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TRE RIVOLUZIONI CONTRO LA PRECARIETA’

Per uscire dal dualismo del mercato del lavoro sono necessarie tre rivoluzioni: abbandonare l’idea che il posto fisso possa continuare a essere la normalità, istituire un reddito minimo garantito a tutti i cittadini e tutelare la contrattazione collettiva come base contrattuale. L’Italia si prepara a decenni di rilevanti cambiamenti strutturali, in quel che produciamo e in come e dove lo produciamo. Controproducente illudersi che la flessibilità del salario permetta di sopravvivere alla produzione di merci a basso contenuto tecnologico.

È sotto gli occhi di tutti: negli anni l’Italia ha generato un forte dualismo nel mercato del lavoro. Chi è dentro è dentro, e ha tutte le tutele, chi è fuori è fuori, e non ne ha nessuna. La divisione rispecchia in parte le sorti di due generazioni: da un lato i lavoratori più anziani, tranquilli e tutelati, dall’altro i giovani, flessibili e preoccupati. I primi, blindati da contratti più stabili di matrimoni, hanno fatto crescere una generazione di figli e nipoti pensando, "sapendo", che la normalità è il posto fisso.

Stabili e flessibili

La stabilità completa dell’impiego implica per i lavoratori anche stabilità del reddito, grazie al predominante ruolo della contrattazione collettiva. Questa seconda importante stabilità non è data invece a chi il posto fisso non ce l’ha: sussidi di disoccupazione o sostegni generalizzati al reddito sono previsti solo come eccezionalità, nel caso estremo di crisi aziendale, e solo delle grandi aziende, per la verità. Per molti anni questa tutela limitata non è stata un problema: la normalità, si è detto, è il posto fisso.
Possiamo rappresentare la stabilità dell’impiego e quella del reddito con una semplice tabella: la situazione "dei padri" è la casellina in alto a sinistra (bonariamente chiamata "corporativismo"), quella "dei figli" in basso a destra.

Reddito   Impiego
  Stabilità Flessibilità
Stabilità Corporativismo SU
Flessibilità CU Precarietà

Come si è arrivati alla flessibilità estrema sia dell’impiego che del reddito? Semplicemente, a fronte del fallimento della società nel trovare un posto fisso a ognuno (e soprattutto a ognuna) si è pensato che la completa flessibilità del mercato avrebbe garantito una spontanea convergenza verso la piena occupazione. Lasciamo che ogni lavoratore sia retribuito per quel che vale, e che ogni azienda paghi quanto può e vuole: la concorrenza tra lavoratori e tra aziende farà il resto. Tale proposta si accompagna al consenso crescente, anche da parte dei sindacati, sul ruolo sempre maggiore da attribuire alla contrattazione aziendale, al fine di garantire che le imprese più dinamiche e produttive offrano salari migliori, stimolando così il trasferimento dei lavoratori verso i settori in crescita.

Questa soluzione, prima ancora di conoscerne l’effettiva efficacia, si è ormai dimostrata socialmente e politicamente insostenibile.

I limiti del "contratto unico"

Meno chiara è la via di uscita. Il problema è come non abbandonare i giovani nelle fauci della casellina "precarietà", senza tornare in quella altrettanto insoddisfacente della disoccupazione e dipendenza dagli anziani, quando vigeva la casellina "corporativismo".
Una soluzione allo studio in Francia, proposta in Italia da Tito Boeri e Pietro Garibaldi su lavoce.info, è il contratto unico (nella tabella, casellina CU in basso a destra, più o meno). Si parte, tutti indistintamente, precari, nel senso di lavoratori temporanei in prova, e ai diversi rinnovi contrattuali si aumentano in via automatica le tutele, fino a giungere all’agognato posto fisso. Tale proposta avrebbe il vantaggio di superare i "timori"che le aziende hanno ad assumere, quando costrette a farlo in forme più vincolanti di un matrimonio. Si garantisce così un certo periodo di fidanzamento, per conoscersi reciprocamente e capire se si è fatti l’uno per l’altra. La normalità, in questa visione, rimane comunque l’impiego stabile e a tempo indeterminato, il posto fisso.
Il problema di questa proposta è però la visione statica dell’economia che implica. Nelle condizioni attuali l’Italia si prepara a decenni di rilevanti cambiamenti strutturali: in quel che produciamo, e in come e dove lo produciamo. E non solo a causa dell’incessante progresso tecnologico cui occorre rimanere "agganciati" se si vuole restare tra le più ricche e competitive nazioni al mondo; ma anche per i rilevanti cambiamenti geo-politici, e nella divisione internazionale del lavoro, che stanno seguendo la fine della guerra fredda e l’emersione di grandi economie tra i cosiddetti paesi in via di sviluppo. È controproducente illudersi che la flessibilità del salario permetta di sopravvivere alla produzione italiana di merci a basso contenuto tecnologico, ed è stupido cedere la sfida del lancio di nuove produzioni ad alto contenuto tecnologico.
Una visione dinamica dell’economia impone dunque l’abbandono dell’illusione che un lavoratore possa oggi "nascere e morire" nella stessa azienda, se non per puro caso. Evito di chiamare tale caso una "fortuna" perché sin dai tempi di Adam Smith si discute di quanto svilente ("alienante") possa essere ridurre una persona e un cittadino a lavoratore che ripete da sempre lo stesso mestiere. Scriveva, il padre dell’economia, che così si rischia di diventare "stupidi come un essere umano può diventare" (La Ricchezza delle Nazioni).
La prima rivoluzione – l’abbandono dell’idea che il posto fisso possa continuare a essere la normalità – ne implica una seconda, per evitare di rimanere nella casellina della precarietà e spostarsi invece in alto, nella più equa casellina SU: l’istituzione di un reddito minimo garantito a tutti i cittadini (1), che ne sradichi alla radici la precarietà, non dell’impiego, ma del reddito, questa sì, intollerabile.
Infine, tale visione implica un’ultima rivoluzione: premiare sì l’impegno e la produttività individuale, e non aziendale, ma tutelare la contrattazione collettiva come base contrattuale. Le imprese più produttive e in crescita pagheranno forse salari meno elevati di quanto avrebbero fatto con la contrattazione aziendale, ma potranno riservare più fondi alle retribuzioni individuali, agli investimenti, o – perché no – ai profitti, invitando così a investire in quel settore altre imprese e nuovi capitali alla ricerca di alti profitti.
Le imprese a bassa crescita della produttività avranno invece più difficoltà a tenere il passo, rispetto al regime di contrattazione aziendale che nel loro caso sarebbe "calmierata" dalla bassa crescita dell’azienda: saranno dunque più velocemente e con più facilità espulse da un mercato in cui evidentemente non devono più stare.
Finiranno a Est? Forse, ma non è su loro che una nazione può fondare un avvenire tra le più ricche e competitive economie mondiali.

(1)Per la verità, anche questa proposta è stata inizialmente appoggiata da Tito Boeri proprio su questo sito.

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26 commenti

  1. Francesco

    L’idea di tutelare il lavoratore e non il lavoro alla base di quanto esposto mi sembra buona. Ma ogni buona proposta non può trascendere da qualche considerazione pratica relativa ai numeri: dove e come reperire le risorse per il salario minimo ai disoccupati? per quanto tempo? con quale metodologie reperirle?

  2. Alberto Lusiani

    Come spesso accade, non tener conto del fatto che l’economia italiana è profondamente diversa tra Sud e Centro-Nord invalida buona parte del ragionamento. Un reddito minimo garantito richiede opportuni controlli e limitazioni, che ormai ci sono anche in Svezia e Germania, e che lo Stato italiano non e’ assolutamente in grado di gestire come si vede per gli scandali che con evidenza statistica schiacciante avvengono per le pensioni di invalidita’ fasulle. Il risultato delle misure proposte produrrebbbe: – aumento dell’assistenzialismo sia legale che illegale ma comunque parassitario nel Sud – aumento o comunque mantenimento della disoccupazione a Sud, dove i salari sono superiori alla produttivita’ a causa della contrattazione collettiva nazionale – massima occupazione a Nord, dove i salari sono inferiori alla produttivita’ per lo stesso motivo, tanto che gli "imprenditori" della bassa qualita’ a basso prezzo richiedono persistentemente al Nord immigrati del piu’ basso livello di qualificazione rispetto a tutto il resto d’Europa. Circa le garanzie sul contratto di lavoro indeterminato da ridurre, si tratta di un falso problema, come a volte ammesso a denti stretti da Confindustria: il contenzioso e’ minimo. Il vero problema sono i contratti sindacali nazionali che impongono aumenti per anzianita’ slegati dalla produttivita’, cui Confindustria e imprenditori rispondono con continui tentativi di assumere giovani a basso prezzo licenziando o scaricando sulle casse dello Stato 50enni che gli costano di piu’. E altro vero problema e’ che i contributi per i contratti a termine sono inferiori. Si ridurrebbe sostanzialmente il lamentato dualismo con misure banali, come fissando i contributi dei CoCoCo al 10% in piu’ rispetto ai dipendenti (come dovuto per finanziare i sussidi di disoccupazione piu’ probabili), e legando le retribuzioni CoCoCo al livello medio inclusa l’anzianita’ delle retribuzioni dei dipendenti. Con queste misure le imprese assumerebbero CoCoCo solo per serie esigenze di flessibilita’ e non per risparmiare, e gli assunti guadagnarebbero piu’ dei neoassunti dipendenti come giusto per compensare la flessibilita’.

  3. vittorio nanni

    in linea di principio condivido che arroccarsi sia perdente, ma per passare all’attacco è necessario che un individuo si senta abbastanza sicuro. Una persona è in questo stato se possiede una sufficiente professionalità ed è “allenato” a misurarsi con le più svariate situazioni. Oltre al salario minimo, per un tempo ragionevole, è necessaria la formazione continua “obbligatoria” su basi qualitative e controllate fatta in azienda e fuori dalle imprese; ciò allargherebbe la “visione” e rafforzerebbe-stimolerebbe l’iniziativa del sistema.

    • La redazione

      Mi sembra indiscutibile. Inoltre, come ho scritto nelle "risposte ai commenti", la formazione continua dei lavoratori ha importanti effetti benefici su tutta la società e l’economia nel complesso.

  4. Umberto Fioravanti

    Si discuteva degli stessi argomenti e delle stesse soluzioni trentacinque o quarant’anni anni orsono quando era iniziata la importazione di camicie dall’India e quando l’agricoltura si è trasformata da estensiva in intensiva. Forse la vera rivoluzione consiste nel creare le premesse perchè si formi una nuova leva di imprenditori;se non si crea valore non c’è nulla da distribuire e nulla per investire. Umberto Fioravanti

    • La redazione

      Anche il dibattito sui nostri imprenditori -più interessati alla rendita che al profitto, come scriveva Ernesto Rossi- non è nuovo. Nel dibattito di oggi, però, mi sembra nasconda a volte tentazioni di dirigismo. In un’economia di mercato le domande da porsi sono, secondo me, come sviluppare le condizioni perché anche in Italia emerga e si rinnovi continuamente una classe borghese (specie al Sud), e se davvero -come alcuni sembrano implicitamente ritenere- il ruolo innovatore di questa può essere sostituito da investitori istituzionali e fondi d’investimento.

  5. luca

    Sono daccordo con le tre proposte rivoluzionarie, ma con i sindacati, come la mettiamo? Il sindacato è per l’appiattimento del lavoratore a salari medi con lavorazioni bassa: in pratica il sindacato è favorevole ad innalzare i salari, ma indistintamente, senza tener conto della professionalità, dello studio e aggiornamento continuo, e della volontà di lavorare. Si dice che 1100€ al metalmeccanico sono poche, eppure deve fare sempre le stesse cose! Quanto diamo allora ad un impiegato che deve essere continuamente aggiornato su ogni circolare o legge che compete al suo ufficio? Il sindacato considera lavoro solo quello che implica la fatica, in senso fisico, e non tiene conto del mal di testa che viene a chi passa le giornate tra le carte:mentre il prmo, uscito dalla fabbrica smette di lavorare, il secondo continua, sempre più spesso, anche dopo. Io legherei lo stipendio alla sola mansione, senza scatti di anzianità se non in casi specifici. Invece in Italia si vedono spesso incapaci strapagati perchè hanno accumulato tanti scatti di anzianità. In caso di licenziamento, essi sono i primi ad essere licenziati perchè rendono spesso meno di quanto costano. Diamo peso alla professionalità, più che alla fatica, e vedremo che i salari saranno più proporzionati.

    • La redazione

      Il lavoro dei sindacati è, giustamente, tutelare l’interesse dei loro iscritti. Il problema è di tutti gli altri, che a volte li ritengono portatori dell’interesse generale (questo senza negare che a volte i sindacati hanno obiettivamente preso decisioni importanti a vantaggio dell’intero sistema).

  6. Alfonso Salemi

    La proposta del “reddito minimo garantito” è certamente interessante e utile, ma non risolve il problema della dignità della persona e della utilità effettiva ai fini sociali. In molte situazioni si presterebbe, invece, all’acquisizione di un lavoro nero in aggiunta al reddito minimo garantito e favorirebbe la perdita delle conoscenze e delle capacità individuali in assenza di attività. Ritengo preferibile una forna di retribuzione, di entità da stabilire in base ai requisiti posseduti, collegata ad un lavoro part/time o full/time, anche in sovrannumero, presso datori di lavoro che si facciano carico di una quota della retribuzione stessa. Ad esempio, un laureato in legge frequenta uno studio di commercialista e percepisce metà della retribuzione lorda dal professionista e metà dal Sistema Sociale per un certo numero di anni al termine dei quali si ritiene che abbia conseguito una completa preparazione professionale. Dopo questo periodo – può passare a completo carico dello studio professionale, – può iniziare una attività autonoma oppure – passare ad un altro studio professionale anche in sovrannumero. In modo analogo qualunque altro lavoratore pubblico o privato. Al datore di lavoro potrebbe essere concesso di avere una certa percentuale di addetti (es. 5 %) con questo particolare tipo di contributi. In questo modo non ci sarebbero più disoccupati o non occupati e diminuirebbe sensibilmente il rischio di emarginazione. Nello stesso tempo si avrebbe l’acquisizione continua di esperienza nel proprio campo di attività e la formazione continua. Di conseguenza non ci sarebbe più evasione contributiva e previdenziale. Per le persone che preferiscono lavorare in casa (anche questo è un lavoro) si potrebbe prevedere una retribuzione (parziale o totale) da parte del coniuge (in funzione del reddito) con detrazione conseguente dal reddito tassabile. In definitiva, visto che in una società civile, non si può non lavorare (= si deve effettuare un lavoro), bisogna trovare una modalità di facile attuazione e controllo per consentire a tutti di avere un reddito direttamente collegato ad un lavoro effettivo. Naturalmente fatto salvo il caso di inabilità temporanea o permanente. Con la realizzazione di un tale sistema sia i sindacati che gli imprenditori sarebbero chiamati a dare un apporto qualificato per definire le norme attuative che consentono al lavoratore di non essere perennemente precari e ai datori di lavoro di non “sposare” il lavoratore per tutta la vita. Questo modo nuovo di ragionare sul tema del lavoro ha innumerevoli conseguenze, tutte positive, in grado di migliorare la vita individuale e sociale ed evitare che si possa considerare un lusso o un espediente per scambiare un consenso politico.

    • La redazione

      Come ho scritto nelle "risposte ai commenti", trovo fondamentale che ogni forma di sussidio di disoccupazione (che è una cosa diversa dal reddito minimo) sia vincolato al non rifiuto di una congrua offerta di lavoro (condizione per ora solo teorica) e alla partecipazione ad attività di formazione e ricollocamento professionale, pena la sospensione dell’indennità. Inoltre, dovrebbe essere studiato in maniera tale da non implicare disincentivi al lavoro (com’è ad esempio il caso della Cassa Integrazione, quando formalmente i lavoratori risultano non in cerca di occupazione, ma occupati nella vecchia azienda).

  7. luca guerra

    Davvero difficile parlare di precarietà, ovvero di come ridurne l’impatto sociale, senza coinvolgere il posto fisso, ma da qui occorre partire. innanzi tutto occorre rendere licenziabile chiunque dipendenti pubblici o privati che siano, senza peraltro cadere nel liberismo più sfrenato e ridurre il carico previdenziale a carico delle imprese e che non viene percepito dal dipendente. con tutte le conseguenze del caso, che andranno affrontate, prima che la situazione diventi davvero insostenibile.

    • La redazione

      La completa flessibilità in uscita (cui si opponeva lo stesso Biagi, basta leggere il Libro Bianco) è un argomento delicato. Quantomeno, riconoscerà, è opportuno pensare a disincentivi alle imprese che vogliano licenziare, addossando loro (almeno parte del) costo sociale del ricollocamento del lavoratore. Non si può ad esempio negare che un rapporto non brevissimo tra azienda e lavoratore implica per entrambi un vantaggio ad investire in formazione specifica per quel lavoro, con positivi effetti sulla produttività.

  8. Piero

    Mentre nel mondo da tempo e’ scoppiata la caccia per acquisire talenti, in Italia, che ha una popolazione con eta’ media di 42 anni della quale un 25.3% ha piu’ di 60 anni , esiste un sistema di leggi , usanze aziendali e sindacali che mortifica e scaccia i talenti . Per la situazione descritta sopra, sono convinto che in Italia tra qualche anno si scatenerà’ la caccia non solo ai talenti ma anche ai semplici lavoratori che sappiano leggere ,scrivere e respirino. Contratto Unico : Come cittadino mi vergogno che in Italia si stiano formando caste di lavoratori con trattamenti altamente discriminanti: lavoratori superprottetti ed altri “a perdere” senza nessun diritto. Il vostro contratto unico va nella direzione giusta , ma deve prevedere possibilita’ di licenziamento piu’ flessibile dell’attuale. Reddito minimo garantito : A mio parere un reddito minimo garantito e’ necessario per permettere a lavoratori ed alla societa’ di assorbire gli aspetti negativi della globalizzazione e principalmente dei cambiamenti tecnologici che quasi sempre hanno conseguenze impreviste. Anche in Italia si puo’ introdurre un reddito minimo garantito senza un numero di abusi superiore agli altri paesi occidentali se si semplifica la legislazione italiana e si pubblica ,anche su internet , ogni voce di spesa delle amministrazioni pubbliche. Massima trasparenza dei enti pubblici ed abolizione del segreto bancario per il fisco. Naturalmente sono convinto che non esista nessuna garanzia , diritto acquisito ,pensione INPS decente o solidarieta’ se i conti “Italia” peggiorano ancor di piu’,vedi esperienza dei paesi ex comunisti ,Argentina etc. Posto Fisso : Il posto fisso ormai non esiste piu’ neanche al cimitero e probabilmente non e’ mai esistito se non per una minima percentuale della popolazione. La maggior parte della popolazione lavora per avere un reddito non per avere una posizione, per cui sistema tipo danese dovrebbe essere bene accolto anche dagli italiani.

    • La redazione

      Mi permetto di dissentire: il posto fisso esiste eccome, per chi ha un contratto a tempo indeterminato in un’azienda con più di 15 dipendenti. Esiste sotto forma di miraggio per chi lavora come parasubordinato.

  9. faida

    Precarietà e posto fisso due opposti che hanno tutele diverse, tuttavia occorre alla nostra cultura del lavoro non il posto fisso, ma il lavoro fisso nel senso che io precario devo avere una rete di relazioni sul campo lavorativo che possa permettermi di uscire da una porta e varcarne un’altra per non pesare sullo Stato “reddito minimo” il problema non è del lavoratore è del datore di lavoro, oggi lo Stato va avanti sopratutto con chi ha il posto fisso che paga le tasse fino all’ultimo euro e non certo con i precari (di cui la maggior parte in nero, sopratutto al sud), in America hanno un ottimo sistema di rilancio sul mercato chi perde il lavoro è sottoposto ad una serie di colloqui professionali per essere reinserito nel campo lavorativo cioè aziende e lavoratori si parlano e se il lavoratore che risulta idoneo ai colloqui non accetta il lavoro proposto decadono anche benefici a suo favore. Ovviamente vi sarebbe un controllo anche sulla regolarità dei lavori proposti che non sarebbero in nero. Oggi proprio per la assenza di lavoro regolare ci si affida ai clientelismi e dato che comunque la macchina statale produce milioni di euro mi sembra difficile che sopratutto politici e amministratori se ne distacchino in particolare oltre che cercare di migliorare il lavoro sul privato dovrebbe cercarsi di migliorare il lavoro Pubblico essenzilae per la comunità, mettendo ai vertici professionisti seri che possano guidare l’amministrazione statale che potrebbe essere veramente competitiva anche nei confronti del campo privato, ma manca la professionalità ci sono solo chiacchere e politica. In questo sistema io che ho un posto fisso che un giorno sicuramente diventerà precario andrei via dall’Italia.

    • La redazione

      L’efficienza del settore pubblico è un problema in Italia, non completamente separato da quello occupazionale. Come accade in tanti Paesi (soprattutto in via di sviluppo), potremmo considerare parte dei lavoratori "superflui" di alcuni enti o amministrazioni come una forma di disoccupazione nascosta. Nella necessità di garantire comunque un reddito al maggior numero possibile di famiglie, la politica ha trovato questa soluzione, invece che puntare sullo sviluppo del settore privato (che -ammettiamolo- è più facile a dirsi che a farsi). Rimane il fatto che il problema è il sottosviluppo al Sud e la mancata crescita, ovvero l’incapacità dell’economia di garantire un’occupazione a tutti e tutte.

  10. Donatella

    Condivido le opinioni dell’autore circa le tre rivoluzioni necessarie contro la precarietà. Non vi è dubbio che un sistema di welfare che consenta di vivere decorosamente nei periodi di disoccupazione che colpiscono i lavoratori precari sia un elemento degno di un paese che ama definirsi civile. Come anche la visione dinamica del lavoro, da far digerire più a lavoratori stabili e sindacati, che ai precari, è un elemento essenziale non solo per la competitività del sistema Italia ma anche per garantire una certa equità sociale.Resta il fatto che però parliamo dell’Italia un paese ancora diviso, e non solo tra nord e sud, e dove il lavoro e sempre più merce di scambio e oggetto di politiche clientelari, fenomeno che caratterizza ahimè tutto il paese. Questo aspetto emerge con chiarezza se si considera ciò che accade nel settore pubblico. Il precariato nel pubblico è a mio avviso un aspetto trascurato nel dibattito.Infatti, si sente spesso parlare di imprese e dei timori degli imprenditori ad assumere/sposare lavoratori, anche se giovani e qualificati; si discute di salari come strumento atto a contrastare la perdita di competitività indotta dai processi di globalizzazione. Credo ci sia molta ipocrisia nel modo di porre il problema lavoro. In un paese “normale”, se un’impresa ha bisogno di qualifiche che non possiede deve cercarle sul mercato del lavoro e deve, una volta reperite tali competenze, essere disposta anche a pagare adeguatamente chi le possiede garantendo in tal modo al lavoratore qualificato una vita dignitosa tanto più se le competenze richieste vengono acquisite grazie a percorsi formativi (lauree e master) descritti come investimenti ma dalle basse rese.Il discorso non è molto diverso nel caso del settore pubblico dove i precari, sia dentro le amministrazioni sia in società di servizi subappaltatrici sulle quali non viene esercitato nessun controllo da parte del pubblico, pur sono tanti e soggetti a forme contrattuali spesso per nulla attinenti alla tipologia di lavoro svolto (è il caso dei numerosi cococo o cocopro).Anche nel pubblico si dovrebbero avere forme di assunzione e licenziamento che prevedono criteri freddi basati sul MERITO. Ma in un mercato del lavoro ingessato e pressoché inesistente, dove si ha la fortuna di essere assunti più per conoscenza che per altro, azioni di questo tipo sono praticamente inattuabili

    • La redazione

      Per Costituzione, nella pubblica amministrazione le assunzioni dovrebbero avvenire sempre e solo per concorso. A parte i casi di nepotismo e corruzione, fondamentale è però il blocco delle assunzioni, che impedisce alle amministrazioni di assumere personale necessario, obbligandole così a ricorrere al lavoro precario. In questo caso dunque, al problema generazionale e della rappresentanza sindacale si somma quello della mancata soluzione dei problemi della P.A.: il blocco delle assunzioni è infatti (come i tagli "lineari" alla spesa pubblica) un modo facile e veloce per ridurre la spesa pubblica senza intervenire nel merito selezionando la spesa "buona" da quella "cattiva". Peccato però, il risultato sia ulteriore inefficienza, con tagli che pesano su amministrazioni efficienti potenzialmente più che su quelle inefficienti.

  11. davide

    Bisognerebbe cominciare a ragionare sul perché, da anni, si pretende che la regolamentazione del mkt del lavoro porti in equilibrio tutto il sistema produttivo e il sistema previdenziale (e sanitario) per intero quello dei conti pubblici. basta guardare l’andamento tristemente decrescente della produttività del lavoro (sia per persona sia per ora lavorata) negli ultimi 20 anni (e magari anche il costo unitario del lavoro, raffrontano il tutto con gli altri paesi europei) per capire che le innovazioni introdotte hanno sostanzialmente “invitato” a competere solo sulla base del costo del lavoro e incentivato uno shift verso settori labour-intensive e a basso valore aggiunto. cosa si vorrebbe mai (re)distribuire su queste basi? manca la politica industriale, profitti e rendite alle stelle (guardatele in serie storica, in % sul pil) ma tutti a discutere su quante (poche) garanzie riconoscere ai precari (altro che effinciency wages). se poi il problema lo si vuole ravvisare nello spiazzamento della spesa previdenziale (quanto cattivi ed egoisti sono i nonni odierni che si sono mangiati di tutto e di più) inviterei a: i) scorporare quella assistenziale prima di fare i confronti intern.; ii) tenere conto che è al lordo delle ritenute fiscali, diversamente da quella contabilizzata in altri paesi europei; iii) scandalizzarsi per la quota di risorse che l’inps vede mangiarsi dai buchi della gestione inpdai (dirigenti aziende industriali). se poi si vuole dire lo stesso che in italia è del 3% superiore alla media europea, personalmente continuerei a trovare più scandalosi i 19 miliardi di € annui per la difesa, con un esercito con più graduati che truppa. ma devo essere un animale strano…. e quindi chiedo scusa e mi rimetto a ragionare (da dipendente) su quanto importante sia tutelare la competitività del sistema (di cui al sistema, cmq, sembra fregare veramente poco.

    • La redazione

      A mio parere l’evoluzione della produttività è una conseguenza e non una causa della strategia di competizione "al ribasso". Al mercato del lavoro non si chiede di diventare il motore della crescita (almeno, non io), ma di non essere un ostacolo allo sviluppo e all’equità.
      Perché ci si aspetta che il mercato del lavoro porti in equilibrio il sistema previdenziale è presto detto: perché il nostro sistema previdenziale è ancora (purtroppo) un sistema "alla Bismarck" ovvero legato alla precedente occupazione e finanziato dai contributi, e non fondato sulla cittadinanza. Su questo ho scritto due interventi nella "vecchia edizione" di questo sito (link: http://www.lavoce.info/articoli/pagina2339.html ). Perché alcune risorse potrebbero e dovrebbero essere prese riducendo la spesa previdenziale è un problema interessante e non banale (certo non basta il riferimento a Paesi da imitare), ma la trattazione richiede più spazio, spero possa essere l’oggetto di un mio prossimo intervento su questo sito.

  12. Alessio

    Ciò che sorprende è la maturità dei partecipanti al tema sulla precarietà del mercato del lavoro di Carlo D’Ippoliti e la totale immaturità e superficialità dei discorsi di chi dovrebbe riformare con nuove leggi e buone prassi il mercato del lavoro. sul merito concordo con molti post precedenti, ogni riforma deve sempre essere divisa in due o in tre possibili soluzioni applicative perchè molto diverse sono le realtà italiane. I tre provvedimenti delineati non possono essere lo stesso vestito per il Nord e il Sud del paese: occorrono due diverse strategie.

    • La redazione

      Se le realtà sono diverse non necessariamente anche le politiche proposte debbono esser diverse, e viceversa. Penso piuttosto che esista spazio per politiche nazionali, e spazio per politiche locali. Come ho scritto in un’altra risposta, il sottosviluppo del Sud è un problema importante, ma ritengo che sia il Centro-Nord sia il Sud dovrebbero almeno tentare di competere sull’accumulazione e sull’innovazione, e non sui bassi costi (specie del lavoro).

  13. federico

    Sono tutte valide le idee ed i possibili rimedi, aggiustamenti e quant’altro proposti da chi ha voluto portare un contributo ad un problema tanto dibattuto e tanto delicato, soprattutto in questa epoca storica. Ma forse a monte di tutto ciò occorrerebbe fare, a mio avviso, alcune considerazioni. La prima di tutte è che il cambiamento della concezione del modo di lavorare è un fattore “storico”, nel senso che culturalmente esso è radicato nella mente dei cittadini italiani e, come insegna la sociologia, i cambiamenti culturali sono MOLTO più tardi a verificarsi di quelli economici, che invece possono essere repentini. In più, o meglio come conseguenza, ciò è collegato a tutti i meccanismi di rappresentanza propri di una democrazia moderna: cosa centra? Centra che se la maggior parte di chi si trova al timone nei ruoli chiave (politica, sindacato, imprenditoria, ecc..), pur lungimirante che sia, appartiene ad una generazione passata, avrà sicuramente maggiori difficoltà oggettive nel “revisionare” il modello sociale che gli è stato consegnato a suo tempo che non un giovane che deve costruirsi, agli stessi livelli, un qualsiasi tipo di futuro; non vorrei che si verifichi un problema di rappresentanza. Voglio aggiungere che forse c’è un ulteriore “piccolo scalino” che non agevola il sistema-Italia, e mi riferisco al sistema di valori economici presenti nella nostra Costituzione (una delle migliori, per carità!), frutto dell’incontro di ideologie che trovarono uno fra i vari punti di incontro nella redistribuzione che le istituzioni devono tutt’ora compiere fra chi aveva, ed ha, maggiori possibilità e chi ne aveva, ed ha, minori. Con ciò voglio dire che la ristrutturazione del nostro sistema economico-sociale è sì possibilissimo, ma forse dovrà affondare la propria azione sino alle radici più profonde della nostra storia.

    • La redazione

      Sono d’accordo sui diversi tempi di cultura ed economia, per questo ho cercato di dare un piccolo contributo con il mio articolo, ma noto che a volte anche le politiche più o meno condivise da (quasi) tutti gli attori in gioco (che dunque diventano sostanzialmente “cultura” politica) possono subire cambiamenti anche piuttosto rapidi. Così, ad esempio, “tutti” oggi sono -almeno a parole- per dare praticamente tutto il peso degli adeguamenti salariali alla contrattazione decentrata (non quella individuale), lasciando alla contrattazione centrale ben poco. Per questo, nel titolo ho definito “rivoluzione” la centralità della contrattazione, che tanto “rivoluzione” da un punto di vista storico non è: paradossalmente, è la proposta più conservatrice del mio articolo, e quella che probabilmente incontrerà meno favore.

  14. massimiliano cese

    Purtroppo la flessibilità nel nostro mercato è improponobile. L’italia non è l’america. La nostra economia è troppo arretrata per competere e diventare competitiva. Noi giovani non abbiamo le skills per fare business con mercati altamente tecnologici.
    L’unica cosa che possiamo fare è litigare.

  15. Fabrizio

    Ho la sensazione che la precarietà in Italia nasca dall’esigenza di dividere lo stesso lavoro fra più persone e abbattere così il tasso di disoccupazione. Non si spiegherebbe altrimenti perchè in condizioni di libero mercato (come si usa definire) lo Stato debba incentivare aziende private con i soldi dei cittadini e/o fare in prima persona politiche occupazionali, soprattutto nel settore del pubblico impiego. Forse sarebbe il caso di utilizzare politiche fiscali che disincentivino quelle aziende ITALIANE che producono all’estero, magari seguendo esclusivamente logiche di profitto personale. L’ occupazione di un paese è proporzionale alla sua capacità produttiva.

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