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  1. Fabrizio Francescone Rispondi

    Credo di aver letto con attenzione, come sempre, l'intervento del Prof. Ichino, e mi sembra che non venga detto che oggi la contrattazione nel pubblico impiego è duplice: quadriennale per la parte giuridica e biennale per il rinnovo economico. Triennalizzare la contrattazione, quindi, risponde innanzitutto alla necessità di risolvere questa duplicazione, con gli interminabili accavallamenti che ne derivano. Appartengo alla categoria dei lavoratori delle Agenzie Fiscali. Abbiamo appena rinnovato il quadriennio giuridico 2006/2009 ed il biennio economico 2006/2007 (sic) che già dovremmo rinnovare il biennio economico 2008/2009. Per questo anche il sindacato spinge per la triennalizzazione. Inoltre ormai il CCNL del pubblico impiego è importante, ma giustamente i lavoratori devono mirare ad avere migliori riconoscimenti dal contratto di secondo livello, che soprattutto nelle Agenzie Fiscali (e soprattutto alle Entrate) può riconoscere le ottime performances di produttività che i lavoratori hanno ottenuto nella lotta all'evasione. Una domanda al prof. Ichino: ma a cosa serve l'Aran? Secondo me a ben poco e oggi potremmo considerarlo quasi un ente inutile.

  2. Pietro Giandonato Rispondi

    ...che siamo italiani. E come tali molto spesso avvezzi ad approfittare delle situazioni a noi favorevoli. Il militari che vanno in pensione col massimo grazie agli "scivolamenti" e hanno anche il coraggio di gestire un'attività commerciale (sic!) vengono visti dagli altri come gente in gamba. Esattamente come nel mio mondo, quello degli insegnanti, un avvocato, un ingegnere, un professionista, considera nè più nè meno come hobby proprio l'insegnamento, spesso sacrificandone la qualità a scapito degli interessi della professione, che prevalgono quasi sempre. Anch'io faccio professione "extra moenia", ma considero un dovere morale dare ai miei studenti il massimo in aula e non solo, e vado fiero dei risultati che ottengo, di rispetto reciproco innanzitutto, ma anche di rendimento. Perciò, come dipendente pubblico non mi sento offeso da epiteti come "nullafacente" o peggio "imboscato", perchè se il sentire comune della gente è questo, un motivo di verità ci sarà. Non siamo tutti uguali, certo, ma è proprio questo che bisogna dimostrare. E riconoscere e accettare la necessità di meritocrazia nella PA mi sembra il miglior modo di farlo.

  3. gilda pisani Rispondi
    E' chiaro che bisogna evitare le generalizzazioni e la demagogia: sono moltissimi gli statali che lavorano con professionalità e dedizione, e sono le prime vittime di una contrattazione che non riesce (e forse non riuscirà mai) a discriminare tra chi lavora bene e chi no o non lavora affatto. Ma, per favore, non solleviamo sempre il facile scudo della demagogia per evitare di parlare di un problema che è anzitutto etico, e che rappresenta una delle più gravi ingiustizie italiane: i dipendenti pubblici sono troppi, mal distribuiti, beneficiati in molti casi di assurdi privilegi, molto più garantiti, anche oggi, rispetto ai dipendenti privati. Ci dimentichiamo, ma è solo un piccolo esempio, che stiamo ancora pagando il conto dei baby pensionati di 20 anni fa? Purtroppo questo argomento o è terreno di conquista di un becero populismo oppure è oggetto di analisi esclusivamente economiche o giuslavoristiche. Ma per convenienza elettorale nessuno dice con onestà e pacatezza semplici verità che sono sotto gli occhi di tutti. E senza presupposto etico le analisi anche più raffinate lasciano il tempo che trovano.
    • La redazione Rispondi

      Il sottotitolo del mio libro "I nullafacenti" (ora in edizione economica Oscar Bestsellers Mondadori) dice proprio questo: "Perché e come reagire alla più grave ingiustizia della nostra amministrazione pubblica". (p.i.)

  4. luca Rispondi
    Sono un pubblico dipendente, e da più di 2 anni ormai sono anche io senza contratto. L'Agenzia delle Entrate, dove lavoro e con me circa 75.000 persone dipendenti delle agenzie fiscali, ha contribuito in questi anni alla nascita e all'incremento di quel "tesoretto fiscale" di cui tutti da tempo manifestano positivo interesse. Negli anni sono aumentati compiti, mansioni, obiettivi, normative da studiare (quasi ogni giorno), responsabilità. Di aumenti salariali se ne parla molto, come anche di durata dei contratti che sarà di tre anni, e non più di due, è stato sottoscritto anche un accordo ormai quasi un anno fa, ma di soldi ancora niente, neanche nella busta paga di gennaio 2008, nonostante gli impegni. In questa situazione parlare delle cose che dice Ichino magari va di moda, ma sembra decisamente fuori luogo, quantomeno prematuro prima di affrontare la questione dei contratti, attesi da milioni di persone. distinti saluti luca
  5. Cosmo Damato Rispondi
    Forse un pò di fantasia non guasterebbe nel trattare il tema del lavoro pubblico. Appare al limite della banalità, oltre che della volgarità, discutere dei dipendenti pubblici come degli "scansafatiche". Pochi cenni della mia esperienza personale. L'Agenzia delle Entrate, ente in cui lavoro, funziona sulla base di una convezione nazionale che stipula con il Ministero dell'Economia annualmente. Nell'atto sono indicati gli obiettivi da raggiungere, che a cascata sono ripartiti su tutti gli uffici della struttura (dalla Dir. Centrale, alle Dir. Regionali, agli Uffici Locali). Quindi ogni ufficio dell'Agenzia è tenuto a raggiungere gli obiettivi indicati. Il loro raggiungimento fa scattare un premio di produttività. Aggiungo che normalmemente gli obiettivi sono raggiunti. Nonostante questo, la retribuzione di un funzionario dell'Agenzia si attesta (premio compreso) sui 27-28 mila euro lordi. E parlo di gente "titolata" che, spesso, fa un lavoro altamente complesso. Ad esempio nel mio caso, svolgo verifiche fiscali di soggetti medio grandi, sono laureato, abilitato alla professione forense e ho un Master Universitario di II livello in diritto tributario.
    • La redazione Rispondi

      Promuovere la cultura della misurazione e della valutazione nelle Amministrazioni pubbliche serve proprio perché sia possibile distinguere le strutture e le persone che meritano di più da quelle che meritano di meno.
      Oggi nel settore pubblico, salve poche eccezioni, questa capacità di distinguere manca; e mancano conseguentemente gli incentivi a fare di più e meglio. Il miglioramento del trattamento e del prestigio degli impiegati pubblici passa necessariamente dalla correzione di questo difetto. (p.i.)

  6. Gilda Pisani Rispondi

    Ottime le analisi di Ichino. Ma mi piacerebbe che 'lavoce' , di fronte a problemi come quello degli statali, non si fermasse a sia pur sofisticate considerazioni tecniche. La pletora di impiegati statali in Italia crea anzitutto un problema morale. Ho un conoscente, sottufficiale dell'esercito, che è andato in pensione con il massimo a 52 anni. Per sua stessa ammissione in tutti questi 35 anni ha lavorato pochissimo, tanto che a latere ha avuto il tempo di gestire un esercizio commerciale dagli orari anche impegnativi. E non è affatto un caso isolato. C'è una parte consistente del paese che vive alle spalle dell'altra, ma nessuno lo dice e i sindacati meno che meno.