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LA RETE E LE REGOLE DELLA LEGGE

La retromarcia e le molte precisazioni che il governo ha diffuso dopo l’iniziale presentazione del disegno di legge sulla riforma dell’editoria confermano come sia estremamente arduo provare a regolare una materia quella dei molti prodotti e siti della rete. E come sia raccomandabile una linea estremamente cautelativa nell’estendere al mondo variegato e in continua mutazione di Internet quei controlli e garanzie attuate nel più tradizionale mondo dell’informazione.

Il disegno di legge sulla riforma dell’editoria presentato nel Consiglio dei ministri del 12 ottobre ha suscitato in pochissimo tempo un diffuso allarme legato principalmente agli obblighi di registrazione e alla conseguente applicazione della disciplina sulla diffamazione ai molti prodotti e siti del mondo Internet. In modo efficace quanto strumentale, l’immagine che si è diffusa è quella di una manovra per imbavagliare i blog, primo tra tutti il "blog per eccellenza" di questi ultimi tempi, quello promosso e gestito da Beppe Grillo.
Il governo è intervenuto a più riprese attraverso il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Levi per chiarire le intenzioni del disegno di legge. Ribadendo che le nuove misure vogliono uniformare il trattamento per le pubblicazioni tradizionali e quelle che utilizzano unicamente il supporto della rete, senza tuttavia volere estendere obblighi e controlli al variegato mondo di Internet.
All’Autorità delle comunicazioni, in sede attuativa, l’arduo compito di tracciare i confini tra pubblicazioni professionali via Internet e blog.
Conviene dividere il commento a questa vicenda in due punti. È giustificato l’obiettivo di estendere la regolamentazione e gli obblighi di obiettività anche all’attività editoriale via Internet? È la cura proposta adatta, o rischia di debordare in una serie di oneri nel migliore dei casi inutili e nel peggiore forieri di un controllo eccessivo?

La diffamazione a mezzo stampa

La materia della diffamazione a mezzo stampa è un elemento delicato nella regolamentazione del mondo delle informazioni. È intesa a garantire i soggetti da informazioni inesatte o calunniose, e trova la sua giustificazione ultima nell’impossibilità dei soggetti calunniati di accedere, almeno con uguale evidenza, ai mezzi di informazione in modo da ottenere una rettifica. Così come si motiva per il fatto che la semplice rettifica in molti casi non può cancellare gli effetti negativi della notizia iniziale. Questo vale per la reputazione delle persone così come per gli effetti che determinate notizie possono avere sui mercati.

Da questo punto di vista il mondo di Internet sembrerebbe offrire una possibilità di entrata più semplice e meno costosa per quanti volessero diffondere in rete delle rettifiche rispetto a notizie inesatte o false: rispetto al mondo dell’informazione tradizionale, le barriere all’entrata su Internet sono infatti molto più basse in termini di costi, infrastrutture e know-how. In fondo, si potrebbe obiettare, il ministro Mastella dispone di un proprio blog con cui rispondere alle critiche rivoltegli da altri blog. Ma le barriere all’entrata non sono tuttavia assenti. Né occorre dimenticare che il semplice accesso alla rete non equivale alla capacità di raggiungere il pubblico di quanti hanno raccolto la notizia falsa. Un sito che si è oramai guadagnato un ampio pubblico di fedeli internetnauti è in grado di raggiungere una audience molto ampia, che solo in minima parte sarebbe raggiungibile da chi volesse diffondere la smentita.
Esistono altri incentivi che possono limitare l’uso distorto di Internet per diffondere notizie non vere? Il meccanismo fondamentale, che ad esempio governa un sito come lavoce.info è quello della reputazione dei propri membri. Reputazione custodita attraverso la politica di trasparenza del sito e attraverso le regole interne che richiedono di non intervenire laddove vi sia un conflitto di interessi, ad esempio derivante da incarichi istituzionali temporaneamente rivestiti da qualche redattore. Reputazione che spiega la pronta smentita che la redazione de lavoce.info ha inviato al quotidiano La Repubblica quando Eugenio Scalfari ha sostenuto un forte pregiudizio nei commenti sulla politica di bilancio del governo Prodi rispetto al governo Berlusconi.

La reputazione non è un toccasana

Ma la reputazione non è un toccasana generale. Può essere uno strumento potente per chi, come lavoce.info, pur svolgendo un ruolo continuativo di informazione, è promosso da persone che hanno in gioco essenzialmente solo la propria credibilità professionale. È stata probabilmente un elemento importante nel costruire la popolarità del blog di Beppe Grillo, tra i primi a individuare, spesso in anticipo sulle inchieste della magistratura, fenomeni patologici del mondo della finanza.
Un sito gioca la propria credibilità ogni giorno attraverso l’esattezza delle informazioni che diffonde. Quando i propri lettori chiedono al sito esattezza e non partigianeria. Ma l’autocontrollo indotto dalla reputazione in gioco inizia a essere meno efficace quando cambia la natura del pubblico raggiunto, o quando mutano le ragioni dell’identificazione del lettore con il proprio sito preferito. Un sito partigiano che si rivolge a un pubblico partigiano non vede in gioco la propria reputazione per il fatto di diffondere notizie inesatte, così come molti giornali apertamente schierati con una parte politica non vedono diminuire la reputazione, ma semmai accrescere le ragioni di fedeltà, quando diffondono notizie distorte o anche false a sfavore della parte politica avversa. In questo senso la reputazione di per sé non è sufficiente a garantire trasparenza e correttezza dell’informazione quando altri siano gli interessi in gioco nel mezzo di informazione e nei propri lettori.  
Il problema della asimmetria tra potenziale calunniato e potenziale calunniatore quindi rimane anche nel mondo di Internet, un fallimento del mercato che può giustificare un intervento pubblico di regolamentazione.   

Difficile regolare Internet

Ma qui si entra nel secondo aspetto, relativo alla possibilità di individuare una cura che non peggiori la situazione. Il problema in questo senso sta tutto nell’estrema difficoltà di regolare per legge un mondo variegato e in continua mutazione come quello di Internet, dove coesistono moltissimi format e contenuti differenti, e dove occorrerebbe tracciare il confine per individuare quali dovrebbero essere soggetti a regolamentazione e quali non dovrebbero esserlo. Non è da questo punto di vista il format l’unico elemento che conta: un blog come quello di Grillo svolge un ruolo di informazione del tutto analogo a un mezzo di informazione, data l’ampiezza del pubblico raggiunto e dei temi trattati. Ma dal punto di vista del format non è molto diverso dai blog amatoriali. Prodotti editoriali su Internet possono avere impatto, frequenza di aggiornamento, copertura di temi molto diversi, rendendo i problemi sopra discussi rilevanti o meno.
La retromarcia e le molte precisazioni che il governo ha diffuso dopo l’iniziale presentazione del disegno di legge confermano come sia estremamente arduo provare a regolare una materia di questo genere. E come sia raccomandabile una linea estremamente cautelativa nell’estendere al mondo di Internet quei controlli e garanzie attuate nel più tradizionale mondo dell’informazione.  

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13 commenti

  1. Alberto Cottica

    Non sono del tutto convinto dall’argomentazione "fallimento del mercato" proposta da Polo in questo articolo. Con la stessa argomentazione, parola per parola, si arriverebbe alla conclusione che Wikipedia è esposta ad ogni tipo di abuso, e che quindi il regolatore dovrebbe intervenire. Piccolo problema: Wikipedia funziona. Gli abusi ci sono, ma vengono trovati e corretti a velocità impressionante. Chris Anderson ci ha spiegato bene come la rete sia "fuzzy" e stocastica, per cui la singola voce di Wikipedia o la singola notizia abbia una probabilità relativamente alta di essere poco accurata o del tutto falsa, ma Wikipedia o la blogosfera nel loro complesso sono molto più affidabili delle loro controparti offline. Quindi non so quanto senso abbia adottare un approccio individualista metodologico questo problema; in attesa di capire meglio il problema, preferirei che la classe politica si occupasse di correggere i fallimenti del mercato di vecchio tipo. Ce ne sono ancora molti, per esempio nel campo della televisione.

  2. Leifaden

    Se un vero obiettivo esiste, ovviamente. Il DDL Levi-Prodi sembra ripercorrere lo stesso confusionario iter della legge 62/2001: definizione ampia di "prodotto editoriale" (tanto ampia da suscitare vibranti proteste), obbligo dell’iscrizione al ROC, disciplina dei contributi statali, sostegni di vario tipo all’editoria. Allora il garante per le comunicazioni chiarì che erano tenute all’iscrizione al ROC solo le imprese editoriali che chiedevano contributi, agevolazioni e provvidenze. La legge 39 del 2002 (art. 31, punto a) impegnava perfino il governo ad esplicitare che era tale l’ambito di applicazione della 62/2001. Ora sembra che, ignorando il precedente, si ripeta la stessa confusione: ampia definizione di "prodotto editoriale", tanto ampia da suscitare vibranti proteste, obbligo di iscrizione al ROC, ecc. Tra le novità, colpisce — per la cura con cui è trattata — la disciplina del mercato della pubblicità. E poi le smentite, il rinvio alle competenze del Garante (eretto a titolare di potere legislativo!), le scuse per non aver letto bene il DDL (!), la dichiarata volontà di non imbrigliare il web (perché non sarebbe praticabile….!). In questo confuso minestrone si leggono anche note sparse sulla diffamazione (che non pare proprio oggetto primario del DDL) e sulla tutela del diritto d’autore. Sarà anche raccomandabile "una linea estremamente cautelativa", ma sembra ancora più raccomandabile una maggiore chiarezza, ovvero una maggiore professionalità.

  3. andrea cortese

    La normativa è poco chiara, secondo la stessa dovrebbe essere l’Autority, tramite l’adozione di un regolamento di attuazione, ad indicare con maggiore precisione i modi ed i requisiti. Regolamentare la materia è una cosa complicata, di tipi di Blog ne esistono vari tipi, dal blog gestito dall’azienda da cui ne può trarre profitto, sino al blog gestito dal privato in cui vengono inseriti banner, e pubblicati articoli, traendone dallo stesso dei profitti, e viene subito da domandarsi se il blog in questione rientra nella fattispecie della norma. La percezione della cosiddetta blogosfera, non è stata positiva, per molti non è un tentativo di regolamentare ma di inbavagliare. La legge deve regolamentare ma senza pregiudicare la libertà di pensiero e di parola dei cittadini.

  4. OneEnergyDream

    Buongiorno, la tematica della rete e dei suoi limiti, è stata per tempo messa da parte, ma è giunta l’ora di pensarci seriamente. Come ogni volta, l’attenzione è stata richiamata dall’uso dello strumento per fini che nessuno aveva pensato, come quest’ultimi tempi si vede con i blog denuncia e insulti. Il problema esiste, e non vale la pena negarlo, ma per affrontarlo bisogna ricorrere ad esperti del settore, sia dal punto di vista tecnico che dal punto di vista "etico". Basta con le leggi fatte da chi non sa accendere neanche il computer, in questo come in tutti i campi bisogna portare a scegliere chi ne è capace. In questo modo le scelte sarebbero consapevoli e sicuramente migliori. http://oneenergydream.blogspot.com/

  5. Enrico Marchesi

    Il problema principale è che con la diffusione dei blog il sistema di informazione tradizionale rischia di essere stravolto. L’assetto verticistico dei mass media convenzionali (giornali e TV) viene di fatto scavalacato dalal comunicazione orizzontale di internet. Il tentativo di regolamentare la rete non deriva dalla necessità di tutelare diritti, ne tantomeno di assicurare la qualità o la veridicità delle informazioni trasmesse. Al riguardo basta considerare l’assoluta inadeguatezza dei canali di informazione tradizionali (qualcuno ha mai visto una edizione del TG1?). Il sistema dei blog, in quanto libero, mina la capacità di utilizzare i mass media come strumento di controllo sociale. Da qui deriva l’esigenza di imbavagliare il sistema.

  6. giuliano

    Credo che quella contro la rete sia una battaglia persa, si arriverebbe solo ad avere dei blog più ‘carbonari’. La verità della rete, è la forma piu’ democratica che esiste, in TV chi riesce ad andarci dice la sua verità che finisce per essere LA verità di tutti. In rete ognuno dice la sua, però la velocità con cui trovi l opinione di tanti ti fa trovare un tipo di verità importante: quella dei più. Infine è giustissimo far notare come l’audience di questa comunicazione si conquista con la reputazione e quindi con la meritocrazia (questa sconosciuta) e non per oligopolio di mezzi informativi. Se Beppe Grillo avesse detto su Parmalat, Telecom, Fazio, etc. etc. delle balle colossali, oggi il suo blog non sarebbe così seguito e sarebbe scattata la censura naturale, quella democratica dell’interesse e della fiducia dei lettori.

  7. Marco Tamanti

    Credo che Alberto Cottica abbia centrato il problema. Le pubblicazioni su internet non sono assimilabili a quelle stampate: seguono una filosofia ed una logica diverse. Tentare di inserire dei limiti assicura il non funzionamento di internet e la cura porterebbe solo danni. Le regole rallentano le smentite e le correzioni, che facilmente potrebbero arrivare da piu’ fonti, mentre l’articolo diffamatorio troverebbe comunque spazio facilmente. In questo momento storico è facile pensare che chi voglia introdurre delle limitazioni abbia paura della verità piuttosto che della menzogna, ma questo è da dimostrare.

  8. mimmo

    la rete é un prezioso strumento di informazione e conoscenza. una classe politica mediocre e ottusa se ne occupa solo per limitare, controllare, arginare. nessun piano di investimento per sviluppare e garantire il miglior accesso alla rete da parte dei cittadini. questa classe politica é un freno a mano tirato.

  9. Gianluca Vecchio

    Un certo Signor G diceva dall’alto della sua sensibilità artistica, umana e politica (poilitica, non partitistica, se no mi si offende l’anima): "Libertà è partecipazione". Per sentirsi davvero liberi – concetto più importante della democrazia – bisogna poter partecipare, scrivere, dire e far leggere soprattutto le proprie idee. Questo, ad oggi, non è mai stato possibile, se non da qualche tempo con l’utilizzo dei Blog, degli msn/space e vario d’altro. I giornali sono stati per anni la finzione sociale dietro la quale si nascondevano i partiti, bassissima espressione di illegittimità a proferire parola. Se anche Mastella ne ha uno suo… Basta, non vi pare?

  10. Paolo Franchi

    Premetto che il mio commento è del tutto disinteressato, visto che non sono titolare di nessun sito o blog, sono solo un assiduo frequentatore "passivo" della rete. A mio parere, una certa forma di controllo e regolamentazione, anche minima, della giungla di blog, siti personali, luoghi di incontro virtuale e di scambio di opinioni attualmente presenti in internet è necessaria, anche perchè in un contesto in cui ognuno può dire ciò che vuole è sempre più difficile distinguere tra notizie reali, faziose o addirittura inventate. Tuttavia sono anche convinto del fatto che tale regolamentazione non può essere coatta, per due motivi: primo, per non soffocare lo spirito anti-censura di internet e secondo per la oggettiva difficoltà tecnico-giuridica di inquadrare in categorie prestabilite i vari prodotti in continua evoluzione presenti sulla rete. Allora, perchè non rendere conveniente per un blogger l’essere regolato dalle leggi sull’editoria, attraverso, ad esempio, pratiche semplificate e gratuite, sgravi fiscali sulle eventuali inserzioni pubblicitarie, o altre misure del genere? Si potrebbe anche promuovere l’iscrizione al registro come una specie di "marchio di qualità" per siti e blog, in cui chi accetta di stare a certe regole ottiene come una certificazione della serietà delle notizie e dei commenti pubblicati. Certo tutto questo presuppone l’istituzione di una ulteriore autoritò di controllo e regolamentazione, ma per tutto c’è un prezzo da pagare… Saluti!!

  11. moderatamente.com

    Se si vuole evitare un’inaspettata fine di internet nel nostro paese invitiamo i lettori a postare nei blog di tutti i politici affinché evitino di far passare una legge anti-democratica.

  12. Luca Parlante

    Gentile signor Polo. Il suo articolo non mi è piaciuto. Condivido la sua compassione per le difficoltà in cui versa il governo quando si affanna (quando si affretta) a fare la legge che ha fatto Levi. Ma non condivido il suo tentativo di far passare per scontato il messaggio che il governo è in buona fede. Condivido invece con Grillo il sospetto contrario. Inotre, signor Polo, se lei volesse fare informazione non partigiana, dovrebbe guardare i fatti nella loro interezza e non solo in parte. Per esempio, è vero che la diffamazione è un problema, ma ha valutato la portata del problema di non poter scrivere in anonimato? Per consentirmi di inviare questo commento, lei mi obbliga a identificarmi. Lei si rende conto che questo limita la mia libertà di parola e, soprattutto, in un regime "controllato" subordina l’espressione al rischio di ritorsioni governative? Ecco, io tra rischiare di essere diffamato e rischiare di essere "arrestato" per aver espresso un’idea non condivisa preferisco essere diffamato. Come tra libertà di espressione e tutela del copyright io preferisco la prima. Certe volte la vita è questione di scelte. Se poi lei ha un’idea risolutiva la esprima liberamente. Ma non pretenda di farmi dare per buono che io non debba poter scrivere liberamente per tutelare il diritto di Mastella a non essere diffamato, per piacere, si vergogni. Concludo facendole osservare che quando la diffamazione di un comunicatore diventa pericolosa, vuol dire che ha un sito frequentato da migliaia di persone. La sua identità è nota. Per perseguirlo per diffamazione non occorre che si registri al tribunale. Cordialmente, ma con un po’ di disprezzo. PS: Ora provo a postare in "semi-anonimato". Se ci riuscirò sarà solo perché il legislatore non ha ancora finito di organizzarsi per bene. In compenso però lei sa bene che se un’organo governativo volesse rintracciarmi per davvero, ci riuscirebbe comunque senza troppe difficoltà.

    • La redazione

      Gentile Signor Parlante,
      la ringrazio dei commenti, che tuttavia faccio fatica a collegare a quanto ho espresso nel mio articolo. Essenzialmente mi sembra lei mi accusi di non condividere il sospetto, che in poche righe diventa certezza, che il Governo intenda imbavagliare i blog e rintracciare e perseguitare quanti esprimono liberamente la propria opinione. Non ho francamente elementi per avvallare e condividere questa tesi, che spero per tutti noi si riveli errata. Ho tuttavia dalla sua risposta la netta impressione di uno scarso interesse a valutare nel merito gli argomenti da me proposti e una spiccata tendenza a leggere tutto come una guerra di religione nella quale occorra schierarsi. Se ritiene che il mio pezzo sia stato scritto per difendere l’Onorevole Mastella temo non abbia colto lo spirito dei miei argomenti. Mi chiedo tuttavia perchè avrebbe gradito l’anonimato per potermi dire di vergognarmi e per esprimermi il suo disprezzo. Forse, se teme così tanto anche nel rivolgersi a un privato cittadino come me, dovrebbe fermarsi un attimo e riflettere.
      Senza disprezzo

      Michele Polo

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