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  1. Giuliano Ferrari Rispondi

    Quando si parla di Cina spesso si dimentica che ciò che cerchiamo di analizzare è una nuova specie: un riassemblato Frankestein di quasi un miliardo e mezzo di persone gestito da una oligarchia che si richiama a forme di potere che non riusciamo più a catalogare. Comunismo, fascismo e capitalismo richiamano protocolli oramai obsoleti per questa nuova realtà che riassume in sè forse il peggio delle grandi ideologie di sistema che ci hanno guidato negli ultimi centocinquantanni. Ed è per noi deleterio volere usare parametri che non si confanno a tale complessità, siano essi citati nella manualistica di tecnica bancaria o nella storia delle dottrine politiche. La Cina è nella Wto ma è anche uno dei cinque con potere di veto all' Onu, conosce la legiferazione internazionale ma sa anche di possedere grosse quote dei titoli emessi dal Tesoro di molti Stati, non deve rendere conto a nessun organo sovranazionale se dà aiuti di Stato con partite di giro interne e se anche dovesse formalizzare dei dati è facile presumere che la verifica di questi sarebbe pressochè impossibile. O pensiamo che basti fare una visura camerale?

  2. mlv Rispondi

    Nel titolo racchiudo il mio dubbio. In sostanza ritengo che fino a che un 'economia è lasciata libera di agire nel mercato globale con regole di non mercato la lotta commerciale e di contrasto all'espansione finanziaria è impari. Credo che nell'era moderna sia la prima volta che coesistono due diversi tipi di economie. Una che si basa su solide regole del mercato e del rispetto dei diritti soggettivi e un'altra che si basa su un sistema economico e di diritti di semi - libertà. L'espansione della Cina sugli interessi africani è palese e ritengo anche che sia l'unica oggi possibile senza provocare eccessive tensioni internazionali. Il punto, per me, deve essere risolto a livello internazionale. Ritengo che bisognerebbe imporre alla Cina il rispetto della reciprocità ossia imporre alla Cina l'importazione di quote di prodotti dal mercato occidentale oltre che una nuova ridefinizione dei rapporti valutari mondiali.

  3. Fabio Vanorio Rispondi

    Ho assunto come esempio la politica di asset management (mi sembra azzardato limitare l’uso di un SWF alla diversificazione valutaria), per esprimere un parere sul “fine tuning” cinese. Ma è ovvio (a chiunque segua la materia) che lo sforzo di liberalizzazione cinese sia nella politica “Zou chuqu” (“va oltreoceano”) che agevola l’investimento all’estero delle imprese sia di proprietà dello Stato, sia private. Sia l’acquisto citato della Divisione Personal Computer della IBM da parte di Lenovo, di PetroKazakhstan da parte della China National Petroleum, di un’acciaieria in Brasile da parte della Shanghai Baosteel, del 9,3% di Blackstone da parte dela China Investment Corporation (e mille altri esempi ancora) dimostrano chiaramente che le aziende cinesi vanno all’estero per garantirsi fonti energetiche, per acquistare marchi e tecnologie o semplicemente conoscenza. Nel caso di Blackstone o del private equity statunitense JC Flowers, per esempio, l’obiettivo (chiaro alla gran parte degli analisti finanziari) è l’acquisizione di “conoscenza utile” allo sviluppo di una propria industria del private equity. In ogni caso il senso del mio intervento non era questo. Vi ringrazio.

  4. bellavita Rispondi

    Ma se l'incidenza dei NPL è del 7,2%, a che tasso prestano le banche cinesi? O c'è qualcuno che assorbe i NPL e ne riduce il costo?

    • La redazione Rispondi

      Non abbiamo dati per dire quali siano i tassi sui prestiti praticati dalle banche cinesi dato che sono stati liberalizzati dall'ottobre del 2004. Però possiamo ricordare che le banche statali hanno beneficiato di varie e ingenti ricapitalizzazioni almeno fino al 2005 e hanno venduto ampie quantità di prestiti non esigibili ad asset management companies statali.

  5. Fabio Vanorio Rispondi
    Il rilevante quadro esposto consente di aprire un importante dibattito, inusuale per un Paese "piccolo" come l'Italia. A mio parere, è stata importante l'influenza di alcuni avvenimenti post-rivalutazione dello Yuan. Ad esempio, l'atteggiamento passivo del FMI nei confronti dell’eccessiva lentezza nella transizione monetaria adottata da Pechino che ha acuito le tensioni tra Washington (preoccupata per l’enorme ammontare di US Treasury detenuti da Pechino) e la Cina. Squilibri eccessivi delle partite correnti richiamano variazioni nei tassi di cambio reale come elemento necessario (sebbene non sufficiente) per un aggiustamento. Cosa che in Cina dal luglio 2005 non si è verificata. Oggi l‘inversione del ciclo monetario ha ridotto i tassi negli USA e li ha aumentati in Cina, con Pechino che sta attuando restrizioni sul credito per contenere l’inflazione e l’eccessiva espansione di alcuni settori dell’economia interna. Le perdite sono diventate un problema politico per Pechino e ciò ha indotto ad avviare una diversificazione delle proprie riserve in valuta estera mediante il “China Investment Corporation”. Ma la tempistica, a mio parere, si è già rivelata sbagliata.
    • La redazione Rispondi

      Mentre alcune delle argomentazioni precedenti non sono da scartare interamente, ci sembra azzardato individuare nell'esigenza di diversificazione valutaria la determinante della strategia go global impressa dal governo cinese a grandi imprese e banche. Ad esempio, l'acquisizione della principale banca del Sud Africa si spiega con la generale strategia di attenzione verso il continente dimenticato che la Cina ha messo su pezzo per pezzo nel giro degli ultimi anni. Ovviamente, controllare la principale banca di quel continente può essere molto utile per complementare le strategie commerciali e di penetrazione con IDE. Allo stesso modo, sono molte le operazioni condotte negli USA. Lenovo-IBM, in primis; ma anche le operazioni finalizzate all'accesso al mercato statunitense da parte di alcune selezionate banche cinesi.