoretti (aspettiamo cosa accadrà dopo l’evoluzione del PIL nei prossimi mesi) io sarei del parere di destinare "solo" un terzo alla riduzione delle tasse ed il resto all’abbattimento del debito. Osservando poi l’andamento della tassazione a livello non centrale mi fanno paura queste promesse di forti riduzioni fiscali, senza contare che i reditti bassissimi non ne avrebbero bisogno, in quanto non beneficiari del calo delle aliquote.

  12. Fabio Pancrazi

    Quasi tutti i politici che vedo in televisione insistono nel legare un eventuale aumento del salario all’aumento della produttività. Che vogliono farci intendere? L’operaio alla catena di montaggio dovrà andare più veloce? Ma la produttività è il rapporto tra prodotto e l’insieme dei fattori di produzione che hanno concordo a produrlo. Non dipende solo dalla manodopera, anzi, al giorno d’oggi (non siamo nell’antichità) non dipende proprio dalla manodopera! Inoltre per detassare i salari bisogna far pagare le tasse a chi non le paga (quasi il 40% in Italia!). Con una riforma fiscale con deduzioni, sul modello anglosassone: 10% – 22% e 40% del reddito. Mica una tragedia! Ma perchè nessuno lo dice? Bisogna far capire all’idraulico & company che vivere bene, non pagando tasse, in una casa rurale ristrutturata, con piscina, un paio di suv e viziare i figli non fa bene ai figli e nemmeno ai nipoti: che cavolo faranno loro da grandi? Gli idraulici? Non credo! Che cavolo di società troveranno? E’ molto molto facile che l’idraulico & company vivano bene adesso ma togliendo il futuro ai loro stessi figli e nipoti!

  13. Riccardo

    Concordo con le ipotesi descritte. Sono però convinto che troppo spesso le parti sociali ostentino pregiudizi senza “entrare nel merito” delle proposte. E dubito che non di rado sia anche per incapacità di entrare in questo merito. Superare questo ostacolo permetterebbe di perseguire obiettivi che per la collettività hanno una prospettiva più stabile nel tempo. Spero vivamente che l’Italia non sia costretta a vivere l’ennesima inversione di tendenza che porti alla situazione dei conti pubblici di due anni fa…

  14. mario gizzi

    Sarebbe meraviglioso leggere proposte precise e concrete su come misurare la produttività individuale nella pa. ci sono alcuni nodi, ad esempio come si risolve il problema: della discrezionalità dei funzionari addetti e la loro capacità e trasparenza; quello della cattiva organizzazione che è alla base di buona parte delle demotivazioni; delle risorse: come e in che misura si premia l’impegno, e come si punisce in conseguente "rosicamento" degli esclusi.

  15. DAVIDE

    Anche per questo argomento come per la lotta all’evasione si generalizza troppo. Si è tentati di commettere a mio avviso l’errore che commetono i nostri politici. Errori determinati dalla paura, dalla mancanza di "slancio" in avanti. Il problema non è legato all’amontare della spesa pubblica ma come per la lotta all’evasione "seria" dalla qualità della stessa, oltre che dell’elevata percentuale di speco di denaro che ne viene fatto. Manca a livello nazionale una sorta di programma condiviso di recupero di spesa pubblica per livello di inefficienze. Mi chiedo a cosa serve ad esempio stanziare più soldi per l’istruzione se si mantengono al loro posto insegnanti dequalificati che non hanno l’autorevolezza per rispondere ad un alunno che li manda a quel paese. Come possono altrimenti fare se poi c’è un Tar che da ragione alla famiglia solidale col pargolo maleducato !? Mi chiedo a cosa serve dare più soldi alle strutture sanitarie del mezzogiorno che invece che pensare ad investire bene il denaro si preoccupano di non "pestare" i piedi al politico di turno costringendo i malati ad emigrare per curarsi. Forse che lasciando l’attuale sistema di spesa questi problemi spariscono.!?

  16. rocsal

    Si possono ridurre le tasse nel modo seguente: -riduzione del 50% dei politici e relative strutture; -riduzione del 20% dei loro compensi; -abolizione delle Provincie; -forte controllo dei prezzi al consumo cercando di incentivare i produttori agricoli che vendono direttamente al consumatore; -diminuire la tassazione degli immobili(spropositata); -ridurre il vitalizio del presidente della Repubblica -ridurre fortemente i compensi dei managers pubblici a seconda del risultato ottenuto; -limitare l’importo dei compensi dei consulenti dei ministeri; -eliminazione degli enti inutili; -eliminare i privilegi dei politici; -eliminare le spese parassitarie; -controllo spesa degli ospedali; -formare un Comitato di controllo sulle spese affidato a persone esperte e non schierate politicamente.

  17. alessandro spanu

    Il problema non è l’evasione, quanto piuttosto l’eccessiva imposizione tributaria che alimenta, a sua volta, una spesa pubblica impazzita che, secondo l’Istat ha ormai superato metà del Pil, ovvero circa 750 miliardi di euro. Mi pare che queste somme, sottratte alla disponibilità di chi le ha prodotte, siano anche troppe, anche alla luce degli sprechi e della corruzione evidenziati dalla relazione della Corte dei conti. Non vedo perché si debbano ancora versare ulteriori somme al fisco..

  18. Gil

    Certo che è possibile basta tagliare gli stipendi dei nostri "politicanti" e portarli alla pari con i colleghi tedeschi, eliminare tutti i privilegi (Auto blu, aerei, servizi vari) ridurre il numero dei politici sia a livello nazionale, regionale nonchè provinciale e portarli al numero proporzianale agli USA…. tagliamo gli stipendi ai grandi manager che …poi fanno solo fallire le aziende (vedi alitalia) .. vi garantisco che le tasse prenderanno un’altra piega!…ditelo tutti chissa se ci riusciamo …

  19. enrico

    Piccolo elenco circa il taglio dei costi della politica: eliminazione di “tutte” le province, accorpamento di “tutti” i piccoli comuni, eliminazione di “tutte” le comunità montane e dei vari consorzi di bonifica, privatizzare veramente le società municipalizzate (sopprimendo i costi ovviamente), etc etc…(mi chiedo e la gente si chiede: perché le loro problematiche non possono essere seguite e gestite dalle moltitudini di enti e dipendenti statali?),

  20. fabio de santis

    La proposta di Boeri e Guiso si scontra, almeno nell’immediato, con la dura realtà della crescita del Pil italiano previsto intorno allo 0,7% da Bruxelles e da un inflazione intorno al 2,8%. Date altre condizioni, più idonee, bisognerebbe utilizzare l’extragettito per incrementare le detrazioni sui redditi da lavoro, così da recuperare un gap salariale italiano rispetto ad altri paesi europei. Una realtà frutto di un quarto di secolo di compressione salariale, funzionale ad una ripresa di un capitalismo italiano malato (negli anni ’80 le imprese italiane investivano in ricerca e tecnologia meno delle altre economie europee più evolute) e dell’entrata dell’Italia nella UE. L’aumento dei redditi porterebbe ad un incremento della domanda, della produttività, dell’occupazione, del Pil. La politica monetaria restrittiva europea permetterebbe il contenimento dell’inflazione, dunque una plusvalenza del gettito. Il punto centrale, allora, è da dove partire. Forse è arrivata l’ora di partire dai salari.

  21. alberto arnoldi

    Salve,
    condivido appieno, però c’è un aspetto da affrontare: il continuo rinvio, nelle contrattazioni con i sindacati, delle questioni sul turn over e incentivi alla produttività nell’impiego pubblico; forse perché sia i sindacati sia i politici "di mestiere" non vogliono inimicarsi tre milioni di potenziali elettori?

  22. Silvestro Gambi

    Ma siamo proprio sicuri che il problema primo della PA sia la produttività? Non ci vuole un genio per capire che di gran lunga prima viene la numerosità dei dipendenti che peraltro le recenti azioni di stabilizzazzione dei precari hanno incrementato.Subito dopo la numerosità vengono le competenze: andate a vedere di quante competenze inutili, pleonastiche o comunque non necessarie la PA si è autodotata: cose che se non si fanno non costituiscono problema per il funzionamento dello Stato. Terzo problema la stessa numerosità degli enti , inutili spesso e spesso pleonastici( vedi la moda delle autority inconcludenti). Infine vi è chiaro o no che in molte regioni la PA viene utilizzata da amortizzatore sociale ( buon affare anche per le clientele). Ecco: una volta risistemati questi fattori per i residui dipendenti della PA potremo trattare di produttività. Dimenticavo …andate a vedere il rapporto dirigenti dipendenti nella PA. Sì non si finisce mai di stupirsi.

  23. Giacomo Morandi

    Tutto è possibile, a costo, però, di non arrivare al pareggio del bilancio (prescritto dai trattati), di non diminuire il debito pubblico (idem) o di ridurre mla spesa pubblica. Ma quale? Finora ho sentito solo proposte generiche o che riguardano solo gli altri…

  24. a

    Invece di abolire l’ici sulla prima casa perchè non ridurre l’iva, per una cifra equivalente all’abolizione dell’ici, sul metano da riscaldamento?

  25. Massimo GIANNINI

    Si fa un gran parlare di ridurre la pressione fiscale. Tuttavia nessuno presenta i dati correttamente. Credo che il dover tagliare le tasse derivi più da una pressione, ovvero oppressione fiscale percepita piuttosto che da calcoli precisi su quello che effettivamente é la pressione fiscale reale e apperente come definite dall’Istat e che nessuno spiega. Infatti se c’é un recupero di evasione fiscale la pressione fiscale calcolata aumenta non perché incide sul numeratore ma anche diminuisce statisticamente il denominatore PIL. Inoltre il numeratore é fatto di tutti i prelievi fiscali e parafiscali il che significa ad esempio che se il petrolio aumenta questo fa aumentare la pressione fiscale se non se ne sterilizza l’effetto. E’ necessario scomporre il dato della pressione fiscale reale prima di dire tagliamo le tasse, magari a caso. Sarebbe più utile parlare sempre di riordino, redistribuzione ed efficienza della tassazione piuttosto che di riduzione. Siamo o non siamo in media europea con la pressione fiscale? E con l’evasione?

  26. stefano monni

    Negli ultimi anni non si fa altro che propugnare un taglio delle tasse che, ritengo, sia in linea generale condivisibile. Il problema è come attuare questo. é senza dubbio condivisibile la tesi secondo la quale la detassazione dei redditi debba essere significativa per influenzare i comportamenti di famiglie e imprese. Il problema che però bisogna considerare ai fini di una corretta politica di riduzione delle tasse sui redditi è la convenienza di tale riduzione in termini di maggior reddito, al netto della imposta, e soprattutto la propensione al consumo. Una uguale riduzione di tutte le aliquote avvantaggerebbe i redditi più alti, senza però alcun incentivo sui consumi; infatti la propensione marginale al consumo è maggiore per i redditi più bassi. Pertanto sarebbe auspicabile ridurre le aliquote dei redditi medio – bassi, mantenendo inalterate quelle dei redditi alti. Per quanto riguarda la spesa pubblica; il problema, credo, sia combinare la proposta di un congelamento della spesa in termini reali con una lotta agli sprechi, che risultano molto alti in Italia. Mi domando se gli autori condividono questa mia opinione – sebbene superficialmente esposta.

  27. antonio petrina

    Egr prof. Boeri la manovra di tagliare le tasse con un’azione efficiente sulla spesa ( azione rigorosa nella gestione della spesa: vedi programma PD) e principalmente sul debito pubblico che è la "manomorta" ( vedi programma Pdl ) per la finanza pubblica rimane una strada seria , percorribile e necessaria per andare oltre alla stabilizzazione del debito ed incentivare lo sviluppo ,infatti non si può essere solo "cicale" quando c’è bel tempo e non formiche per garantirsi nelle fluttuazioni cicliche della finanza specialmente nella prospettiva critica di origine americana !

  28. Corbelli Erio

    Evasione; riduzione della spesa; riduzione dei costi del pubblico impiego e dei costi della politica. Chi più ne ha, più ne metta; al momento le tasse che paghiamo centralmente al governo di Roma, tendono a calare,poi a aumentare, quelle locali sono in costante ascesa, vanificando ogni tentativo di riduzione dell’ irpef centralizzata. Il tutto perchè siamo in una fase di transizione di cui se ne approfittano i vari governi che si succedono per portar acqua al proprio mulino. Una fase di transizione che prevedo sarà dilatata all’infinito, in quanto fa la fortuna dei partiti centralizzanti. L’unico rimedio, è, anche senza un’introduzione graduale, ma traumatica nel senso che venga fatta una legge istituzionale che crei immediatamente lo stato federale, con regioni autonome nel senso istituzionale e fiscale, che abbiano completa autonomia d’imporre tasse e di completa responsabilità di governo del proprio territorio. Per chiudere le pendenze dello stato centrale entro un dato tempo, venga istituito un fondo monetario a cui contribuisca ogni singola regione.

  29. GIULIANI LUCIANO

    Verificato che la governance della spesa pubblica in Italia risulta fortemente condizionata da potenti gruppi di pressione, potrebbe ancora accadere che quel 2 per cento non venga redistribuito, anzi venga utilizzato per soddisfare ulteriori esigenze elettorali di spesa. Inoltre perché non coniugare la proposta affrontando sumultaeamente la diminuzione del debito pubblico attraverso varie forme, tra le quali: 1) la migliore strategia da adottare per la lotta all’evasione fiscale, la utilità a regime in termini di costi e servizi erogati degli investimenti pubblici, l’abolizione delle province e delle comunità montane, il ridimensionamento di stipendi ed indennità a politici, manager ed amministratori pubblici. 2) la definizione di nuove regole di comportamento nel sistema dei controlli della spesa negli Enti locali, riconsiderando l’istituto della revisione e del controllo legale dei conti, attraverso l’istituzione di un albo regionale dal quale attingere per le nomine, sottraendole in tal modo ai controllati e sanzionando con la revoca dall’incarico i revisori e/o certificatori inadempienti e/o incapaci, specialmente per le mancate informative alla Corte.

  30. alocin666

    Vorrei solo proporre un cambiamento lessicale. secondo me sarebbe più corretto parlare di tagli agli sprechi pubblici in quanto l’ italia investe assai meno della media europea nei settori nevralgici della società (sanità , istruzione , ricerca, assistenzialismo) ma molto viene sprecato nella gestione del denaro pubblico a causa del sistema politico italiano, oggi come sempre clientelare e affarista. Come si può parlare di diminuzione della spesa con questa classe politica?

  31. Giovanni Speranza

    E’ unanimente riconosciuta la dimensione dell’economia sommersa in Italia e con essa l’articolata illegalità di tanti rapporti commerciali e di lavoro, la forte concorrenza sleale che imprese svolgono verso altre imprese.
    La capacità ispettiva, di accertamento e di recupero del mancato gettito erariale, previdenziale, iva ecc.è condizionato dalla volontà (o meglio dire non volontà) politica dei Governi e anche dall’astrusità di norme create per necessitare di professionisti che insegnino a troppi l’elusione fiscale se non peggio. Aggiungiamo anche la cultura che fa del “corretto verso il fisco un fesso”.
    Detto ciò mi interrogo perchè non si fa del singolo cittadino il portatore degli interessi collettivi nel momento in cui tutela i suoi con il “contrasto degli interessi”. Alta detraibilità (40%) di spese e recupero in 1 o 2 anni al max. sul 730 rende impossibile per chiunque offrire un servizio/prodotto senza fattura, non più conveniente per il cliente. Artigiani, liberi professionisti, avvocati, dentisti ecc. non possono fare altro che emettere fatture, documentare la loro attività (dipendenti, acquisti, vendite materiali ecc) che innalzano fortemente le entrate per lo Stato!

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