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ASPETTANDO UN EURO PIU’ DEBOLE *

Oggi l’euro è forte, ma tornerà a deprezzarsi. Quando? Probabilmente, abbastanza presto. L’amministrazione Bush sembra correre ai ripari sul disavanzo pubblico. E con la crisi del mercato immobiliare le famiglie americane riscoprono il risparmio. Per accelerare l’indebolimento dell’euro, la Bce potrebbe abbassare i tassi d’interesse. Ma la Banca teme a ragione l’impatto dell’aumento del prezzo del petrolio sull’inflazione. Se la recessione si espande, però, la quotazione del greggio si abbasserà. E il provvedimento sarà di nuovo all’ordine del giorno.

L’euro sale, sale. La soglia di un dollaro e mezzo per un euro è vicina e sarà probabilmente varcata quanto prima. Nell’ottobre 2000, durante un periodo di debolezza che aveva molto colpito l’opinione pubblica, l’euro valeva solo 0,85 dollari. Dall’inizio di quest’anno, per contro, si è rivalutato di quasi il 15 per cento rispetto al dollaro. Ecco, di colpo, aleggiare un’atmosfera di panico. Airbus ha persino affermato che è in gioco la sua stessa sopravvivenza. Sono giustificate queste reazioni? No, e per due motivi. Innanzitutto perché valutare l’euro sulla base del dollaro ha un che di fraudolento. Secondariamente perché tale situazione potrebbe non durare a lungo.

Il valore dell’euro

Cominciamo dal valore dell’euro. Se il dollaro è la moneta internazionale di riferimento, ciò non significa che l’euro e tutte le altre monete debbano essere commisurate sul suo valore. I nostri scambi commerciali con gli Stati Uniti sono limitati. Certo, sono numerose le valute che seguono il valore del biglietto verde, ma esistono altre monete altrettanto importanti. Tenendo conto di tali aspetti, l’euro, nel paniere delle valute, si è in media rivalutato del 28 per cento dall’ottobre del 2000, data in cui aveva registrato la sua punta minima, e del 10 per cento dall’inizio di questo anno. Non è poco certo, ma non sufficiente a giustificare gli allarmismi, di cui si sente eco.
Ammettiamo pure che l’euro sia un po’ troppo forte. Prima di chiederci se il fatto è veramente così grave, bisogna cercar di capire il motivo della sua rivalutazione. Si dà il caso che la quasi totalità delle altre principali monete si siano rivalutate rispetto al dollaro. In altri termini, non è l’euro che si è rivalutato, è il dollaro che è crollato. Ed è crollato perché gli Stati Uniti da molti anni – press’a poco da quando George W. Bush è alla Casa Bianca – registrano un importante deficit esterno: spendono cioè più di quanto non guadagnino. Il deficit non deriva da una perdita di competitività delle aziende americane, anzi. Riflette due fenomeni. Il bilancio federale in rosso, e il governo che spende più di quanto non incameri. Partendo da un bilancio in attivo, ereditato da Bill Clinton, Bush ha ridotto le imposte e aumentato le spese militari.

Gli americani non risparmiano più

L’altro fenomeno, abbastanza strano, è l’azzeramento pressoché totale del risparmio nelle famiglie americane. Non si capisce ancora bene cosa abbia trasformato la formica d’oltre oceano in una cicala, ma vi sono due spiegazioni plausibili. La prima si rifà all’incredibile aumento della borsa. Molti americani, in possesso di azioni o di fondi di investimento, si sono sentiti più ricchi. E tale sensazione si è acuita grazie allo spettacolare rialzo dei prezzi degli immobili, dovuto al volo della borsa. Convinti che la cuccagna durasse in eterno, hanno messo molti meno soldi da parte.
L’altra spiegazione è collegata ai famosi subprime. Banche e istituti finanziari, fiduciosi anch’essi nella buona sorte, hanno offerto prestiti ipotecari, all’apparenza vantaggiosi, a un sempre maggior numero di persone, anche a chi in genere non otteneva con facilità prestiti dalle banche e che quindi poteva accedere alla proprietà di un’abitazione solo ricorrendo al risparmio. Di colpo, costoro hanno potuto comprarsi la casa dei loro sogni, grazie a un mutuo: invece di risparmiare, si sono indebitati a vita. Non è solo Bush che vive al di sopra dei suoi mezzi, ma tutta l’America, o quasi.

Piano A e piano B

Una delle soluzioni per riassorbire il deficit è quella di correggere gli errori: chiamiamola piano A. Il piano B consiste, invece, nell’abbassare il dollaro, rendendo più competitive le esportazioni e scoraggiando le importazioni, troppo onerose.
Il deficit esterno è divenuto così ampio che ha finito per suscitare preoccupazioni nei mercati finanziari. Poiché la Casa Bianca non ha saputo imporsi una disciplina di bilancio e le famiglie americane non sono ridiventate formichine, ha finito col prevalere il piano B. Ovviamente ciò avvantaggia i produttori americani a scapito dei loro concorrenti europei; ed ecco nascere le lamentazioni degli industriali, che hanno messo in allarme alcuni governi. Nicolas Sarkozy, in particolare, si è dato molto da fare, perché teme il rallentamento della crescita e l’aumento della disoccupazione, in un momento in cui ha bisogno della fiducia della sua opinione pubblica, per poter realizzare le riforme promesse.

Dobbiamo angustiarci? Le monete salgono e scendono. In questo momento l’euro è forte, un giorno si abbasserà. Quando succederà? Probabilmente, abbastanza presto. Il piano A si mette gradatamente a punto. L’amministrazione Bush sembra correre ai ripari, per quanto riguarda il disavanzo pubblico. Ma, soprattutto, l’attuale crisi immobiliare del paese sembra ricreare nelle famiglie il gusto per il risparmio. Certo, non è allegro constatare che gli Stati Unti sono in recessione, perché essa si ripercuoterà nel mondo intero. Ma, nello stesso tempo, ciò indicherà che i consumi delle famiglie americane stanno tornando a un livello normale, dopo essersi, per anni, finanziati col credito. Di conseguenza il deficit calerà. Resterà solo da capire quanto tempo impiegheranno i mercati finanziari per decidere che il dollaro può risalire.
In un primo tempo i mercati interpreteranno la recessione come un segnale di debolezza dell’economia americana. Si venderanno dollari e la moneta americana scenderà ancora. Ma, ai primi segni di ripresa degli Stati Uniti, i mercati si focalizzeranno sulla fine del deficit esterno e, proclamando risolto il problema, si precipiteranno di nuovo sul dollaro, giudicandolo sottovalutato. Tale rovesciamento di situazione non sarà proprio immediato, ma, per la prima volta dopo molti anni, si intravede la fine del tunnel.
Che fare nell’attesa? Bisognerà stringere i denti e avere pazienza. La recessione americana si estenderà all’Europa, in parte perché quell’enorme mercato è anche il nostro, in parte a causa del dollaro debole. L’Asia probabilmente terrà duro, il che dovrebbe attenuare l’impatto della recessione americana sull’Europa.

Le mosse della Bce

Cosa si può fare per accelerare l’indebolimento dell’euro? La Bce potrebbe abbassare i tassi d’interesse. Il provvedimento non è ancora all’ordine del giorno, perché la Banca teme, a ragione, l’impatto dell’aumento del prezzo del petrolio sull’inflazione. Se la recessione si espande, però, il prezzo del petrolio si abbasserà e la Bce rivedrà il suo ordine di priorità e si preoccuperà, in primis, della crescita economica. A questo punto abbasserà i tassi di interesse.
Nell’attesa, si incominciano a udire voci che suggeriscono e auspicano l’intervento delle banche centrali sui mercati dei cambi. Propongono l’acquisto di dollari e la vendita di euro. Purtroppo interventi di questo tipo sono divenuti inutili, a causa dell’ampiezza dei mercati. Potrebbero essere vantaggiosi unicamente se la Bce fosse l’unica a effettuare una simile manovra. Alcuni sognano concertazioni, che coinvolgano Stati Uniti e Giappone. Ma si tratta solo di sogni. Anche se le autorità americane ripetono, sino alla nausea, che un dollaro forte è buona cosa per l’economia americana, non ci credono affatto. Quanto alle autorità giapponesi, hanno messo in opera tali e tanti interventi di questo tipo, che ne sembrano vaccinate. Se sale la pressione politica, la Bce farà forse un gesto simbolico, ma l’effetto – se ci sarà – durerà solo qualche ora o qualche giorno. In fin dei conti, coloro che piangono per l’euro troppo forte possono solo consolarsi con l’idea che tutto ciò che sale, prima o poi scende. L’unica cosa da fare, per il momento, è godersi un bel viaggetto a buon mercato negli Stati Uniti.

* Il testo in lingua originale è disponibile su www.telos-eu.com. Traduzione di Daniela Crocco

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LA RISPOSTA AI COMMENTI

  1. M.Giberti

    Ho cercato più volte di interloquire con i vari redattori dei vostri articoli sul tema. Io continuo ad affermare che la BCE tiene alti i tassi per favorire le banche e non per proteggerci dall’inflazione come viene comunemente detto. l’Euro forte ci aiuta contro l’aumento del grezzo ma come afferma Wyplosz può anche essere vero il contrario e cioè che il grezzo cresce perchè il dollaro è debole ed i paesi produttori comprano sopratutto in Europa e comunque con divise forti. Proviamo ad invertire la tendenza abbassando l”Euro agendo sui tassi e vediamo cosa succede. Tutti i paesi esportatori di beni ed importatori di materie prime ci guadagnerebbero alla lunga. Ma le banche sarebbero costrette a ridurre i loro spreads e quindi i margini. Sono più importanti le Banche o gli Stati? I banchieri della BCE farebbero bene a dimenticare le loro origini ed agire da statisti. Ricordo inoltre che per noi Italiani, ogni riduzione di 1% dei tassi di sconto implica una riduzione degli interessi sul debito pubblico di circa 15 miliardi annui.

  2. angelo

    Non sono d’accordo.Le transazioni commerciali rappresentano 1/30 mi sembra dei movimenti giornalieri di capitale.Quello che muove i capitali da un mercato all’altro è il differenziale dei tassi d’interesse.Se i tassi USA calano e sono in procinto di calare ancora,con ciò deprezzando il capitale investito in BOND…..i soldi volano verso tassi migliori. Con i tassi non si governa più l’inflazione come una volta.E’ una visione vecchia….vecchia come Trichet.Con i tassi puoi solo governare i cambi….appunto per la capacità che hanno i tassi di far migrare capitali e quindi far richiedere o offrire una valuta contro l’altra.Ma la BCE fa un errore macroscopico,assurdo addirittura. Non ha capito due cose :che il prezzo del petrolio è diventato il parametro di riferimento,e che gli arabi non hanno più l’anello al naso.Se tu paghi il petrolio in carta destinata alla svalutazione,il minimo che puoi aspettarti e che ti chiedano maggior carta per un barile. Trichet,da uomo vecchio,non ha capito che soltanto abbassando i tassi può riportare il cambio col dollaro a 1 – 1,10

  3. mm

    L’interessante ed ottimistico articolo di Wyplosz ci dice una verità…a metà. Il dollaro è debole ed è inesorabilmente destinato ad indebolirsi ancora per il semplice fatto che gli Stati Uniti da mezzo secolo hanno invaso il mondo intero con i loro biglietti da visita verdi con la faccia dello zio Sam: carta, dopotutto,nient’altro che carta. Insieme al deterrente rappresentato dalla loro indiscussa superiorità militare, il dollaro ha permesso agli Stati Uniti di instaurare la loro egemonia politica sul resto del mondo e di vivere al di sopra delle loro possibilità, a spese di quanti accumulavano i suddetti pezzi di carta nelle loro banche. Ma la nascita dell’euro (osteggiatissima da Greenspan), l’attentato alle torri gemelle e la sconsiderata guerra in Irak stanno dimostrando che questo gioco -durato più di mezzo secolo- sta per finire. In attesa che gli Stati Uniti ne prendano atto, restano in giro per il mondo migliaia di tonnellate di carta (verde e frusciante) da smaltire e miliardi di debiti da ripagare. Insomma, una situazione molto simile a quella dell’Argentina prima del default…ma di ben altre dimensioni. A voi tirare le conclusioni.

  4. mm

    Chiunque abbia un minimo di cultura in materia di economia si augura che la previsione di Wyplosz non si avveri. Questo dipenderà naturalmente dalle decisioni della BCE e dal mercato. Ma la sostanza non cambia,comunque vadano le cose: il rapporto di cambio dollaro/euro non fa che riflettere una situazione reale sotto gli occhi di tutti, o almeno di coloro che sanno leggere i numeri dell’economia. Se il dollaro va progressivamente deprezzandosi nei confronti dell’euro, questo è dovuto principalmente alla debolezza di fondo del dollaro, a sua volta determinata dallo stratosferico debito pubblico americano nei confronti del resto del mondo. In poche parole semplici e chiare a chiunque, gli Stati Uniti, dopo aver invaso il mondo con la loro "carta" ed aver vissuto al di sopra delle loro possibilità grazie a questo, ora si trovano nella scomoda situazione di dover ripagare i loro debiti stratosferici e fronteggiare le valanghe di dollari che il resto del mondo vuole rispedire al mittente, prima che forse sia troppo tardi. Indebolire l’euro nei confronti del dollaro equivarrebbe in buona sostanza ad accollarsi una parte del debito Usa.

  5. Enrico Gallina

    Il mio viaggio in California è appena finito e il bell’articolo di Wyplosz mi suscita due considerazioni al volo: a) forse è già in contrazione l’indebitamento delle famiglie per consumi, ma sperare in una riscoperta del gusto del risparmio mi sembra eccessivo (del resto quando mai gli Americani hanno avuto una propensione al risparmio da formiche?). Anedoctal evidence suggerisce che se le vendite di nuovi Pick Up rallentano nessuno sta vendendo l’Hummer per comprare la 500 Fiat e risparmiare la differenza (equity extraction al contrario)! Al massimo speriamo che lo converta a gas come Schwarteneger! Insomma essere costretti a rientrare sul credit card loan non significa ancora cominciare a risparmiare. b) Spero anche io che il dollaro risalga sull’euro ma conto poco sul differenziale di tasso. La BCE non può inseguire la Fed nel ribasso dei tassi per due motivi: a) istituzionali: il mandato BCE è il controllo dell’inflazione. Non anche la crescita; b) economici: l’inflazione energetica è più minacciosa in Europa (mercato interno meno concorrenziale). Certo che i politici europei sono preoccupati. Ma ogni pressione sulla BCE è un attacco alla sua indipendenza. In materia di politica monetaria deve prevalere il principio "Non parlare al conducente". Mi spiace per Sarko. Non è roba di sua competenza. (Non è meglio dedicare più tempo a Carla Bruni ?)

  6. Ercole Palmeri

    Ho rispetto per il mandato della Banca Centrale Europea, in quanto il controllo dell’inflazione è importante. Si dovrebbe però tenere in considerazione che il quadro sociale ed economico, in Europa, è molto variegato, e proprio per questo è molto difficile attuare una politica comune con l’obiettivo di controllare l’inflazione. Queste differenze aiutano anche l’inflazione energetica, che da noi sembra più vivace che altrove. Fortunatamente ci sono loro, che ancora una volta ci esportano la soluzione: la recessione, che mai come ora fu più sospirata. Il quadro attuale è chiaro, ma il futuro mi sembra un po’ incerto. Sinceramente non sono così sicuro che un deprezzamento del petrolio, dovuto alla recessione, ci porti un calo dell’inflazione e quindi dei tassi. E voi ?

  7. Val

    L’articolo risveglia un mio dubbio ricorrente, che riguarda l’egemonia militare Usa. E’ possibile affermare che il valore dollaro si basa più sulla forza militare degli Usa che sui fondamentali della sua economia? Ricordo i rumors che indicavano nella scelta di Saddam (così come in quella di Chavez, demonizzato al di là di ogni sua pur colpevole demagogia e cialtroneria) di passare all’euro per il pagamento del greggio le ragioni della guerra del Golfo. Fantapolitica, forse. Ma nemmeno un bambino può credere che l’onnipresenza armata Usa sul globo terracqueo sia meramente difensiva. E’ così assurdo ipotizzare una relazione tra potere militare e diffusione del dollaro come valuta internazionale? Perché nell’ambito dell’analisi economica questo aspetto è, almeno per quanto ne so, così poco dibattuto, come se fosse esterno al problema?

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