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  1. Salvatore B. Rispondi

    Concordo con lei rigurdo il part-time a tempo determinato. Pongo una riflessione forse uscendo un pò fuori tema: è possibile una incentivazione del part-time in settori diversi da quelli in cui è fin ora più diffuso (per es. call center, supermercati, cooperative sociali) senzaricorrere ad una forte spesa pubblica per la diffusione dei servizi per l'infanzia come avvenuto in Svezia? Se sì in che modo?

    • La redazione Rispondi

      Gentile lettore,
      penso che il part time sia una forma di lavoro da guardare con simpatia, per le donne che sono mamme, per tutti quelli chepreferiscono avere più collaborazioni, perché spesso lo richiedono le necessità individuali o produttive. Liberare le energie e le capacità presenti nel Paese è condizione necessaria per crescere di più, e, in un' Italia che cresce, aumentando
      la sua produttività, che ben venga la diffusione di servizi per l'infanzia con spesa pubblica  e privata.

  2. ugo bassi Rispondi

    L'analisi delle statistiche dipende dalle satistiche oggetto dell'analisi stessa. Infatti se consideriamo che all'apparente aumento dell'occupazione non corrisponde un proporzionale aumento delle ore lavorate, pare evidente che in realtà non c'è stato alcun incremento. In realtà la cosiddetta flessibilità, usata in modo opportunistico e senza scrupoli dagli imprenditori, ha generato per la maggior parte dei casi occupazione ad ore o a progetto o con contratti a tempo determinato, molto determinato!!! ESEMPIO Se lo stesso lavoro (spendendo anche meno utilizzando le agevolazioni di legge) lo faccio fare a più persone con contratto "flessibile", ho aumentato il numero di occupati, ho risparmiato, ho aggirato l'articolo 18 e faccio ciò che voglio. Certo è che senza imprenditori seri che sappiano guardare al futuro con una visione di prospettiva (senza vivere di aiuti statali), e con dei sindacati ancorati ancora a valori ideologici non più aderenti alla realtà, sarà difficile trovare delle soluzioni.

  3. GIANLUCA COCCO Rispondi

    La sua introduzione è piuttosto curiosa. Le statistiche ufficiali sottostimano i dati quantitativi sul precariato italiano e lei parla addirittura di percezione. Ma forse è solo un problema di accezioni. Precario non è solo colui che non trova prospettive dai ripetuti contratti temporanei. Precario è anche chi lavora senza contratto (oltre 3 milioni di unita di lavoro a tempo pieno). Precario è anche chi lavora part-time involontariamente a 400-500 euro al mese. Precario è anche chi lavora a tempo indeterminato in aziende, che a causa delle mutevolezze del mercato o per altre cause, potrebbero fare a meno dei propri lavoratori. Precario è chi va a lavorare con la paura di morire o di farsi male. Tutto cio ha un'unica causa: libertà economiche. Saluti.

    • La redazione Rispondi

      Non penso che il precariato sia una percezione, mi chiedo però nell'articolo come fare per non trasformare la flessibilità in precariato (dal punto di vista materiale e percettivo).

  4. Claudio Resentini Rispondi
    Parlare di flessibilità tout court non significa nulla e credo che sia altrettanto difficile trovare indicatori oggettivi e quantitativi per la flessibilità che per la precarietà. Del resto flessibilità del lavoro e flessibilità dell’occupazione non sono la stessa cosa. Se il lavoro come input di produzione è facilmente quantificabile (ha un costo), l’occupazione, intesa come collocazione in un’organizzazione produttiva, associata ad uno status sociale che comporta diritti e doveri e contribuisce a determinare l’identità sociale degli individui, lo è molto meno (si veda in proposito l’aureo libricino “La flessibilità del lavoro e dell’occupazione” Barbier e Nadel . E’ in relazione alla flessibilità dell’occupazione che si può e si deve parlare di precarietà. Se si confondono i termini si può dire tutto e il contrario di tutto. E non devo certo insegnare ad un ricercatore dell’ISTAT come i concetti statistici di occupazione e disoccupazione si siano modificati negli anni per mistificare i guasti prodotti dalla flessibilizzazione del mercato del lavoro sulla condizione occupazionale generale (in termini di incremento strutturale della disoccupazione e sottoccupazione).
    • La redazione Rispondi

      I concetti statistici di occupazione e disoccupazione visti insieme ai vari indicatori sul mercato del lavoro, come ad esempio le Ula (Unità di lavoro equivalenti a tempo pieno) permettono di avere notizie interessanti sul fenomeno della flessibilità: la statistica aiuta a capire, non va usata per mistificare alcunché.

  5. FRANCESCO COSTANZO Rispondi

    La ringrazio molto per l'articolo, che organizza in modo sistematico riflessioni che, presumo, molti lettori avevano fatto autonomamente. Per quanto riguarda i centri per l'impiego e gli intermediari in genere, la mia "percezione" è diversa... io ho sostenuto colloqui sia con importanti "head hunters", che con agenzie interinali: il risultato è stato che il lavoro l'ho sempre trovato per conto mio, mentre dagli intermediari ho avuto "lavoretti", e perlopiù problemi e perdite di tempo. L'idea che mi sono fatto (purtroppo sulla mia pelle) è che i "cosiddetti" intermediari considerino i lavoratori una "materia prima", per loro a costo zero, disponibile "a piene mani e a qualunque condizione", mentre le aziende che pagano sono i "clienti". In questo modo, viene totalmente distorto il significato della parola intermediario. Per quanto riguarda il rinnovo a termine per 3 anni, mi sembra che questa soluzione non raggiunga l'obiettivo "dichiarato" dal Governo, di incentivare il ricorso ai contratti a tempo indeterminato, ma disincentivi il ricorso ai contratti a termine. La vera "spinta", può arrivare solo da una corretta politica fiscale, ma per ora nemmeno se ne parla, mi pare...