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MA IL DATO NON VA ESTORTO

La Corte dei conti contesta all’Istat di non aver mai applicato una norma che prevede multe per chi non risponde ai suoi questionari. Ma si tratta di una disposizione gravemente intrusiva della privacy. Non solo: non contribuisce a ottenere dai cittadini risposte attendibili, minando la qualità delle indagini. Oltretutto la sua applicazione costerebbe all’Istituto o all’erario circa 10 milioni di euro l’anno. Bene ha fatto il governo a intervenire con un decreto che ha anche effetti retroattivi. E che ora deve essere convertito in legge.

Fino a pochi giorni fa, in base agli articoli 7 e 11 del decreto legislativo 322/1989, chi non rispondeva ai questionari Istat era passibile di una multa che andava da un minimo di 200 a un massimo di 2.000 euro se soggetto privato e fino a 5.164 se aziende,  indipendentemente dalle circostanze e dalle motivazioni del rifiuto. L’Istat, seguendo il codice deontologico di altri istituti statistici nazionali, non ha mai messo in pratica la norma: la considerava di fatto non solo lesiva della privacy e della libertà dei cittadini, ma anche controproducente ai fini della raccolta di dati attendibili e di buona qualità. Ora,  nei quotidiani leggiamo che la Corte dei conti si è improvvisamente accorta di questa prassi e ha contestato all’Istat un danno erariale di ingenti proporzioni.

INTERVIENE IL GOVERNO

Con un articolo del cosiddetto decreto “mille proroghe”, il decreto legge 248 del 2007, il governo ha modificato in senso restrittivo l’applicazione della sanzione per inadempienza, limitandola ai casi estremi di rifiuto formale a collaborare, riservandosi di modificare la norma stessa per il futuro. Tale limitazione vale anche retroattivamente. Nel Dl 248 si legge che “fino al 31 dicembre 2008 ai fini delle sanzioni amministrative previste e con riguardo alle rilevazioni svolte anche anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto , è considerato violazione dell’obbligo di risposta esclusivamente il formale rifiuto di fornire i dati richiesti”.

DATI DI QUALITÀ

Due aspetti di questa vicenda ci paiono molto importanti. Da un lato, la norma che prevede una sanzione pecuniaria per chi non risponde appare gravemente intrusiva della privacy. Secondo l’articolo 322, di fatto la raccolta delle informazioni avverrebbe attraverso meccanismi di “estorsione” delle risposte in modo indiscriminato, anche in caso di malattia, handicap, povertà, problemi linguistici, sensibilità di varia natura.
Ma a che cosa può servire una minaccia di sanzione? Di certo, non contribuisce a far rispondere i cittadini in modo attendibile alle indagini. Piuttosto, rischia di riflettersi negativamente sulla qualità stessa dell’indagine: un intervistato obbligato a rispondere lo fa in modo affrettato e a volte ostile. Oltre a considerazioni sulla qualità dell’informazione statistica, esiste anche un problema di costi e fattibilità dell’applicazione della procedura sanzionatoria.
Dall’altro lato, ci si deve chiedere a quali costi, per se stessa o per l’erario, l’Istat avrebbe potuto mettere in piedi una macchina così complicata di controlli e burocrazie a vario livello e che da sola avrebbe rimangiato gran parte degli introiti derivanti dalle multe. Secondo le stime dell’Istituto, l’operazione costerebbe intorno ai 10 milioni di euro l’anno, mentre i confronti con altri paesi mostrano che laddove le sanzioni sono state applicate, i costi sono stati uguali o superiori ai ricavi.
L’Istat, come gli altri enti nazionali, ha seguito da sempre una strategia basata sulla collaborazione degli intervistati e in questo modo ha ottenuto livelli di qualità spesso più alti di altri paesi. Lo testimonia la sua inclusione tra gli otto istituti nazionali di statistica europei chiamati a far parte del gruppo leader sulla qualità, incaricato di formulare raccomandazioni vincolanti per il miglioramento della qualità dell’informazione statistica europea. Non a caso, le più importanti società accademiche che utilizzano sistematicamente i dati statistici nel proprio lavoro – la Società italiana di statistica , il Gruppo di coordinamento per la demografia, l’Associazione italiana di sociologia, la Società italiana degli economisti – si sono in questi giorni espresse a favore delle modifiche introdotte dal decreto governativo sia per il futuro che nel suo aspetto retroattivo.

RISPETTO PER LA PRIVACY

Nei paesi dove la questione della privacy è molto sentita, come gli Stati Uniti, la Germania e l’Olanda, il trade off tra privacy e qualità dell’informazione è stata analizzata in vari studi. (1)
Per esempio, in Germania l’avvio del censimento 1984 era stato posposto per il rischio di un alto numero di mancate risposte. Di fronte a tale episodio la Corte costituzionale aveva stabilito che i cittadini potessero rifiutare di rispondere ad alcune domande. Episodi per certi versi analoghi sono avvenuti in Olanda, Nuova Zelanda e Canada. (2)
Recenti studi attitudinali esplorano quali aspetti della procedura di raccolta dei dati sono considerati intrusivi e come questi interagiscono con quanto invece i cittadini comprendono dell’importanza dell’informazione statistica. Scienziati cognitivi ed esperti nel disegno dei questionari indagano il trade off tra rispetto del diritto al rifiuto di rispondere dell’intervistato e l’esigenza di numerosità e rappresentatività campionaria e qualità dei dati. (3) Nella maggior parte degli altri paesi europei e negli Stati Uniti, è anche da tempo diffusa la pratica da parte degli istituti statistici di “incentivare” gli intervistati a rispondere (retribuendo in certi casi il loro tempo), soprattutto quando i questionari sono lunghi e complessi o si tratta di dati di tipo longitudinale, in modo da garantire la buona qualità e continuità delle risposte.
Mentre si approfondiscono questi importanti argomenti per la privacy, l’informazione e la democrazia, pare essenziale che l’articolo 248 del decreto “mille proroghe” sia convertito in legge: perché cosi com’è la legge è iniqua nei confronti dei cittadini. Pare inoltre rilevante che sia mantenuta nell’articolo anche la parte relativa al passato, perché sarebbe paradossale se pagassero quei dirigenti che hanno creduto di più nella necessità di motivare e sensibilizzare i rispondenti nel rispetto della privacy piuttosto che nel potere taumaturgico della sanzione.

(1) Prewitt K. “What if we give a Census and No One Comes?” Science6/4/2004 vol. 304 Issue 5676.
(2) Per il caso della Germania si veda www.epic.org/privacy/census;www.priv e per il caso dell’Olanda www.ccsr.ac.uk/conference/VanderLaanpap.doc
(3) Mayer T. S. “Privacy and Confidentiality Research and the US Census Bureau” Survey Methodology 2002-01 Census Bureau 2002 www.census .gov./srd/papers/pdf/rsm2002-01.pdf

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L’ACCORDO CHE NULLA CAMBIA*

  1. mirco

    Per evitare la multa basta rispondere al contrario di come la si pensa.Tanto anche sul tasso di inflazione calcolato in questi anni di euro mica ci ha azzeccato l’istat……..I politici sono ormai non più credibili ma anche i giuristi gli economisti e gli statistici mica scherzano

  2. Marco Di Marco (*)

    In tutti i paesi democratici, lo stato raccoglie informazioni senza ricorrere a metodi coercitivi. La ragione ‘tecnica’ è ovvia: i dati estorti sotto minaccia di sanzione sono meno affidabili. Fino alla fine del 2007, l’Istat è stato quindi costretto a seguire, da un lato, le migliori pratiche professionali (che sconsigliano la minaccia di multe) e, dall’altro, ad informare gli intervistati dell’obbligo di legge e delle relative sanzioni, che scattavano qualunque fosse il motivo della mancata risposta. Alle perplessità tecniche si aggiungevano i dubbi etici. E giusto multare una famiglia colpita da un lutto recente perché non risponde all’indagine dell’Istat? La nuova normativa, quindi, riconosce l’erroneità della precedente per quanto riguarda i criteri di raccolta efficiente delle informazioni statistiche. Per questo motivo, è eticamente improponibile l’applicazione delle vecchie sanzioni. E’ profondamente incoerente applicare le sanzioni previste da una normativa superata proprio perché si era rivelata scientificamente insostenibile ed inopportuna.

    (*) Il commento riflette esclusivamente le mie opinioni personali

  3. ciro daniele

    Ecco un altro capolavoro del sistema giuridico italiano che, per fortuna, questa volta è stato disinnescato in tempo dal governo. La Corte dei Conti è stata costretta (su forti sollecitazioni esterne) a giudicare sul possibile danno erariale provocato dall’Istat per non aver applicato una norma assurda e controproducente e, come al solito, si è limitata a tenere conto solo degli effetti "diretti" di questa possibile omissione, senza tener conto minimamente delle ricadute indirette. Per esempio, non si è preoccupata neanche di valutare il fatto che l’omissione dell’Istat ha permesso allo stato di risparmiare una cifra colossale, che sarebbe stata necessaria per notificare, accertare e incassare effettivamente le sanzioni per i non rispondenti. La Corte non ha neanche tenuto conto che non c’è mai stato un giudizio favorevole all’Istat nei rarissimi casi in cui la procedura di infrazione è stata effettivamente intrapresa, perchè la legge, qualche avvocato perspicace e qualche giudice dotato di buon senso hanno di fatto vanificato la norma.

  4. Carlo Tasciotti -Statistico

    Il problema non è tanto l’ammenda, ma la conoscenza dei fatti. Se il dato non è vero, ma verosimile, allora è falso. E su dati non certi e certificati non si può costruire la conoscenza della nostra società civile. Nei Paesi alglosassoni si dice: "no statistics no policy" e sulla base delle informazioni statistiche si fondano molte decisioni:da noi si suppone e non si fa uso operativo delle statistiche. Molte "statistiche" non sono esaustive, come quelle basata sul "costo della vita" che vengono rilevate solo su 87 città capoluoghi di provincia e non su tutti, mentre il CNEL dice che le città dovrebbero essere 316, in base a disposizioni dell’Unione Europea. Molte serie statistiche sono carenti di dati per omessa risposta non dei cittadini, ma di enti pubblici, che sono 10 mila e che dovrebbero avere un loro ufficio di statistica in base al detto decreto legislativo n. 322/1989, sia per la rilevazione di dati interni che quelli esterni. Il Parlamento farebbe meglio a riformare e professionalizzare il Sistema Statistico Nazionale – SISTAN e il Governo a fare rendere trasparenti gli atti e fatti negli enti pubblici, mediante loro specifiche statistiche certificate.

  5. Daniel

    Salve, sono consapevole che questo articolo ha ormai più di 10 anni, ma il tema è ancora di attualità e Google propone questo contributo tra i primi risultati di ricerca.
    Il Governo allora intervenne per bloccare il tentativo estorsivo della Corte dei Conti (di far cassa ai danni dell’Istituto, che si sarebbe rifatto su cittadini/aziende), ma nessun esecutivo intervenne poi sulla norma antidemocratica, vessatoria e coercitiva dell’obbligo di risposta, alla base di questa pratica sanzionatoria assurda.
    Da alcuni anni sto portando avanti una personale battaglia per veder abrogato (o quanto meno rivisto) l’infausto art. 7 (e 11) del D.Lgs n. 322/1989 e successive modificazioni (ovvero l’obbligo di risposta per Cittadini ed Aziende ad indagini, rilevazioni ed affini ricerche statistiche condotte dall’Istituto Nazionale di Statistica)
    A tale scopo ho anche aperto una raccolta firma su Change.org:
    https://www.change.org/p/rilevazioni-istat-abrogazione-dell-obbligo-di-risposta
    Ad oggi si contano quasi 650 sottoscrizioni.
    Approfitto di questo spazio per darne visibilità.

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