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  1. Gianluca Rispondi
    Se permettono le donne giustamente arrabbiate, da uomo vorrei portare un piccolo contributo al dibattito. Comincerei con una domanda all'autrice dell'articolo. Parlando di argomenti che riflettono questioni sociali e culturali, legate quindi all'evoluzione della società, ha senso un dato statistico che interessa una platea tanto ampia e diversa come l'insieme delle donne e degli uomini compresi tra 20 e 74 anni? Mi spiego: mio padre non sbriga alcuna faccenda domestiche ma imbianca, ripara le tapparelle, sistema il tetto, cura l'orto, ecc.. io nella mia faccio praticamente tutte le cose che fa mia moglie e molte meglio. Mio padre ha 71 anni, io 35. Oggi le giovani donne, in generale, non sanno fare quasi niente in casa (ai fornelli poi...). Come i loro coetanei. I tempi sono certamente cambiati. L'analisi avrebbe dovuto tenerne conto Altrettanto del fatto che le giovani donne svolgono un'attività lavorativa retribuita in misura percentuale più alta delle loro madri. Grazie per lo spazio.
    • La redazione Rispondi

      Certo distinguere per diverse tipologie familiari e comparare diverse età sarebbe certamente un esercizio utile. Questo va al di là di quello che mi proponevo nell’articolo. Ma sono anche convinta che il dato aggregato dia alcune importanti indicazioni non facilmente ricavabili da dati più disaggregati, soprattutto se comparato a quello di altri paesi. Il problema di quell’ora e un quarto in più di lavoro delle donne italiane semplicemente non esiste negli altri tre paesi analizzati. In Germania, Olanda e USA donne e uomini lavorano (market work + household production) circa lo stesso numero di minuti. Questo non avviene in Italia.

      Un’ultima precisazione: le attività di “bricolage” sono incluse nella definizione di household production che uso nell’articolo (avrei dovuto essere più chiara su questo punto), quindi le attività di suo padre rientrano nel conto...

  2. Simone Sereni Rispondi

    ...l'interessante indagine, che finalmente stabilsce pure il valore economico (e sociale) del lavoro "fatto in casa" (si potrebbe estenderlo anche ad altre attività familiari, non necessariamente proprie della donna) dpiega anche perchè non si facciamo davvero politiche per la famiglia (di fatto o no, non cambia) in quanto tale, ma solo legate ad emergenze e al suo collegamento col mondo del lavoro "di mercato". Insomma, finchè non si certifica p.e. il valore economico-sociale del lavoro in casa, mai si tratterà la famiglia come un soggetto economico. Che produce, e non solo consuma beni e servizi o, nel nostro caso, servizi sociali di emergenza.

  3. Alessandra Gregori Rispondi

    La cosa che mi colpisce di più non è tanto la differenza con gli altri paesi industrializzati, in quanto penso che debbano essere considerati anche dei fattori “culturali” (la donna italiana ha una cura della casa che non hanno le donne americane e dunque forse si spiega il maggior tempo della donna italiana dedicato al lavoro domestico); ma in particolare mi colpisce il fatto che questo tipo di lavoro non remunerato non venga minimamente riconosciuto, almeno come valore, dal contesto nazionale e che, non essendo quantificato, sfugge soprattutto agli occhi degli stessi uomini che vivono assieme alle proprie donne: questa forse è la cosa grave da considerare Certo è vero anche che gli uomini fanno dei lavori più pesanti fisicamente e quando arrivano a casa hanno bisogno di riposarsi, ma la cosa che non è ancora entrata nella testa dell’uomo è la continuità delle faccende domestiche e il fatto che non sta aiutando la propria donna per farle un favore, ma che è un suo dovere da espletare ogni santo giorno, proprio come fa la donna. L’uguaglianza parte dalla mente, dal considerare uguale il peso familiare, pur mantenendo ruoli, compiti diversi perché l’uomo e la donna sono diversi.

  4. fernanda Rispondi

    D'accordo con il super lavoro delle donne rispetto agli uomini, ma vogliamo remunerare in maniera indiretta questa extra attività? considerato che nessuno ci pagherà per i lavori domestici, che almeno vengano rimborsate adeguatamente le spese che le donne affrontano per fare accudire figli e casa a terzi (visto che noi dobbiamo lavorare). Auspico che finalmente questo paese affronti seriamente il tema della tassazione su base familiare e dei sistemi di accesso ai servizi sociali (es asili nido e scuole materne).

  5. maria di falco Rispondi

    E' la classica questione del valore di scambio e del valore d'uso. Il lavoro domestico non è monetizzato quando è reso all'interno della famiglia e per tale motivo non ha neppure dignità di comparire nei bilanci nazionali ! Credo che sia una grande ingiustizia ed un'opportunità perduta se si vuole uscire da una logica puramente monetaria.Io credo che nella contabilità nazionale di deve tener conto della "produzione invisibile", perchè la questione non è solo contabile. E' questione, infatti, di valori e di impostazione della società e della convivenza civile. Se si facesse emergere il lavoro invisibile delle donne è come se si dicesse che nella società non sono importanti solo le merci ed il denaro, ma che sono ugualmente importanti il senso di coesione sociale, la costruzione dell'identità dei bambini, la trasmissione degli affetti, la cura delle persone deboli, il lavoro di organizzazione della famiglia, l'economia domestica.. In Finlandia esiste un "satellite account of household production", ma credo che il lavoro domestico ancora non stia nel bilancio della contabilità pubblica.

  6. lucia Rispondi

    Il maschio italiano ha un difetto aggiuntivo: si ritiene capace di supportare la donna con aiuti domestici generalizzati. il problema è l'una tantum ed il non considerare l'urgenza e la continuità del lavoro domestico. Il lavoro domestico non viene considerato una priorità ,lo si vede con l'abbandono delle case da parte dei nostri anziani una volta scomparso il coniuge femmina. lo si vede nel modo in cui non viene spiegato ai figli l'obbbligo alla collaborazione nell'ordine dell'abitazione. ma lo si vede a tavola in quelle famiglie (come la mia ) che spero diventino sempre meno, dove non c'è strepito o esigenza di bambino che possa distogliere il papà dall'ascolto di una notizia interessante. eppure abbiamo lavorato entrambi 10 ore complessive nei nostri rispettivi luoghi di lavoro. Per gli uomini l'ambiente domestico è un rifugio per rilassarsi, per le donne è un banale ulteriore secondo ( o terzo) lavoro. Per gli uomini vale bene la pena di una spesuccia al supermercato, arrivando raggianti con la borsina piena di cose che erano già nel frigorifero. Loro si che entrano nelle statistiche degli uomini che lavorano in casa con la compagna. Grazie signora monti

  7. Francesco Franceschi Rispondi

    Probabilmente, studiare l'evoluzione nel tempo della quantita' di tempo dedicata a market work, home production and leisure, ci darebbe modo di capire meglio quanto sia importante la "disuguaglianza di tempo". Se guardiamo ai dati per gli Stati Uniti (Aguiar and Hurst: "Measuiring Trends in Leisure: The Allocation of Time over Five Decades"), vediamo che c'e' una certa convergenza tra uomini e donne. Sarebbe interessante sapere se la stessa convergenza, magari piu' lentamente, stia avendo corso pure in Italia.

    • La redazione Rispondi

      Nello studio cui faccio riferimento nell’articolo si comparano dati relativi agli anni 1988/89 con dati 2002/03. Nel 1988/89 le donne dedicavano ad attività lavorative (market work + household production) 72 minuti più degli uomini. Nel biennio 2002/03, tale differenza sale a 75 minuti, crescendo di 3 minuti. Anche i dati sul tempo libero sono sorprendentemente simili. Certo servirebbe una serie storica ben più completa, ma il dato dà una prima indicazione della stabilità del risultato per il contesto italiano.

  8. Angela Vicino Rispondi

    Ci voleva uno studio per accorgersene? A spanne direi che una donna lavora il DOPPIO, non 75 minuti in più o giù di lì. E vogliamo parlare del lavoro "in multitasking"? cioè quando si risponde al telefono ad un figlio dall'ufficio o si parla al cellulare al proprio capo mentre si è al supermercato o si pensa alla cena della sera mentre si riempie un foglio excel o si decide cosa scrivere domani mentre si stira? O vogliamo parlare di quando si salta la palestra per portare un figlio dal dentista... potrei continuare all'infinito.

    • La redazione Rispondi

      Tenga conto che il dato di un’ora e un quarto è un dato medio che si riferisce a tutta la popolazione tra 20 e 74 anni, compresi single e nuclei senza figli. E’ più che probabile che, come lei mi sembra suggerire, le donne con figli contribuiscano ad alzare la media...

  9. Simone Scarpa Rispondi
    L’articolo è molto interessante ma vorrei fare due domande all'autrice. In primo luogo, perché Germania e Olanda vengono definiti come paesi “anglosassoni”? Questo accade ben due volte nell’articolo. Inoltre nell’abstract si anticipa che “il dato spiega perché rimaniamo uno dei paesi industrializzati con la più bassa percentuale di donne attive sul mercato del lavoro remunerato”. Questa ipotesi viene poi ribadita nelle conclusioni: “Alla luce di tale dato appare più chiaro perché l’Italia rimanga uno dei paesi industrializzati con la più bassa percentuale di donne attive sul mercato del lavoro remunerato”. In sostanza mi pare di aver capito che (implicitamente) si sostiene che: - i lavori per le donne sarebbero disponibili “qui e ora” fuori dalla mura domestiche; - tuttavia l’enorme carico di lavoro di cura che grava sulle spalle delle donne italiane ostacola il loro accesso nel mercato del lavoro. Si esclude cioè che il nesso di causazione possa essere inverso e cioè che sono anche le caratteristiche del mercato del lavoro italiano a causare la bassa partecipazione delle donne al mercato del lavoro e il loro "ripiegamento" nella sfera domestica.
    • La redazione Rispondi

      Sono assolutamente d’accordo che sono anche le caratteristiche del mercato del lavoro a disincentivare la partecipazione femminile. L’implicazione funziona in entrambi i sensi. Pensi, ad esempio, alle donne che smettono di lavorare una volta avuto un figlio. Da una parte, tale fenomeno può essere imputato ad un mercato del lavoro ancora restio ad offrire quella flessibilità di orari che consentirebbe di meglio conciliare impegni familiari e di lavoro (non solo alle donne, naturalmente). D’altra parte, in Italia la condivisione dei carichi domestici tra uomini e donne è ancora particolarmente sbilanciata (i dati sull’uso del tempo lo confermano), e questo può in molti casi determinare la scelta (l’obbligo?) per le donne di uscire dal mercato del lavoro.
      Il termine “anglosassone” è comunemente usato nello studio cui faccio riferimento nell’articolo, e mi sono limitata a riportarlo per comodità... Se non erro (e non ci metterei la mano sul fuoco…), gli anglo-sassoni sono una popolazione di origine germanica, che è poi migrata in Gran Bretagna (passando per i Paesi Bassi ed altre regioni affacciate sul Mare del Nord). Per questo il termine può essere usato per accomunare questi paesi, anche se concordo che questa accezione non è la più comune.

  10. matilde braidotti Rispondi
    L'interessante studio spiega perchè il 31-1-2005 il Sole 24 Ore ha pubblicato una interessante tabellina, da cui risultava che, introdotta per legge la possibilità di un superbonus previdenziale per chi rimanesse in attività pur avendo i requisiti per la pensione, nel settore industria la percentuale di domande, pari al 59,57%, fosse pervenuta per il 55,38% da uomini e per il 4,49% da donne. La stanchezza spiega tutto.
  11. Valeria Maione Rispondi

    Davvero complimenti a Paola Monti per essersi indirizzata in un percorso non facile ma, a mio avviso, decisamente interessante. Non possiamo sentirci di punto in bianco più ricchi, ma almeno le donne si sentiranno maggiormente valorizzate! Mi piacerebbe conoscere lo studio in maniera più dettagliata. E sarei disposta ad ospitare nella mia città l'autrice per un incontro pubblico sul tema. Non sono portata all'invidia ma un pizzico di sana invidia nei confronti di Paola la provo, per aver messo un mattone consistente alla creazione di un PIL ... rosa, che è da anni il mio pallino. Valeria Maione Consigliera di parità della Regione Liguria e docente di Economia del lavoro all'Università di Genova