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SALARI PIU’ ALTI? E’ UNA QUESTIONE DI PRODUTTIVITA’

La questione salariale è al centro dell’incontro tra Governo e parti sociali. C’è il rischio che il confronto si risolva con un taglio marginale dell’Irpef. Sarebbe un errore e un’occasione sprecata. Se invece si detassassero, almeno parzialmente, gli incrementi di produttività futuri per i prossimi cinque-otto anni, si innescherebbe un circolo virtuoso per produttività, salari, consumi e investimenti, mentre si ridurrebbe la pressione fiscale e la spesa pubblica.

Oggi si apre il confronto tra il Governo e i sindacati sulla cosiddetta questione salariale. Le aspettative sono molte perché il Presidente del Consiglio Prodi ha promesso che il 2008 sarà l’anno in cui verrà affrontato il problema del potere d’acquisto dei salari, erosi dall’inflazione e dall’aumento delle tasse. L’inflazione sta ormai viaggiando al 3 per cento annuo mentre i salari lordi crescono attorno al 2 per cento.  La pressione fiscale continua ad aumentare, e grava soprattutto su chi è tassato alla fonte. Nonostante le reiterate promesse, da anni il fiscal drag (l’aumento delle aliquote anche a parità di reddito reale, per effetto dell’inflazione) non è stato restituito alle famiglie.  

Vincoli al negoziato

Le proposte al centro del negoziato rimettono in discussione una Finanziaria appena votata dal Parlamento e ignorano i vincoli che si ergono di fronte al negoziato. Che sono di due tipi. Innanzitutto c’è un debito pubblico che è stato sin qui solo scalfito dal (pur forte) incremento delle entrate registrato negli ultimi due anni, dato che l’extragettito è stato sin qui principalmente utilizzato per aumentare le spese. Parlare in presenza di questo debito pubblico di sempre nuovi tesoretti è quanto meno anacronistico. Inoltre la produttività del lavoro nell’ultimo anno, come pure nei 6 anni precedenti, è diminuita in Italia, contrariamente a quanto avveniva altrove in Europa, a partire da Francia e Germania. Il divario nel costo del lavoro per unità di prodotto rispetto alla Germania dal 2000 è raddoppiato. Dato la diminuzione della produttività, anche salari che si limitassero a tenere il passo con l’aumento dei prezzi, farebbero aumentare il costo del lavoro per unità di prodotto.
Le parti sociali, che oggi chiedono al Governo di intervenire con la leva fiscale, hanno forti responsabilità nella deludente dinamica di salari e produttività. Da almeno dieci anni si aspetta la riforma della contrattazione. Oggi quasi sette lavoratori su 10 aspettano il rinnovo dei loro contratti, mentre la contrattazione di secondo livello, quella che dovrebbe permettere di legare salari e produttività, coinvolge una quota sempre più piccola di imprese, ormai non più di una su dieci. Sia i ritardi nella conclusione dei contratti sia il fatto che i salari non seguano la crescita della produttività nelle imprese che vanno meglio contribuisce a tenere bassi salari oltre a non incoraggiare gli incrementi di produttività.
Il Governo sembra intenzionato a cedere alle richieste delle parti sociali tagliando l’Irpef in modo marginale. Questo significa non tenere conto della lezione della passata legislatura: modesti tagli alle imposte, soprattutto quando non accompagnati da riduzioni delle spese, non riescono a rilanciare l’economia.  Mentre sicuramente peggiorano i conti pubblici che, con la Finanziaria appena votata dal nostro Parlamento, sono già destinati a peggiorare rispetto a quanto avverrebbe in assenza della manovra.

Una soluzione virtuosa

Vi è un modo per affrontare la questione salariale senza rinunciare al programma di stabilizzazione fiscale e senza aggravare il trend negativo della produttività? Sì, si tratta di detassare parzialmente o totalmente i guadagni di produttività futuri (misurati in termini di crescita del valore aggiunto, al netto dell’inflazione) per un periodo di tempo prestabilito e significativo, noto in anticipo, ad esempio i prossimi cinque-otto anni. Questo darebbe tono alla domanda corrente di beni: i lavoratori anticiperebbero maggiori redditi per il futuro e sarebbero incoraggiati a spendere di più oggi. Le imprese anticiperebbero maggiore domanda e sarebbero incoraggiate ad investire da subito. Si favorirebbe così la ripresa ciclica. Più rilevante ancora è il fatto che la detassazione degli incrementi di reddito incoraggerebbe la produttività. Poichè la detassazione è condizionata agli incrementi di produttività, se ben articolata nei dettagli, potrebbe incentivare le imprese e i lavoratori, ad accrescere l’offerta di lavoro e la produttività. Questo favorirebbe l’inversione del trend negativo della produttività.
Sul fronte dei conti pubblici la detassazione degli incrementi di reddito reale non richiederebbe di reperire risorse addizionali per mantenere inalterato il disavanzo. La detassazione avviene solo se vi sono redditi aggiuntivi su cui applicarla. Quello che però comporta è che quei redditi aggiuntivi siano lasciati a disposizione dei privati. Una detassazione completa dei redditi aggiuntivi mantiene il gettito totale e la spesa pubblica costanti, in termini di potere d’acquisto. Pertanto, in rapporto al PIL, spesa pubblica, gettito fiscale e disavanzo si ridurrebbero progressivamente, tanto più rapidamente quanto più elevata la crescita del reddito e la detassazione. Questo risanerebbe in modo naturale e relativamente indolore i nostri conti pubblici.

Dieci anni sprecati  

Se questa politica fosse stata seguita dal 1996, oggi avremmo una spesa pubblica e  una pressione fiscale più basse fino a 6 punti di Pil rispetto ai livelli attuali.  Quei dieci anni sono trascorsi e non si torna indietro. Ma non è mai troppo tardi. I dieci anni che ci attendono potrebbero essere l’occasione per provare ad aggredire in via definitiva i problemi che l’Italia si trascina.   
Ovviamente una tale politica non solo impegna il governo in carica a seguire questa strategia fino alla fine della legislatura, ma richiede anche la condivisione di questo impegno strategico da parte dell’opposizione. Questo non dovrebbe stupire. La natura dei probblemi e delle compatibilita della nostra economia difficilmente possono essere affrontati e risolti entro l’orizzonte di un singolo governo.  

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LA RISPOSTA AI COMMENTI

30 commenti

  1. mario

    Egregi Signori, ho letto il Vostro articolo e sono d’accordo che un taglio marginale, come sarà, dell’irpef darà un breve e scarso sollievo alle tasche dei lavoratori ed al rilancio dei consumi interni. Se il divario del costo del lavoro per u.p. è raddoppiato rispetto alla Germania dipende dallo scarso valore aggiunto e quindi dall’incapacità delle imprese a fare ricerca ed innovare, e se anche nelle imprese migliori e dove c’è il "secondo livello" di contrattazione i salari sono poco cresciuti è perchè la ridistribuzione non è stata equa. Sicuramente per mie carenze mi sfugge dove stia la virtuosità della soluzione proposta. Per spendere di più oggi i lavoratori devono avere maggiori redditi subito e non mi pare che il sistema delle imprese così com’è strutturato abbia mai avuto propensione ad investire su una scommessa di maggior domanda futura.

  2. FRANCESCO COSTANZO

    La soluzione proposta della detassazione degli incrementi di produttività è a mio modo di vedere un valido incoraggiamento per aumentare la produttività futura. Non mi è chiaro però se, a parere degli autori, essa debba essere una misura sostitutiva della leva fiscale, oppure affiancarsi a questo strumento. Io credo che si possa intervenire moltissimo a livello fiscale, e con effetti molto più immediati, siete d’accordo? Ora si parla molto di abbassare il prelievo sui redditi da lavoro dipendente, ma non dimentichiamo che, se non sbaglio, non è stato fatto nulla per eliminare l’IRAP, nonostante le continue raccomandazioni anche da parte dell’Unione Europea. Se non ricordo male, la base imponibile IRAP non comprende i costi che l’impresa sostiene per il personale, esatto? Questo aumenta il valore aggiunto tassabile e pertanto rende il costo del lavoro ancora più gravoso. Perchè non intervenire anche in questo senso? Mi rendo conto che il vincolo di bilancio dello Stato è gravoso, ma non è altrettanto prioritario ridurre il prelievo fiscale e introdurre seri tagli alla spesa pubblica?

  3. piernatale lasagna

    Si tratta di una proposta molto interessante. Occorrerebbe però stabilire criteri univoci di misurazione degli eventuali incrementi di produttività e la cosa mi pare complicata. Inoltre sulla maggior parte dei lavoratori interessati fa molto più colpo una riduzione irpef.

  4. Gianni

    Mi pare che come sempre quando si parla di aziende si faccia riferimento al settore produttivo ed in particolare alle grandi imprese, dove più è facile definire e contrattare salario legato a parametri di produttività. Mi chiedo, però come si giustificherebbe l’esclusione dai benefici fiscali di tutti quei lavoratori che operano, per esempio nei settori del terziario privato ed in particolare nella media, piccola e piccolissima impresa, dove è nei fatti impraticabile la contrattazione di secondo livello sul salario variabile .

  5. Rosalia Toller

    Concordo nella sostanza con il commento di Mario: il problema è legato ad aspetti redistributivi e alla carenza di investimenti privati e pubblici mirati a ridurre il differenziale di produttività con altri sistemi economici. Innanzitutto non dobbiamo dimenticarci che negli ultimi due decenni la forbice tra salari e profitti, , nonché tra le retribuzioni dei manager e quelle dei dipendenti appartenenti a qualifiche medio-basse, si è ampliata in modo ragguardevole. E’ vero inoltre che gli incentivi alla produttività derivano da una gamma piuttosto complessa di interventi. Possiamo citarne alcuni: oltre a salari un po’ più sopra il livello di sussistenza e a migliori condizioni di lavoro e ai già ricordati maggiori investimenti da patre delle imprese in ricerca e sviluppo, non dimentichiamo che andrebbero riqualificati il sistema scolastico e quello della formazione professionale, che così come vanno strutturandosi oggi, non concorrono certo a migliorare capacità e competenze legate alla produttività. A mio avviso agire prima su queste leve affronterebbe l’emergenza salari e innescherebbe più facilmente un circolo virtuoso fra questi e la produttività.

  6. Riccardo Lodi

    In linea di massima sono concorde rispetto alla detassazione degli incrementi di produttività ma, mi chiedo: stante, per esempio, l’ attuale struttura della pubblica amministrazione dove tutti vengono promossi e tutti ricevono premi, a livello nazionale quanta percentuale applicherebbe seriamente la detassazione di cui sopra?

  7. NICO

    Leggo spesso i vostri articoli che condivido pressoché totalmente. non mi sembra sia stato sufficientemente sottolineato il fatto che l’incremento del fatturato/valore di un’azienda (privata o pubblica che sia) dipende anche dalla "produttività" dei managers. Anche per questi ultimi dovranno essere individuati criteri di valutazione.

  8. Alberto

    Una nota di precisione: l’inflazione non è al 3% in Italia. Il dato tendenziale di dicembre è del 2,6% e quello del 2007 è dell’1,8%. Anche l’inflazione armonizzata Ue ha valori più contenuti: 2,8% a dicembre e 2,0% l’intero 2007. Se gli autori intendevano dire che sta andado verso il 3,0%, non sono comunque d’accordo, non vedo come sia possibile, nonstante l’impennata del greggio, avere tassi d’inflazione stabilmente su quei livelli quando l’euro continui a rafforzarsi e il ciclo sia destinato a rallentare nel 2008.

    • La redazione

      Ha ragione a dire che quella dei prezzi potrebbe essere un impennata destinata a riassorbirsi, anche perche’ la fonte principale e’ legata alla domanda. La nostra non era una previsione sull inflazione futura, ma una caratterizzazione del clima in cui sta avvenendo il confronto fra governo e parti sociali.
      Cordialmente.

  9. hominibus

    Ma perché si debbono tassare i redditi ‘ad capocchiam’ e non si provvede a farlo, opportunamente correlati, insieme al patrimonio, rispettando così la Costituzione? C’é qualcuno che vuole dare una risposta a questo quesito, evitando quella più ovvia che si é fatto sempre così?

  10. massimiliano cese

    Il debito pubblico è una scelta che la politica ha fatto molto tempo fà. Ovvero senza debito pubblico non si possono emettere strumenti finanziari quali bot e cct . Questi strumenti sono acquistati da fondi pensione quale inps che sono abbligati ad agire in maniera prudenziale. Di conseguenza la libertà dei cittadini italiani non esiste perchè il nostro denaro viene gestito dall’inps a favore della macchina politica.
    Come può un imprenditore creare lavoro se non è supportato. In tutto il mondo gli americani investono qui in Italia comprano solo debito pubblico. Andate sul sito della gestione del debito pubblico e potrete vedere che è tutto estero. Ovvero l’italia non è appetibile, gli imprenditori italiani non vengono supportati perchè è troppo costoso e rischioso investire allora comprano debito pubblico. Facile e sicuro.

  11. Giorgio Albini

    L’aumento della produttività rischia di essere abbinata solamente ad un aumento delle ore lavorative procapite senza tenere conto dell’aumento produttivo “efficace” che dovrebbe essere dato da maggiori investimenti da parte delle imprese in strumentazione aggiornata e sviluppo dell’informatizzazione. Anche uno svecchiamento della classe dirigente, che spesso non ha dimestichezza con le risorse tecnologiche di nuova generazione, potrebbe contribuire ad un aumento della produttività. Ad esempio l’utilizzo di teleconferenze via internet eviterebbe lo spostamento giornaliero di una notevole massa di lavoratori per riunioni, conferenze come pure il tele-lavoro. La tecnologia mette a disposizione strumenti capaci di farci comunicare a migliaia di km di distanza nello stesso momento con notevole risparmio di tempo e denaro. Oltre al PIL di uno stato sarebbe utile misurare anche la FIL ( Felicità Interna Lorda) che in questo momento storico manca moltissimo. Ora è il momento di mettere l’uomo al centro degli interessi delle imprese con tutte le potenzialità che esso esprime. Il profitto è solamente un risultato di quanto un impresa si capacwe di riconoscere l’uomo come valore.

  12. giuseppe musolino

    Un nuovo dilemma appassiona l’Italia: detassare gli aumenti previsti dal contratto nazionale o quelli previsti dal contratto integrativo?
    Nessuno cita la contrattazione individuale.
    Qual è l’obiettivo perseguito: dare più soldi al lavoratore o dare più potere ai sindacati?

  13. ferranti

    A mio giudizio, nell’affrontare la questione salariale non si può prescindere da quanto stabilito dalla Costituzione, in particolare agli artt. 36 e 53. Un trattamento fiscale privilegiato per quella parte dei lavoratori che percepisce una quota salariale aggiuntiva a livello aziendale ( o anche individuale ) sarebbe ai limiti della costituzionalità.Eventuali benefici non possono che essere rivolti alla geeralità dei lavoratori.
    Quanto al fatto che i salari italiani sono bassi, credo che la ragione principale vada trovata nell’ingordigia dei datori di lavoro, che fanno sputare sangue ai sindacati per ottenere una manciata di euro di icrementi e poi, spesso, erogani somme consistenti come retribuzione individuale.
    Credo infine che il livello della pressione fiscale e la dimensione della spesa pubblica non possa essere certamente addebitato alle dinamiche salariali; anzi, la riduzione dei salari di fatto negli ultimi hanni ha portato qualche beneficio alle casse dello Stato almeno per effetto della corrispondente riduzione delle pensioni.
    Cordiali saluti.

  14. roberto buonfiglioli

    premesso che il tesoretto e il frutto di una pressione fiscale abnorme e che sarebbe giusto restiuire il maltolto ai lavoratori e pensionati che da soli affrontano per quasi l’80p.c. le entrate dello stato per rilanciare il potere di acquisto, è ora impellente prendere atto che senza una”rottamazione” della politica e dei costi dell’Amministrazione Pubblica non si sana il DEBITO e non si trovano risorse per il rilancio del PAESE.Avete calcolato quanto si potrebbe risparmiare mandando a casa in 10 anni 7/800.000 fannulloni della politica faccendieri e addetti a Enti inutili in piedi solo per raccogliere voti. Forse 70 e più miliardi di euro necessari sia per abbattere il DEBITO COME PER ESSERE REDISTRIBUITI IN IVESTIMENTI E SGRAVIO DI TASSE.GRADITA UNA RISPOSTA

  15. NAZZARENO

    vorrei sottoporre un’osservazione circa il nesso tra salari e produttività. E’ senz’altro vero che deve esistere una correlazione tra salari e produttività ma se osserviamo gli altri paesi vediamo che l’aumento della produttività è dovuta in massima parte agli investimenti in tecnologie e sviluppo di nuovi processi e prodotti.
    Credo che non sia corretto pensare solamente a spremere il lavoratore con ulteriore flessibilità e non puntare il dito nei confronti dei cosiddetti imprenditori che da anni non stanno più investendo sul miglioramento dei processi produttivi. Che dire poi della sicurezza nel posto di lavoro in Italia?, non Vi sembra che somigliamo molto all’India degli anni 80.
    Credo che ora sia urgente un ri-equilibrio e conseguente recupero di potere d’acquisto dei salari per quella parte di lavoratori usciti maltrattati nell’ultimo decennio.
    Un saluto
    Nazzareno

  16. FERDINANDO FORRESU

    Gentili Signori,

    mi sfugge per quale ragione , oggi,l’aumento dei salari debba assolutamente dipendere dall’aumento della produttivita’.
    Forse sfugge che con l’indroduzione dell’euro c’e’ stata uno spostamento di richezza ( come neanche una gurra riesce a fare- dice Tremonti) dalle tasche dei lavoratori a quelle delle imprese, professionisti….., eppure questa enorme massa di denaro sembra si sia volatilizzata !!!!..
    Non ci sono stati gli investimenti che ora si chiede vengano fatti con i soldi pubblici, non si e’ fatta ricerca ( aspettando anche qui la mano pubblica).
    Mi chiedo ma questi impremditori contano nell’economia del nostro paese ? oppure sono li’ a prendersi gli utili e a socializzare costi e perdite?.
    Sarebbe ora che almeno una parte ( sono magnanimo )del maltolto venga restituito senza se e senza ma: raggiunto questo equilibrio si puo’ pensare al dopo, all’incremento generato dalla produttivita’.
    Cordialmente
    ferdinando Forresu

  17. Giuseppe Marini

    Da anni si ricerca una possibile soluzione alla riduzione del cuneo fiscale. Intendendo per cuneo fiscale il differenziale tra costo lavoro e retribuzione netta. Stante la necessità di implementare i consumi. Vista l’impossibilità di aggravare il carico deli oneri aziendali. L’unica è sterilizzare ai fini fiscali e previdenziali, ovvero solo fiscali oppure solo previdenziali, almeno per un periodo di tempo… gli aumenti derivanti dalla Contrattazione Collettiva. In tal modo si sbollenterebbe la dinamica rivendicativa delle OO.SS. limitandola all’importo ‘netto’ richiesto dai rappresentati ovvero maggiorandolo di parte del minor costo azienda; si conterrebbe comunque il carico oneri aziendali, si lieviterebbe il netto a disposizione dei lavoratori e, in conseguenza, anche i consumi e la produzione fruirebbero di stimoli nuovi. Basta una modifica all’art. 51 del Tuir. Non comporterebbe un aggravio per le Entrate in quanto i valori da Contrattazione Collettiva sono del tutto avulsi dalle previsioni e si comincerebbe ad invertire la tendenza. Alla fine del periodo di osservazione (un triennio?) analizzando i risultati si potranno valutare le opportune modifiche al sistema proposto.

  18. zelva

    Tutte le cose che ho letto sono razionali e condivisibili.Il problema che non viene mai affrontato, però, è quello della cultura antropologica dell’imprenditore italiano.L’imprenditore medio italiano se ne sbatte alla grande della ricerca e della innovazione,la sua concorrenza la va a fare sul prezzo e quindi va a risparmiare sulla variabile lavoro.Dopo tutti i soldi dati dal 2001 alle imprese è arrivi a parlare di detassazioni alle imprese etc.Vuol dire o che si è in malafede o che non si è capito nulla del nucleo psichico avido e privo di alcuna progettualità dell’imprenditore medio italiano.

  19. Luciano Zanfrini

    Non c’è incremento di produttività nella nostra economia per colpa della dimensione lillipuziana delle nostre aziende: le economie di scala sono impossibili da raggiungere per il sciur Brambilla, e sarebbe ora che la si smettesse di vantare l’eccezionalità di flessibilità e fantasia della microimpresa italiana! Adesso che stare sul mercato è diventato più complesso, solo le organizzazioni strutturate riescono a prosperare.

  20. angelo cane

    Una cosa della quale si parla poco è l’enorme divario retributivo fra top manager e dipendenti normali, escluso i dirigenti legati al TOP: che senso ha che Profumo (tanto per fare un nome non a caso) guadagni milioni di euro che NON spende per mancanza di tempo (lavora sempre), perchè spesato dall’azienda (comprese le ferie) e quindi il suo stipendio è come non esistesse per l’economia. Perchè non ridurre il suo stipendio e quello degli altri TOP manager come lui, ed assumere altro personale ed aumentare quello dei giovani neo assunti, i quali oltretutto li spenderebbero facendo così girare l’economia? E’ una vergogna (se ne è anche accorto il Papa)!

  21. Luca Guerra

    considero la sola idea una aberrazione costituzionale, d’altronde i sindacati fanno il loro mestiere, quello di difendere i “lavoratori” mentre imprenditori, professionisti, artigiani etc non lo sono, pur lavorando e rischiando in proprio tutti i giorni. si dovrebbe aiutare e premiare chi rischia ed investe, solo così si potrebbe aumentare la ricchezza nazionale. cordiali saluti

  22. Daniel

    Finora ho sempre sentito parlare di aumenti salariali, ma il potere d’acquisto può essere difeso anche attraverso un controllo sui prezzi. Gli aumenti accordati ai lavoratori vengono infatti “scaricati” poi sui prodotti finali. Perchè allora non promuovere delle efficaci politiche di concorrenza in settori quali quello assicurativo, bancario ed energetico (solo per citarne alcuni)?!? Solo agendo contemporaneamnete sulla spesa pubblica, sulla pressione fiscale e sulla concorrenzialità dei mercati si può far ripartire questo Paese. Cordiali saluti

  23. Adriano Sala

    Leggendo l’articolo e i commenti, mi sono ricordato la pagina de I Promessi Sposi nella quale Manzoni descrive i capponi di Renzo. Allora proviamo a fare un ragionamento di buon senso. Negli anni ’50 e ’60 non solo gli operai arrivavano alla fine del mese, ma avanzava anche qualcosa; gli imprenditori investivano e rischiavano. C’era la speranza concreta di un mondo migliore dopo le distruzioni della guerra. In quegli anni c’erano solo tasse statali e comunali, l’IGE (attuale IVA) era al 2 %. Nonostante questo, l’economia si sviluppava, si costruivano infrastrutture e non c’era monnezza a Napoli. Oggi, con tasse statali, comunali, provinciali, regionali ed europee non si fa’ nulla o quasi. E’ naturale: caro Zelva, chi se la sente di rischiare se lo stato si prende le tasse anche se l’impresa va male? No, meglio lasciare il rischio agli imprenditori e dare loro dei cialtroni, come fai tu. Meglio attaccare gli stipendi dei topo manager, come fa’ Angelo, anche se il rapporto fra stipendi e ricchezza creata dalla maggior parte dei top manager (non tutti) è quasi trascurabile: vedi Arpe che ha inciso dello 0,3 % sui risultati di Capitalia. Il è che l’Italia è una repubblica socialista!

  24. marco pierini

    L’ipotesi proposta non mi sembra alternativa ad altre manovre, visto che avverrebbe a costo zero per lo stato. Sono molto dubbioso sugli effetti di rilancio via aspettattive di reddito più elevato sia dal lato della domanda che dell’offerta.
    Personalmente sono d’accordo su di una riduzione marginale dell’aliquota IRPEF, perchè l’ipotesi proposta colpisce esclusivamente chi è sottoposto a contrattazione di secondo livello, l’obiettivo quindi della manovra non dovrebbe essere solo di rilancio ma anche ampiamente redistributivo. Naturalmente la riduzione della spesa resta fondamentale per ridurre strutturalmente il prelievo fiscale, ma sembra già possibile operare in tal senso sebbene con variazioni minime. Avrà scarsi effetti sulla domanda aggregata? forse, non credo minori di quelli derivanti da aspettative di reddito più elevato, non fosse altro per il fatto che è una certezza contro un’ipotesi.

  25. Angelo Re

    La proposta mi sembra intelligente ma credo sia necessario utilizzare un meccanismo di misurazione degli incrementi di produttività in termini reali e non percentuali. Poiche la proposta si ispira ad una misurazione sul valore aggionto, con misurazione percentuale si potrebbe incrementare il valore aggionto non tramite la crescita dei volumi ma tramite una riduzione di costi fissi, ammortamenti e accantonamenti con il conseguente rischio di incentivare ristrutturazioni del personale, scarsi rinnovi degli impianti e assenza di accantonamenti per rischi. A parità di fatturato con operazioni strutturli di questo tpo ci sarebbe un ritorno immediato di risparmio fiscale e conseguenti minori entrate per lo stato

  26. Andrea

    Sono favorevole a basare gli aumenti contrattuali sugli aumenti di produttività.
    STA DI FATTO che da 10 anni a questa parte, la produttività è aumentata molto di più dell’aumento salariale ma gli imprenditori hanno preferito TENERSI i proventi della produttività e non CONDIVIDERLI anche con la forza lavoro.

    Oggi è assolutamente indispensabile ristabilire l’equillibrio salariale.

    Paradossalmente il prosieguo della scala mobile avrebbe spinto le imprese ad innovare (sapendo di avere un costo del lavoro via via superiore).

    Io non voglio ritornare a 60 anni fa, dove si cercava l’export tramite salari da fame, e Montezemolo dovrebbe farsi qualche esame di coscienza, visto che ogni volta che apre bocca, si percepisce come preferirebbe avere operai che lavorano 16 ore al giorno dormendo in fabbrica…

  27. Giacomo Dorigo

    Non sono un economista tuttavia il vostro ragionamento mi sembra plausibile e mi sembrerebbe un’ottima idea, tuttavia ho trovato (via il sito di AnnoZero che cita Ires-Cgil ) i seguenti dati:
    +8,1% , profitti generati da ciascun dipendente per la propria azienda ogni anno
    +0,4%, salario di un dipendente ogni anno
    +90%, profitti delle grandi imprese industriali in dieci anni
    +5%, redditi di un dipendente in dieci anni
    Sono io che interpreto male i dati oppure non c’è solo un problema di produttività? E se non è solo un problema di produttività, la vostra proposta può comunque risolverlo o perlomeno concorrere a risolverlo?

  28. Vincenzo Iorio

    1) una proporzione precisa e immutabile per 5 anni tra il salario base di un lavoratore ed ogni figura del pubblico impiego.
    2) La percentuale delle tassazioni la stabilisce l’opposizione e la maggioranza governa.
    3) Se l’opposizione va al governo dopo 5 anni non può aumentare le tasse a nessun livello ed in nessun ambito: comunale, provinciale o regionale.
    4) In caso di evasione totale (o parziale ripetuta per 3 volte) il patrimonio dell’evasore va incamerato immediatamente dallo stato.

  29. mauro salvatore

    Si è sempre alla ricerca di soluzioni eccezionali per ridurre gli spechi pubblici e la spesa e non si vedono le soluzioni che si hanno sotto gli occhi. Le amministrazioni statali si comportano come sostituti di imposta per l’irpef, pertanto gli enti come Inps, inpdap, e tutte le amm.ni statali sono finaziate per gli emolumenti principali ed accessoir, pesnioni etc al lordo dell’irpef che poi calcolano, trattengono e riversano allo Stato stesso. Bene, considerando che parliamo di cifre che oscillano oltre i 400 m.ld di euro, una norm ache cosnentisse alle amm.ni pubbliche di calcolare l’irpef senza versarla ( e senz ail finanziamento relativo)sui compesi erogati con fondi statali, consentirebbe un risparmio tra spesa per minori interessi e minori costi burocratici (mandati di pagamento, atti, etc) per almeno 3-4 m.ldi di euro l’anno.Inoltre, riducendo le incombenze burocratiche si potrebbero liberarre risorse umane da da destinare al core business delle varie amm.ni, ovvero il soddisfacimento dei cittadini e no meri (ed inutili) atti burocratici. Troppo semplice? Può darsi, ma sicuramente efficace, fatti due conti.

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