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LE BANCHE CINESI VANNO ALL’ESTERO

A fine 2006, gli stock investiti all’estero dalle banche cinesi erano pari a 12,3 miliardi di dollari. Per il 2007, i dati parlano di un flusso superiore ai 10 miliardi. E forse siamo solo all’inizio. La crescente capitalizzazione, mentre in Occidente si soffre la crisi subprime, e l’ampia disponibilità di riserve ufficiali suggerisce che gli istituti bancari cinesi guarderanno ancora con attenzione ad acquisizioni fuori dei confini nazionali. Cosa è cambiato nel sistema bancario della Cina per spingerlo a livelli di produttività tali da sopportare i costi di un’espansione internazionale?

La Cina ci ha ormai abituato alle sorprese. Chi avrebbe scommesso che potesse continuare quasi indenne la sua trasformazione al mercato dopo gli eventi di Tienanmen (1989) o sulla sua immunità alla crisi asiatica (1998) o su una crescita continuata a ritmi del 10 per cento annuo per oltre venticinque anni? Invece, almeno sinora, tutte le Cassandre sono state smentite.

ANCORA SORPRESE DALLA CINA

Un fenomeno recente è l’aumento degli investimenti diretti esteri (Ide), favoriti dalla politica go global. Ciò può sembrare naturale per un paese che cresce così tanto, con un enorme surplus con l’estero, tassi di risparmio privato sopra il 40 per cento del Pil e riserve ufficiali in valuta estera di quasi 1400 miliardi di dollari.
Pochi si sono stupiti del crescente attivismo delle società non finanziarie cinesi, i cui Ide sono cresciuti da 2,8 a 17,6 miliardi di dollari all’anno fra il 2003 e il 2006. Sebbene lo stock investito (75 miliardi) sia ancora limitato in rapporto al Pil cinese, è un valore ragguardevole per un paese emergente.
Aveva colpito la rapidità di questa evoluzione, culminata nell’acquisizione dei personal computer dell’Ibm. Ma gli avvenimenti degli ultimi mesi indicano che la Cina ha ancora voglia di stupire. Proprio mentre molte delle principali banche dei paesi industrializzati – specie Usa – vacillavano nella crisi subprime, le più grandi banche cinesi hanno mosso i primi passi all’estero.
Già nel 2006, in sordina, i flussi di Ide di società finanziarie cinesi hanno raggiunto dimensioni significative: 3,5 miliardi Di dollari. A fine 2006, gli stock investiti all’estero dalle banche cinesi erano pari a 12,3 miliardi.lle principali notizie circolate – non tutte le operazioni sono confermate – indica chiaramente le dimensioni del fenomeno.
China Development Bank investe 2,2 miliardi nella Barclays. Industrial and Commercial Bank of China (Icbc) acquisisce il 20 per cento della Standard Bank del Sud Africa (5,46 miliardi) e aprirà una filiale negli Usa come primo passo di una strategia di espansione anche in Russia, Indonesia e Medio Oriente. Bear Stearns e Citic Securities varano uno scambio di partecipazioni azionarie (1 miliardo). Minsheng Bank – una delle più grosse banche non statali – acquisterà il 20 per cento della Ucbh, capogruppo della banca Usa United Commercial Bank, specializzata nel servizio alla comunità cinese negli Stati Uniti e alle imprese americane che investono in Cina. Si tratta della prima acquisizione di una banca americana da parte di una cinese. Da ultimo, Ping An Insurance acquisisce il 4,2 per cento di Fortis.
Sembra solo l’inizio della partita: la loro crescente capitalizzazione, mentre quella delle banche occidentali soffre la crisi subprime, e l’ampia disponibilità di riserve ufficiali suggerisce che le banche cinesi guarderanno ancora con attenzione a M&A all’estero.

PREVISIONI SBAGLIATE

È utile ricordare che Joseph Stiglitz pubblicò nel 2002 un libro (1) in cui polemizzava con l’Fmi per il ruolo, a suo avviso destabilizzante, giocato negli anni Novanta. Tra l’altro, Stiglitz accusava l’Fmi di aver sbagliato con la dottrina della terapia shock per la transizione al mercato delle economie ex comuniste: i successi del gradualismo cinese erano contrapposti all’insuccesso russo. In uno scambio assai poco accademico con Stiglitz, l’allora capo economista Fmi, Kenneth Rogoff, disse che era solo questione di tempo, il sistema bancario cinese sarebbe imploso sotto il peso degli Npl (Non performing loan), trascinando con sé l’economia nazionale.
Il sistema bancario cinese era dominato da quattro elefantiache State Owned Commercial Banks (Socb): Icbc, Bank of China, China Construction Bank e Agricultural Bank of China (Abc). La più piccola , Abc, contava 300mila dipendenti, la più grande, Icbc, 500mila. Il problema chiave per le Socb era – e in parte è ancora – che la loro governance le induceva a prestare a condizioni vantaggiose alle State Owned Enterprises (Soe), che macinavano perdite, generando, secondo una rilevazione della People’s Bank of China, circa il 60 per cento degli Npl delle Socb. Perciò, gli esperti additavano il sistema bancario come il tallone d’Achille della Cina. Non solo era poco efficiente e sofisticato (il net interest income è l’87 per cento del reddito totale e l’approdo a Basilea 2 lontano) ma ancora nel 2002, l’Fmi stimava Npl bancari prossimi al 50 per cento del Pil cinese.
A distanza di un lustro, le cose sono andate diversamente da quanto, peraltro non isolati, prevedevano Rogoff e l’Fmi.

QUALCOSA È CAMBIATO

Che dire ora? La crescente propensione agli Ide delle banche cinesi è un’evoluzione stupefacente, laddove i paesi emergenti hanno, sinora, giocato un ruolo solo passivo.
Cosa è cambiato nel sistema bancario cinese per spingerlo a livelli di produttività tali da sopportare i costi di un’espansione internazionale? È cambiata radicalmente la strategia di ristrutturazione del sistema bancario seguita dal governo.
Passaggio cruciale è stato l’adesione allaWto nel 2001, con l’impegno ad aprire il settore bancario alla concorrenza straniera a fine 2006. Ciò ha imposto di operare affinché il sistema bancario cinese fosse sufficientemente competitivo per evitare una migrazione di depositi e prestiti verso gli intermediari esteri.
Dal 2003, la strategia di ristrutturazione è passata dal curare gli effetti dell’inefficienza (vendita Npl e ricapitalizzazione) all’intervento sulle cause (governance, procedure di risk management e rapporto incestuoso Socb-Soe).
I principali passaggi sono stati: i) trasferimento vigilanza bancaria dalla People Bank of China alla China Banking Regulatory Commission, ii) scelta di trasformare le Socb in corporation e prepararle alla quotazione, vincolando un’ultima ricapitalizzazione alla riduzione degli Npl a livelli “occidentali”, iii) favorire il consolidamento delle Soe concentrandosi solo sulle principali, riducendo così le pressioni sulle banche (la creazione della State-owned Assets Supervision and Administration Commission, Sasac era strumentale a tal fine); iv) varie misure di modernizzazione bancaria (autorizzazione all’emissione di obbligazioni bancarie subordinate e ibride, rimozione del trattamento preferenziale delle maggiori Soe nel calcolare l’assorbimento di capitale, istituzione di un credit registry per imprese e individui e, infine, legge fallimentare).
Inoltre, alla pressione concorrenziale ha giovato l’accesso di molte banche straniere e il dinamismo della banche di secondo livello (Joint Stock Commercial Banks e City Commercial Banks). Infine, dopo tanti anni di distruzione di capitale, crescita economica, aumento dei profitti e ricapitalizzazioni hanno dato alle banche cinesi il free capital necessario per gli Ide.
Tutto bene per le banche cinesi? No, se l’improvvisa espansione internazionale distogliesse l’attenzione dal completamento della ristrutturazione bancaria domestica che richiede meccanismi di origination e risk management molto più sofisticati: sebbene gli Npl siano diminuiti, fra il 2003 e il 2006, dal 20,4 al 7,2 per cento, non è ancora detto che lo stato di salute dei bilanci bancari cinesi sia tranquillizzante. Tuttora molti analisti dubitano della veridicità dei dati e della bontà del risanamento.
In ogni caso, la realtà è più articolata di quanto si pensasse cinque anni fa. Anche perché, come capirebbe pure un bambino, un’economia che cresce a lungo ai ritmi cinesi avrà degli squilibri ma ha anche grandi capacità di compensazione e dunque, in fin dei conti, non stupisce più di tanto che, come le imprese industriali, anche le banche inizino ad acquisire quella statura internazionale che le dimensioni dell’economia cinese loro consente.
La speranza, per la stabilità finanziaria globale, è che non sia la tempistica a essere eccessivamente affrettata.

PER SAPERNE DI PIÙ

Chiarlone, S. e A. Amighini (2007), L’Economia della Cina. Dalla pianificazione al mercato, Carocci, Roma.
Chiarlone, S. e G. Ferri (2008): “Future evolution of the Chinese banking system”, in Bongini, P., Chiarlone, S. e G. Ferri (eds.), Emerging Banking Systems, Palgrave McMillan, London, forthcoming.

* Le opinioni espresse sono solo degli autori e non riflettono le visioni degli istituti di appartenenza.

(1) J, Stiglitz Globalization and Its Discontents, W.W. Norton & Co., New York – London.

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LE ICT NON FUNZIONANO SENZA CAPITALE ORGANIZZATIVO

  1. Fabio Vanorio

    Il rilevante quadro esposto consente di aprire un importante dibattito, inusuale per un Paese “piccolo” come l’Italia. A mio parere, è stata importante l’influenza di alcuni avvenimenti post-rivalutazione dello Yuan. Ad esempio, l’atteggiamento passivo del FMI nei confronti dell’eccessiva lentezza nella transizione monetaria adottata da Pechino che ha acuito le tensioni tra Washington (preoccupata per l’enorme ammontare di US Treasury detenuti da Pechino) e la Cina. Squilibri eccessivi delle partite correnti richiamano variazioni nei tassi di cambio reale come elemento necessario (sebbene non sufficiente) per un aggiustamento. Cosa che in Cina dal luglio 2005 non si è verificata. Oggi l‘inversione del ciclo monetario ha ridotto i tassi negli USA e li ha aumentati in Cina, con Pechino che sta attuando restrizioni sul credito per contenere l’inflazione e l’eccessiva espansione di alcuni settori dell’economia interna. Le perdite sono diventate un problema politico per Pechino e ciò ha indotto ad avviare una diversificazione delle proprie riserve in valuta estera mediante il “China Investment Corporation”. Ma la tempistica, a mio parere, si è già rivelata sbagliata.

    • La redazione

      Mentre alcune delle argomentazioni precedenti non sono da scartare interamente, ci sembra azzardato individuare nell’esigenza di diversificazione valutaria la determinante della strategia go global impressa dal governo cinese a grandi imprese e banche. Ad esempio, l’acquisizione della principale banca del Sud Africa si spiega con la generale strategia di attenzione verso il continente dimenticato che la Cina ha messo su pezzo per pezzo nel giro degli ultimi anni. Ovviamente, controllare la principale banca di quel continente può essere molto utile per complementare le strategie commerciali e di penetrazione con IDE. Allo stesso modo, sono molte le operazioni condotte negli USA. Lenovo-IBM, in primis; ma anche le operazioni finalizzate all’accesso al mercato statunitense da parte di alcune selezionate banche cinesi.

  2. bellavita

    Ma se l’incidenza dei NPL è del 7,2%, a che tasso prestano le banche cinesi? O c’è qualcuno che assorbe i NPL e ne riduce il costo?

    • La redazione

      Non abbiamo dati per dire quali siano i tassi sui prestiti praticati dalle banche cinesi dato che sono stati liberalizzati dall’ottobre del 2004. Però possiamo ricordare che le banche statali hanno beneficiato di varie e ingenti ricapitalizzazioni almeno fino al 2005 e hanno venduto ampie quantità di prestiti non esigibili ad asset management companies statali.

  3. Fabio Vanorio

    Ho assunto come esempio la politica di asset management (mi sembra azzardato limitare l’uso di un SWF alla diversificazione valutaria), per esprimere un parere sul “fine tuning” cinese. Ma è ovvio (a chiunque segua la materia) che lo sforzo di liberalizzazione cinese sia nella politica “Zou chuqu” (“va oltreoceano”) che agevola l’investimento all’estero delle imprese sia di proprietà dello Stato, sia private. Sia l’acquisto citato della Divisione Personal Computer della IBM da parte di Lenovo, di PetroKazakhstan da parte della China National Petroleum, di un’acciaieria in Brasile da parte della Shanghai Baosteel, del 9,3% di Blackstone da parte dela China Investment Corporation (e mille altri esempi ancora) dimostrano chiaramente che le aziende cinesi vanno all’estero per garantirsi fonti energetiche, per acquistare marchi e tecnologie o semplicemente conoscenza. Nel caso di Blackstone o del private equity statunitense JC Flowers, per esempio, l’obiettivo (chiaro alla gran parte degli analisti finanziari) è l’acquisizione di “conoscenza utile” allo sviluppo di una propria industria del private equity. In ogni caso il senso del mio intervento non era questo. Vi ringrazio.

  4. mlv

    Nel titolo racchiudo il mio dubbio. In sostanza ritengo che fino a che un ‘economia è lasciata libera di agire nel mercato globale con regole di non mercato la lotta commerciale e di contrasto all’espansione finanziaria è impari. Credo che nell’era moderna sia la prima volta che coesistono due diversi tipi di economie. Una che si basa su solide regole del mercato e del rispetto dei diritti soggettivi e un’altra che si basa su un sistema economico e di diritti di semi – libertà. L’espansione della Cina sugli interessi africani è palese e ritengo anche che sia l’unica oggi possibile senza provocare eccessive tensioni internazionali. Il punto, per me, deve essere risolto a livello internazionale. Ritengo che bisognerebbe imporre alla Cina il rispetto della reciprocità ossia imporre alla Cina l’importazione di quote di prodotti dal mercato occidentale oltre che una nuova ridefinizione dei rapporti valutari mondiali.

  5. Giuliano Ferrari

    Quando si parla di Cina spesso si dimentica che ciò che cerchiamo di analizzare è una nuova specie: un riassemblato Frankestein di quasi un miliardo e mezzo di persone gestito da una oligarchia che si richiama a forme di potere che non riusciamo più a catalogare. Comunismo, fascismo e capitalismo richiamano protocolli oramai obsoleti per questa nuova realtà che riassume in sè forse il peggio delle grandi ideologie di sistema che ci hanno guidato negli ultimi centocinquantanni. Ed è per noi deleterio volere usare parametri che non si confanno a tale complessità, siano essi citati nella manualistica di tecnica bancaria o nella storia delle dottrine politiche. La Cina è nella Wto ma è anche uno dei cinque con potere di veto all’ Onu, conosce la legiferazione internazionale ma sa anche di possedere grosse quote dei titoli emessi dal Tesoro di molti Stati, non deve rendere conto a nessun organo sovranazionale se dà aiuti di Stato con partite di giro interne e se anche dovesse formalizzare dei dati è facile presumere che la verifica di questi sarebbe pressochè impossibile. O pensiamo che basti fare una visura camerale?

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