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  1. Alessandro Rispondi
    Condivido in pieno quanto esposta da Vittorio Tauber nel suo commento
  2. Vittorio Tauber Rispondi

    L'osservanza delle leggi di uno stato da parte dei nuovi arrivati è un principio irrinunciabile di ogni stato di diritto, e dove un determinato costume degli immigrati confligga con le leggi non c'è spazio per questo costume, fino alla sanzione, ove necessaria. L'integrazione alla francese funziona molto meglio complessivamente della comunità di comunità (stato tribale) anglosassone, peraltro ormai sconfessata dallo stesso governo britannico. Nessuno chiede ai francesi di origine maghrebina di abbandonare la propria religione. Ma il patriottismo repubblicano li trasforma in quello che già sono, cittadini francese, al di là della religione, non nostalgici di luoghi che non hanno mai visto e dove presumibilmente non torneranno mai, nè lo faranno i loro figli. Se invece si ritiene che un'attiva pratica religiosa sia la conditio sine qua non per socializzare un buon cittadino, poi i conti non tornano e non noi riusciamo a spiegare come mai certe comunità alloctone restino ghettizzate o si autoghettizzino. Di più, se riteniamo imprescindibile per alcune minoranze religiose l'attaccamento tradizionalistico, potenzialmente antagonista dello stato di diritto, è impossibile, sia a livello di buoni argomenti che nella prassi, negare la stessa potenziale prevaricazione alla maggioranza religiosa dello stato.

  3. Alex Rispondi

    Sono in disaccordo con la maggior parte dei commenti qui riportati. E' vero che non è strettamente necessaria l'integrazione nè tantomeno auspicabile in alcuni casi, ma per quanto riguarda i musulmani bisogna tenere conto del fatto che per loro la laicità è un concetto totalmente alieno. In un commento ho letto che secondo l'autore l'importante è che vengano rispettate le regole del paese ospitante. Qui sta il nocciolo della questione. Un musulmano praticante e strettamente aderente alla propria fede non riconosce leggi che non siano quelle del corano. Questo aspetto viene spesso sottovalutato o sottostimato dai sostenitori della non necessità di integrazione. Non è accettabile per un paese laico l'idea che i precetti religiosi vengano prima delle norme comportamentali imposte dallo stato, mentre questo è assolutamente normale per un musulmano. Dovremmo quindi rinunciare alla laicità che abbiamo guadagnato in 500 anni di faticose (e spesso sanguinose) rivoluzioni culturali per accogliere questi migranti?

  4. Andrei Rispondi

    Faccio notare che le dinamiche di immigrazione italiana negli usa hanno portato ad assimilazione, ad una rinuncia delle tradizioni e lingua del paese d'origine, si voleva appunto diventar americani...ma questo non è auspicabile... il vero fulcro su cui è efficace agire è come detto sotto in un altro commento, la colonta di vivere laicamente la propria religiosità. Utopica è la visione di un integrazione totale in una società pacifica, ma è anche l'unica strada percorribile, non si possono bloccare le frontiere e inalzare i muri della Fortezza Europa, è antistorico e controproducente. Personalmente ammiro la devozione mussulmana, il suo grado di intensità e la freddezza (a volte eccessiva è vero) verso le ricchezze terrene: è indice di tenacia e convinzione, fattori scarsi soprattutto nelle nuove generazioni di cui io faccio parte.

  5. mirco Rispondi
    L'articolo e l'indagine su cui l'articolo si basa, dimostra che l'occidente ha ancora più di ora, bisogno di una organizzazione e di una mentalità laica che consideri le religioni pure esigenze strettamente personali.E questo per tutte le religioni.Se non si capisce questo non si risolverà mai il problema dell'integrazione fra culture in cui la religione è così importante.In Italia la classe politica questo non lo ha capito.In Italia rimangono atteggiamenti della politica confessionali di favore per la religione cattolica per giungere ad atti come quello di sporcare con sterco di maiale aree in cui dovrebbero sorgere moschee. Siamo al medioevo complimenti ai vari Borghezio, ai Casini sui pacs e via compagnia cantando.
  6. Angelo Danio Rispondi
    Non riesco a capire perchè i mussulmani in particolare ma a più grande respiro tutti i migranti, che per la maggior parte vengono nel mondo occidentale per cercare lavoro, debbano integrarsi alla nostra cultura, modo di vita e perchè no anche religione. È necessario che rispettino leggi, regolamenti, usi e costumi in pubblico, ma con questi limiti a mio avviso dovrebbero rimanere liberi di aderire ai loro valori. Questo è il mio concetto di libertà. Tra l'altro molti di loro considerano l'espatrio una fase temporanea necessaria per realizzare progetti nella loro patria, quindi a maggior ragione non sentono il bisogno di integrarsi. Angelo
  7. marco lodi Rispondi

    la ricerca sembra ridimensionare le opinioni di Inglehart sul rapporto religiosità-povertà. Bisogna dire, però, che la ricerca appena pubblicata in Italia non differenzia il campione per tipo di religione ma utilizza la categoria "la religione é importante per te" usando una scala simil Likert per la risposta. Userò il lavoro inglese nel lavoro di consulenza alla scuola secondaria superiore a obiettivo integrazione degli allievi immigrati di seconda generazione. Grazie. M.L. (Psicologo di Consultoriogiovani-Consultorio Familiare ASLMantova)

  8. U.G. Rispondi

    La ricerca conferma che un margine di rigorismo è connaturato alla popolazione di religione musulmana residente in occidente. Ciò ritengo sia dovuto oltre che al dettato della religione stessa anche alla sostanziale mancanza di significativi innesti di cultura laica nella loro storia. Nonostante ciò la necessità di un'integrazione è un obiettivo irrinunciabile che si può cercare di perseguire mantenendo ben salda l'esigenza di aderire ai principi fondanti della cultura del Paese ospitante. E' tra questi ci dovrebbe essere l'abitudine a vivere liberamente ma anche laicamente la propria fede religiosa. Credo che,nel caso specifico,questa sia la premessa pressochè esaustiva per poter costituire una Società sufficientemente omogenea e pacifica. L'accettazione indiscriminata di usi contrari alla cultura del Paese ospitante,in nome di un malinteso liberismo culturale, produce un multiculturalismo il cui dato connotativo per eccellenza finisce per essere una rischiosa separatezza.

  9. Maurizio Ambrosini Rispondi

    Mi permetto di dissentire sull'impostazione dell'articolo: si presuppone che l'integrazione sociale degli immigrati dipenda dall'abbandono delle convinzioni e pratiche religiose. Esiste un'ampia letteratura nord-americana, purtroppo poco nota in Europa, che sostiene il contrario: la conservazione e rielaborazione dell'identità religiosa può essere una modalità di integrazione in una società pluralista. Nella tradizione sociologica e politologica, d'altronde, la religiosità si correla con il rispetto delle norme e con comportamenti socialmente apprezzati (v., per es., il noto libro di Putnam). cordiali saluti maurizio ambrosini, docente di sociologia dei processi migratori, università di Milano

  10. Giuseppe Caffo Rispondi

    Questa indagine molto interessante conferma una mia ipotesi:l'integrazione di popoli e culture diverse è auspicabile e vantaggiosa quando costoro mostrano qualche affinità all'origine ma soprattutto la esplicita volontà delle minoranze ad integrarsi. Molti Europei emigrati in America volevano integrarsi e diventare Americani. Attualmente in Europa si dovrebbero attuare politiche di governo dell'immigrazione, tenendo conto di questi principi.