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L’ACCISA CHE INFIAMMA LA BENZINA

Al di là degli aspetti tecnici, i meccanismi automatici di sterilizzazione degli incrementi del prezzo del barile attraverso la fiscalità pongono alcuni problemi. Intanto, ha senso fissare per legge una soglia di prezzo del petrolio? E in caso, non si dovrebbe anche aumentare l’accisa per mantenere inalterato il costo dei carburanti? Né i prodotti petroliferi sono gli unici inflattivi. Soprattutto però è sbagliato il messaggio. Perché non bisogna mai dimenticare che il petrolio è una risorsa esauribile e il suo consumo produce effetti negativi sull’ambiente.

Le attuali quotazioni del petrolio hanno riportato in auge un dibattito mai interamente sopito: l’introduzione di una fiscalità flessibile sui prodotti petroliferi. (1).
L’attuale sistema fiscale relativo ai carburanti prevede che al prezzo industriale venga sommata un’accisa e sulla somma delle due componenti venga calcolata l’Iva. È evidente che il gettito fiscale complessivo (accisa + Iva) si modifica, a vantaggio del Tesoro, quando aumenta il prezzo del petrolio (e dunque il costo industriale) creando quella che il ministro Bersani definisce una situazione anomala poiché “Lo Stato finisce per essere cointeressato agli aumenti del greggio”.

I provvedimenti di defiscalizzazione

Un primo provvedimento teso a correggere questa situazione era contenuto in una norma prevista già nel 1999. Un semplice decreto interministeriale Economia-Sviluppo economico può correggere l’accisa e per quella via defiscalizzare l’incremento del prezzo finale che risulti da un aumento del petrolio.
Un provvedimento analogo, e totalmente inapplicato, era previsto nella Finanziaria 2007 seppur con diverse finalità. In quel caso si prevedeva che l’extra-gettito (Iva) derivante da incrementi del prezzo del petrolio superiori a 71 dollari/barile fosse destinato, nel limite di 100 milioni di euro annui, a un fondo costituito presso il ministero dello Sviluppo economico dedicato alla copertura di interventi di efficienza energetica e di riduzione di costi delle forniture appunto per finalità sociali. I decreti attuativi di tale intervento non sono mai stati approvati e dunque la norma è carente, ma i suoi effetti non ricadrebbero comunque sul prezzo alla pompa dei carburanti.
Il disegno di legge Bersani approvato dalla Camera e ora all’esame della X Commissione del Senato, all’articolo 4, prevede un meccanismo piuttosto complesso. Attraverso un Dpcm, da adottare su proposta del Mse e del Tesoro, le accise sui carburanti o sui combustibili da riscaldamento per usi civili vengono diminuite per compensare le maggiori entrate Iva derivanti dalle variazioni internazionali del prezzo del greggio. Per arrivare all’emanazione del Dpcm, il prezzo del greggio deve tuttavia aumentare di oltre il 2 per cento rispetto al valore previsto nel Dpef (71 $/b), quindi deve andare oltre 72,42 $/b. Allo stesso tempo, per applicare l’accisa mobile occorre che nel bimestre precedente la quotazione non sia scesa di una pari entità, non debba cioè essere andata sotto i 69,58 $/b.
Infine è di queste ore il tentativo di anticipare il provvedimento inserendolo nella Finanziaria. L’onorevole Cirino Pomicino con un emendamento alla manovra per il 2008 suggerisce un sistema di determinazione, a cadenza trimestrale, delle accise con decreto del ministro dell’Economia, di concerto con il Mse, sulla base “delle variazioni dei prezzi del petrolio” rilevate nel trimestre precedente.

Problemi teorici e pratici

Al di là degli aspetti tecnici, peraltro abbastanza complessi, il problema di fondo rimane. Ha senso proporre un provvedimento di questo tipo? È ragionevole sussidiare, sebbene attraverso la riduzione della fiscalità, il prezzo dei prodotti petroliferi?
L’idea di introdurre un meccanismo automatico di sterilizzazione degli incrementi del prezzo del petrolio con la fiscalità, riducendo in modo corrispondente l’accisa sui carburanti potrebbe avere una qualche giustificazione economica. Oscillazioni forti nei prezzi nel breve periodo sono costose per gli agenti economici, e se si ritiene che, inefficienze nella rete distributiva a parte, vi siano ragioni strutturali per cui il mercato privato non sia in grado di compensarle da solo, un intervento da parte del settore pubblico potrebbe essere giustificato su un piano di efficienza.
Ma queste proposte pongono rilevanti problemi di ordine sia pratico che teorico.
Innanzi tutto, la struttura si basa su un prezzo definito nel Dpef e, oggi, fissato a 71 dollari al barile. Ha senso fissare una soglia di prezzo addirittura per legge? Le recenti oscillazioni del prezzo della materia prima dovrebbero suggerire altrimenti, pena la necessità di intervenire legislativamente o amministrativamente di frequente, con i costi conseguenti. Certo, è compito del governo controllare – per usare le parole di Pier Luigi Bersani – “settimana per settimana che i prezzi rimangano nella forbice dei rapporti con l’andamento europeo. Questo i petrolieri lo sanno e sanno che se c’è un movimento che non ci piace siamo pronti a chiamarli. Fino a qui la cosa ha viaggiato in maniera regolare”. Verificare che non ci siano incrementi ingiustificati non richiede tuttavia necessariamente interventi legislativi come quello qui congegnato.
Un secondo dubbio sorge se viene posta la domanda della simmetria del meccanismo di stabilizzazione: non si dovrebbe ridurre ma anche aumentare, se è il caso, l’accisa in modo da mantenere inalterato il prezzo dei carburanti? È facile immaginare l’unanime dissenso di tutti – utenti, associazioni di consumatori, imprese – nel caso di un aumento dell’accisa. Vi è dunque il rischio che i politici siano tentati di assecondare gli umori popolari, "sterilizzando" l’aumento dell’accisa quando questo si rendesse necessario.
Una terza considerazione scaturisce dalla motivazione spesso addotta per intervenire, e cioè che i prodotti petroliferi sono inflattivi. Ma certamente non lo sono solo loro. Esistono valide ragioni per intervenire in questo e non in altri campi? Collegati al prezzo del petrolio (e del gas) vi sono poi la bolletta elettrica e quella del gas. Si tratta di prodotti regolati dall’Autorità che dipendono dal prezzo del petrolio e i cui aumenti la stessa Autorità trasferisce sugli utenti senza considerazione alcuna dell’impatto inflattivo. Cosa dire in questo caso?
Resta infine un ultimo punto, e quello a noi più caro: interventi temporanei di sterilizzazione lancerebbero agli utenti un segnale sbagliato, non rammentando ai cittadini che il petrolio è una risorsa esauribile, il cui prezzo è destinato inevitabilmente a crescere e non a diminuire, e che il suo consumo, ancorché necessario, produce effetti negativi sull’ambiente. È bene dunque risparmiarlo, soprattutto la dove è più utilizzato, nel campo del trasposto privato.

(1) Si vedano “ Fisco e benzina, un Giano bifronte” di Massimo Bordignon e Marzio Galeotti e “L’energia del Governo” di Marzio Galeotti.

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  1. Filippo Mattia Pollavini

    Credo che nel merito della vostra tesi manchi uno sguardo pratico su quanto possa influire un intervento statale in materia di defiscalizzazione o attenuazione del carico fiscale statale sul prezzo del greggio, sulle tasche di molti italiani. Rendendomi conto che ne siete perfettamente consci, è utile però ricordare che aldilà della non opportunità "etica" di un intervento di questo tipo sul petrolio, che favorirebbe un maggiore consumo di una risorsa che produce danni all’ambiente oltre ad incidere sulla riduzione della quantità di una risorsa esauribile, il fatto che esista una soglia di spesa in benzina indispensabile per ognuno, l’alleviazone del peso di questa, per la singola economia familiare è più che rilevante. Credo sia il dovere di ogni amministratore dello stato cercare di andare incontro alle difficoltà innescate dal processo inflattivo che sta erodendo il potere d’acquisto di molti italiani, per effetto di una sommatoria di agenti (prezzi dei beni primari, prezzo del petrolio, fiscal drag etc) che costituisce il primo problema reale nella microeconomia familiare. E’ quindi a mio avviso auspicabile una revisione dei meccanismi di tassazione sulla benzina.

  2. Francesco

    Sono totalmente d’accordo con le conclusioni: il prezzo del carburante deve agire da deterrente al consumo irrazionale di una risorsa che oltre ad essere scarsa genera costi esterni in buona parte irrecuperabili. Semmai occorrerebbe un’addizionale per finanziare il trasporto pubblico. A fronte degli effetti inflattivi vi sarebbero vantaggi in termini di bilancia commerciale derivanti dal minore consumo di idrocarburi per locomozione privata.

  3. Alessandro

    Sono d’accordo con la vostra tesi per cui sterilizzare gli aumenti di prezzo dei prodotti petroliferi tramite la fiscalità mascheri l’irreversibile aumento di costo per una risorsa che si sta esaurendo, favorendone quindi ancora di più il consumo e quindi l’esaurimento. Inoltre col debito pubblico italiano chiedere allo Stato incisive riduzioni fiscali è inverosimile. Tuttavia anche se la tassazione dei prodotti petroliferi è abbastanza in linea con quella europea, finchè lo Stato col sistema accisa + iva continuerà a guadagnare da un aumento del prezzo industriale sarà difficile per il cittadino credere ad un suo serio imopegno nel combattere quell’oligopolio che c’è proprio in tale settore industriale e che molto probabilmente è la causa primaria della maggiore vulnerabilità agli aumenti del nostro paese.

  4. Enzo

    Non credo che lo scopo delle accise sui carburanti sia e debba essere quello di mandare messaggi educativi. Sta di fatto che qualsiasi governo si trova ad essere cointeressato agli aumenti ricevendone entrate in altro modo difficilmente ottenibili .Intendo dire che queste maggiori entrate non vengono chieste direttamente al contribuente ma causate dai "cattivi" (petrolieri, paesi produttori ,ecc). Una provocazione: mantenere il legame fra accise e prezzo industriale non è un disincentivo per i governi ad attuare politiche favorevoli alla sostituzione del petrolio? Ogni riduzione delle vendite di petrolio comporterebbe una riduzione delle entrate.

  5. Giovanni Fazio

    Condivido pienamente le considerazioni espresse, compresa in particolare quella circa la difficoltà, e prima ancora l’illogicità, di definire per vie legislative il prezzo-limite di una materia prima che fa scattare interventi di tipo compensativo.
    Detto questo, però, vorrei aggiungere due considerazioni:
    1) è ben vero che la Stato guadagna da un aumento del prezzo industriale del petrolio, ma considerato che l’accisa è un importo fisso applicato su quantità e non su prezzi, il maggior introito è legato solo alla maggior IVA ricavata dall’aumento del costo industriale dei carburanti. Ma questo vale per qualsiasi prodotto, quindi per estensione dovremmo dire che lo Stato è interessato all’aumento di TUTTI i prezzi: vi pare che sia così?
    2) Il prezzo del petrolio di cui parliamo sempre, è quello delle contrattazioni a pronti (quindi con riflessi immediati sul costo industriale), oppure quello delle contrattazioni a termine (quindi con componenti eminentemente speculative), che spesso non arrivano a scaricarsi veramente sui costi industriali ma solo sulle alterne fortune di chi opera nel campo finanziario?

  6. Giuseppe Caffo

    Abito in un quartiere semicentrale di Roma e il mio posto di lavoro dista 6 Km da casa.In automobile impiego circa 13 minuti,con i mezzi pubblici almeno un’ora. Spesso incontro mamme di famiglia che accompagnano i figli a scuola o fanno la spesa usando enormi SUV di grossa cilindrata che consumano molto carburante.Tutto ciò è pazzesco! Il trasporto pubblico (urbano e extraurbano) deve essere molto potenziato e migliorato,rendendolo conveniente rispetto a quello privato.Per chi ha denaro da sprecare, ben vengano ulteriori aumenti del costo dei carburanti.

  7. Gianni Comoretto

    La produzione di petrolio è chiaramente ad un punto critico, con il declino dei vecchi giacimenti a malapena compensato dalla messa in produzione di nuovi. Quindi il prezzo del petrolio, attualmente, sta crescendo alla media del 4% IL MESE, in modo da distruggere la domanda abbastanza da far bastare quello che si riesce ad estrarre. Agire sulla fiscalità non fa che ritardare (di mesi? qualche anno?) l’inevitabile, a costi di tagli altrove.
    Vero che per molte persone l’uso dell’auto non è facilmente eliminabile. Ma è meglio far finta di nulla fino a che il prezzo schizzerà a 3, 5, 10€/litro, o aumentare gradatamente, dando il tempo e il segnale giusto per cambiare?

  8. gian luigi valli

    Sarei veramente interessato a capire la ratio dell’applicazione dell’iva sulle accise (che a mio parere, di fatto, è una imposta sull’imposta). Per quanto riguarda l’uso irrazionale dei mezzi privati, e quindi la necessità di risparmiare una materia prima inquinante ed esauribile, finchè non vengono realizzati sistemi di trasporto pubblici o collettivi confrontabili per costi ed efficienza al trasporto privato, penso che non si possa sperare in una redicale inversione di tendenza nella propensione all’uso dei mezzi privati. Ed infine: cosa fa lo Stato per agevolare i consumatori che vogliano fare scelte nel senso del risparmio? Nulla; preferisce fare cassa con accise ed IVA sui carburanti piuttosto che ipotizzare incentivi per l’acquisto – ad esempio – di auto ibride (ovviamente più costose).

  9. Elio Marso

    Il prezzo del petrolio è determinato ed uguale per tutti, ma vi sono forti differenze nell’efficienza di trasformazione. Noi europei siamo estremamente efficienti, le nuove economie e anche gli USA lo sono molto meno. Siamo arrivati all’assurdo economico che i nostri incrementi di efficienza energetica se ne vanno a vantaggio del Fisco anziché diventare un fattore competitivo. Un legislatore attento potrebbe recuperare competitività detassando fortemente i prodotti energetici, consentendo alle imprese di abbattere i costi ma soprattutto ai privati di avere maggior reddito disponibile, in particolare nelle fasce basse che hanno una domanda, particolarmente di prodotti per il riscaldamento, più rigida rispetto al prezzo. Per dare i 100 euro in più al mese in busta paga (come proposto dall’ineffabile Ministro Ferrero) basterebbe dimezzare il carico fiscale sui carburanti e sul gas, e ridurre del 30% quello sui consumi elettrici. Ma questa non è proprio la logica dei governi tax and spend…

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