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  1. Enrico Parisini - CIO Conserve Italia (valfrutta, Cirio, Yoga.....) Rispondi

    Concordo pienamente con l'analisi. Vi è una aggravante che spiego come segue: fino ad ora le aziende di prima e seconda informatizzazione, hanno cercato di replicare il modello esistente sui sistemi informativi. Il caso dei processi amministrativi è il tipico caso di un match facile e di buoni risultati. Per i nuovi paradigmi di nuova informatizzazione non sarà più possibile avere benefici se non mettendo mano ai processi, a importanti ridefinizioni organizzative, a importanti nuove interpretazioni delle funzioni. Anzi molte organizzazioni si troveranno in difficoltà per il giungere di obbligatori cambiamenti (es. release e nuovi prodotti) che non si adatteranno più alle organizzazioni sottostanti. Quindi soldi spesi, molti problemi e nessun risultato. Siccome la percezione di tale problema non è così diffusa nel management vi invito a diffondere e approfondire in particolare con "casi di successo" . Gli esempi sono sempre illuminanti.

  2. antonello cini Rispondi

    Nei momenti in cui alcune persone con le loro entrate hanno difficoltà dopo il giorno 20 d’ogni mese, ci si chiede se il prezzo di vendita di qualsiasi prodotto abbia congruità con il costo di produzione. In particolare, utilizzando i più noti motori di ricerca, sono state fatte delle domande circa: incidenza spese pubblicitarie; incidenza spese pubblicitarie costo produzione. Non sono state date risposte ai quesiti; mentre sono stati proposti alla visita dei siti, dei quali si riportano degli estratti. Interessante è lo stesso trattamento da parte dello stato dello Stato dal punto di vista fiscale art. 108 del TUIR .Costi pluriennali classificati sotto la voce B.1.2: costi di studi, ricerca e sviluppo, costi di pubblicità, sponsorizzazione, propaganda, spese di rappresentanza deducibili, spese di rappresentanza parzialmente deducibili. I dati sulle spese pubblicitarie e ricerca e sviluppo non potrebbero essere estratti separatamente dalle dichiarazioni sui modello unico per le imprese in possesso dell'Agenzia delle Entrate, perché accorpati sotto la stessa voce. Occorre una diversità di trattamento a favore delle spese per la ricerca. Antonello Cini

  3. STEFANO CARFAGNA Rispondi

    Spesso i manager delle aziende private (vuoi per ignoranza, vuoi per incompetenza, vuoi per età) non hanno le capacita per valutare il beneficio di investimenti ICT nell'ambito aziendale. Di conseguenza l'ICT diventa solo un costo. I benefici sono di solito nell'ambito del miglioramento della vita lavorativa ( lavori ripetitivi eseguiti dalle macchine ) e nella riduzione dei costi ( dovuti al minor impiego di personale ). Il risparmio può diventare remunerazione per gli azionisti o fonte di ulteriori investimenti in sviluppo e formazione. Questo dipende dalle scelte dei manager. Un buon metodo per valutare gli impatti annuali degli investimenti sarebbe quello di calcolare i costi uomo delle attività automatizzate, svolte dalle macchine e dai PC. A questo punto risulterebbe chiaro l'enorme vantaggio. A tale beneficio si deve aggiungere il risparmio sui materiali ( carta, inchiostro) e servizi ( posta, stampa, etc ). Se queste carenze valutative le applichiamo alla P.A. si deduce l'enorme spreco ( e margini di miglioramento ) che si potrebbero ottenere per mezzo della nuove tecnologie nello Stato. Se i nostri limiti sono dovuti a noi stessi ... con chi ce la vogliamo prendere?

  4. FRANCESCO COSTANZO Rispondi

    L'Italia è un tipico esempio di sistema produttivo di tipo tradizionale. Il 95% delle aziende sono piccole e sottocapitalizzate, la produzione è a scarso valore aggiunto, il fattore umano pesa in modo determinante nel processo produttivo. Lo scarso uso dell'ict è una conseguenza naturale di queste caratteristiche. Sono d'accordo con chi dice che per aversi un maggiore peso dell'ict, intesa come prodotti ad alto contenuto tecnologico (e non solo come e-learning, web, etc.) bisogna concepire un profondo cambiamento del nostro sistema industriale, come quello avvenuto ad esempio in Finlandia. Questo può anche avvenire indipendentemente dalla crescita delle aziende, ma richiede una forte capacità organizzativa, apertura mentale, collaborazione, secondo il modello dei distretti industriali. Credo che solo un' "utopia" così possa trainare il nostro paese fuori dalla perenne "asfissia da scarsa crescita", in cui si trova ormai da decenni. Gli aumenti della produttività che molti propongono sono solo misure temporanee, che alla lunga peseranno sui lavoratori, visto che ci sono scarsi margini di ulteriore crescita della produzione nei settori a basso contenuto tecnologico.

  5. Alessandro La Spada Rispondi

    La mia impressione è che lo scarso interesse verso l'ict, vissuto come costo dal management e come difficoltà dagli utenti aziendali, sia direttamente collegato al regime del lavoro dipendente, ultraprotetto e privo di reali incentivi alla crescita professionale. Se l'organizzazione risulta 'seduta', innovare diventa impresa titanica e si sa che la finestra temporale di un manager alla guida di un'organizzazione è spesso breve. Bisogna portare risultati subito, guardare al lungo periodo è, per come funziona l'economia oggi, eroico. In questa situazione la voglia di crescere economicamente dei livelli bassi, e quella di mettersi in luce dei quadri intermedi, potrebbero fare da sponda ai manager intraprendenti e trovare un terreno comune proprio sullo sfruttamento delle ICT. Per fare concreti passi avanti sul fronte della dinamicità organizzativa, dovrebbero passare le misure richieste da Confindustria sui premi alla produttività individuale. Allora sì che qualunque mezzo, e in prima fila le ict, diventerebbe qualcosa da sfruttare con impegno.

  6. Pilade Franceschi Rispondi
    Penso che l'articolo abbia centrato un punto importante: le ICT funzionano nella misura in cui si adotta una struttura che permetta loro di funzionare. Non è solo questione di spendere di più nelle ICT, ma nel saperle utilizzare appieno. L'informatica dovrebbe essere una "risorsa culturale" che pervade anche altri aspetti aziendali (come l'organizzazione) e non rimanga semplicemente all'interno di un sofware
  7. claudio mordà Rispondi
    Il tema proposto è collegato alla capacità delle aziende di determinare un sufficiente livello di confidenza nella ragionevolezza della spesa ICT, ovvero nella capacità di questo fattore produttivo di incidere sui risultati finali. Il riferimento a settori di impresa strutturalmente incompatibili con le ICT non mi è chiaro. La cultura organizzativa è dirimente rispetto alle ICT e non solo e può essere premessa per il superamento del limite da voi denunciato di inadeguatezza strutturale. Ancora oggi nelle aziende non è del tutto evidente che l’adozione di un sistema informativo sussume di fatto quella di un modello organizzativo. Da un lato l’ICT è di fatto quasi una commodity e quindi è abbastanza naturale che il risultato atteso sia prevalentemente una riduzione dei costi unitari, dall’altro si sottovaluta il fatto che il vantaggio competitivo, l’unicum che caratterizza l’impresa è proprio il modo in cui è capace di organizzare e finalizzare le proprie risorse, non il fatto in sé di possederle, specie quella ICT. Se ciò è vero, allora l’investimento in ICT diventa conseguenza e non premessa dello sviluppo, un catalizzatore che funziona solo in presenza di reagenti adatti.
  8. luigi zoppoli Rispondi

    Molto interessante e chiaro l'articolo. Diventa difficile capire se la necessaria rincorsa alla competitività del nostro sistema sia rallentata più per la piccola dimensione media delle aziende o dai limiti culturali dei gestori che troppo spesso si identificano con i titolari. La bassa incidenza di aziende operanti in settori innovativi ad alto contenuto tecnologica fa il resto. Ciò che è certo è che l'eccessiva "prudenza" nell'investimento in capitale umano ritenuto viceversa costo è l'elemento ulteriore ce funge da moltiplicatore negativo ai fini della crescita sia dimensionale che culturale delle aziende. Proprio come opportunamente evdenziato nel'articolo. Luigi Zoppoli

  9. Alfonso Fuggetta Rispondi

    Nell'articolo si parla dell'impatto dell'ICT sui processi aziendali. Ma questo è solo un aspetto e forse il meno strategico. In realtà oggi il vero snodo strategico è nella creazione di nuovi prodotti e servizi che valorizzino l'ICT per aumentare il valore dell'offerta. Per esempio, un elettrodomestico o un macchina per perforazioni petrolifere o una tuta delle Dainese (quelle di Rossi, per interderci) inglobano componenti ICT molto sofisticate che permettono nuovi livelli di funzionalità (ho fatto esempi che si riferiscono ad aziende italiane leader a livello mondiale nel loro settore). È su questo fronte che si gioca la sfida per rinnovare l'offerta delle imprese italiane ed è qui la vera leva strategica nell'uso dell'ICT. Altrimenti continueremo a vedere l'ICT solo come uno strumento per ottimizzare i costi e non, per usare un'espressione riportata qualche tempo fa da McKinsey Quarterly, per "cambiare le regole del gioco".