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  1. Claudio Quintano Rispondi

    Nell'articolo viene fatto un paragone tra i dati delle nascite in Italia e quelli della Francia che sono superiori a quelli italiani. Manca il denominatore della popolazione dei due Paesi affinchè il confronto possa essere fatto correttamente in termini di nuzialità. Tuttavia, è noto che in Francia i soggetti fiscali, quindi non solamente i cittadini francesi, godono del beneficio del "cumulo dei redditi familiari". Per inciso, l'imposta corrispondente alla nostra IRPEF viene pagata tre volte l'anno o ogni mese. Se la famiglia è di due persone l'IRPEF originato dai due redditi viene sommato e poi diviso per due; complessivamente si risparmia di più quanto ovviamente più è grande la differenza dei due redditi. Nasce un figlio? L'IRPEF dei redditi dei due genitori viene diviso per 2,5. I figli sono due? l'IRPEF viene diviso per 3. In Francia si vedono molte giovani coppie, con tre figli in quanto pagano un coniugi pagano il 25% dell''IRPEF. Un asilo nido pubblico (crèche) che ospita i bambini a partire da 2-3 mesi di età, organizzato all'avanguardia, viene pagato in base al reddito dei coniugi, ma è disponibile e funzionale Mi fermo qui, cioè ai vantaggi principali delle coppie che hanno fatto uscire la Francia dal regresso demografico di qualche decennio fa. Claudio Quintano.

  2. martino Rispondi
    Ho l'impressione, da sondaggi assolutamente inattendibile svolti da me stesso con coetanee, che quest'aumento sia frutto anche di una presa di coscienza circa il valore della maternità, del fare figli, dei suoi piaceri ed dei suoi dolori a discapito di una concezione più egoistica della vita. la vita vale se è spesa per qualcosa, e ad una certa età uomini e donne sani di mente se ne accorgono - prima che sia tardi. ecco che però il lento riemergere di vecchie sopite abitudini - quali appunto fare figli - si scontra con 30 anni di assenza di qualsivoglia politica (per non parlare dello zeitgeist nichilista) a favore della famiglia, specie di natura fiscale. L'uomo nuovo W come la pensa in proposito (la Rosy lo sappiamo perché è al governo da tre anni e nulla ha fatto)?
    • La redazione Rispondi

      A parte le varie considerazioni, rimane vero che in Italia le politiche per la famiglia sono state sempre trascurate. Ma va anche riconosciuto che il Ministro Bindi ha fatto fare passi importanti in questa direzione.

  3. Diego Alloni Rispondi
    Gli autori ipotizzano un nesso causale tra generatività (il termine fecondità è errato, perchè esso dovrebbe conteggiare anche le 120.000 interruzioni volontarie di gravidanza all'anno) e partecipazione femminile al lavoro. Se così fosse, la caduta di nascite italiane da un tasso di 2,5 a meno della metà, avvenuta all'incirca tra il 1975 ed il 1980, sarebbe stata accompagnata da una massiccia espulsione dal lavoro delle donne, fenomeno che non è avvenuto. Identificare il problema "natalità" con il problema "donna" è un'operazione ideologica e, forse, strumentale. E' infatti l'aver spostato le risorse dalla tutela della "maternità" alla tutela della "donna" una delle cause del declino della natalità italiana. Se, per pari opportunità correttamente intese, cominciassimo a spostare le risorse sulla "paternità", probabilmente la natalità risalirebbe assai più dei decimali osservati e di origine extra-comunitaria. Invece di espellere continuamente il padre dalla vita di un bambino, a cominciare dalle percentuali bulgare di affidamento e collocamento dei minori esclusivamente presso la figura materna nelle separazioni di coniugi o conviventi, per continuare con totalizzante femminilizzazione della scuola (a cominciare dall'aberrante dizione di "scuola materna"), favoriamo in tutti i modi la presenza paterna per i figli, sollevandola in parte dalla primaria responsabilità di reperire le risorse finanziarie. Otterremo di conseguenza anche che il lavoro extra-domestico delle donne non sia magari solo confinato alla realizzazione personale, ma sia completato dalla grande conquista di apporto economico imprescindibile per tutti.
    • La redazione Rispondi

      Non ipotizziamo alcuna relazione causale. Lo specifichiamo chiaramente nel testo: "questi dati non indicano necessariamente una relazione causale - piu’ asili nido piu’ figli e lavoro - ci fanno comunque capire in quali contesti avere figli e lavorare appare piu’ conciliabile". Nella disciplina scientifica della demografia (prego guardare su qualsiasi manuale universitario) si usa il termine di "fecondita’" in riferimento ai figli nati vivi per donna. Sull’importanza poi di maggior coinvolgimento paterno (che tra l’altro vari studi dimostrano essere legato ad una maggiore propensione soprattutto ad avere un secondo figlio) possiamo senz’altro concordare.

  4. Gian Luca Clementi Rispondi
    Cosa succede se nella regressione implicita in Fig 2 controllate per l'eta'? I dati che mostrate sono coerenti con la transizione tra una situazione in cui le donne non studiano, non lavorano e fanno figli presto ad una in cui studiano, lavorano e fanno figli tardi. La transizione tra questi due stati genera un calo temporaneo della fertilita', seguito da un aumento temporaneo. Nelle regioni ricche la transizione sta per finire. Nelle regioni povere e' appena iniziata. Controllando per l'eta', si potrebbe stabilire se questa razionalizzazione e' incompatibile coi dati.
    • La redazione Rispondi

      Non e’ chiarissima la domanda. In ogni caso sono in corso studi piu’ approfonditi dove si tiene conto della generazione di nascita (oltre che dell’età). I primi risultati provvisori confermano che nelle regioni del Nord Italia si stanno intravedendo alcuni segnali di recupero, mentre non ve n’e’ alcuna evidenza nel Sud.