logo


  1. Stefano Martemucci Rispondi
    Tutti i lettori concordano sugli esiti degli studi degli autori ma sarebbe necessario aprire una finestra sui possibili rimedi e cio' a tutela dei soci di minoranza (risparmiatori) che vedono ridursi i dividendi percepiti dovendo corrispondere lauti compensi a membri dei diversi CDA che aggiungono poca o nulla utilità e professionalità alla società. Se si vuole una oggettiva misura della mole di compensi corrisposti a tal proposito ci si puo' rifare al rapporto annuale di Milano Finanza sui compensi ai manager. Penso che la cura debba trovarsi in una normativa di maggiore tutela dei risparmiatori che imponga un controllo della professionalità delle diverse nomine e del tempo effettivamente dedicato alle attivita' dell'azienda considerata
  2. luigi_zoppoli Rispondi
    L'articolo conferisce dignità scientifica alle osservazioni che empiricamente pure erano riscontrabili attraverso una costante lettura della stampa specializzata. Volendo semplificare pur senza allontanarsi dalla realtà, si tratta di un'altra casta dalla quale, una volta cooptati, non si esce più determinando quella che può definirsi "stabilità" o,con maggior precisione terminologica "immobilismo". Aggiungo anche che le tristi vicende delle scalate bancarie sono state obiettivamente facilitate dalle "connessioni" personali, economiche e finanziarie di alcuni componenti del network (si fa per dire). E' una ulteriore prova dell'insufficienza di cultura liberale che attanaglia questo paese. Purtroppo.
  3. Giacomo Dorigo Rispondi

    In fondo se l'allenatore della squadra A fosse anche allenatore della squadra B credo ci sarebbero forti dubbi che l'incontro tra le due potesse essere competitivo...

  4. michele giardino Rispondi

    Ottima conferma empirica di una debole concorrenza, fenomeno d'altronde ben noto. Ma occorre andare oltre, puntare alle cause. Una traccia la offre un ambiente caratterizzato da concentrazione del comando e scarsa contendibilità delle imprese, che rende ovvio scegliere su base essenzialmente fiduciaria, in seno ad uno stesso gruppo sociale o magari familiare, cementato da solide amicizie, incroci di parentela antichi e recenti, da regolari frequentazioni e simili. Tra l'altro, ciò concorre a mantenere la condizione di non scalabilità. E la risposta dei prescelti non può non essere a sua volta fiduciaria: mi hai scelto, ti conosco e ti vedo di continuo, non servono severità e rigore, perchè "so" di potermi fidare. Da un punto di vista diverso, che sembra tentare gli stessi Autori della nota, ci si può chiedere se in effetti i Cda non contino nulla. Se cioè il comando concentrato escluda di per sé la scelta di persone motivate e competenti. Ecco il punto: il problema non è "chi" c'é in Consiglio, e tanto meno se è "indipendente" in senso normativo. ma le regole di governance, questione molto più ampia e difficile, non risolvibile purtroppo nel breve periodo

  5. Augusto Aldeghi Rispondi
    Questo studio quantitativo non fa altro che confermare l'evidenza anedottica del comportamento delle aziende italiane che è sotto gli occhi di tutti. Il vero problema è che esiste il fondato sospetto che anche tra gruppi geograficamente o settorialmente affini di medie imprese italiane si verifichi lo stesso fenomeno.