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  1. Fabrizio Farnedi Rispondi

    Concordo al 100% e aggiungo che per legge (come per le quote rosa ) il parlamento dovrebbe essere composto almeno al 20/25% di gente under 35/40! Non si fa e non si propone niente a tale proposito perchè ci sarebbe il reale rischio che venga fuori un leader che rivolta in positivo il nostro paese come un calzino andando ad attaccare quelle rendite occupate dai sessantenni e settantenni che tengono le redini del potere! Un esempio su tutti:Geronzi nel campo bancario, Mieli in quello editoriale.Una seria riforma di corporate governance e sull'editoria spazzerebbe via questo tipo di gente definitivamente!

  2. Andrea Rispondi

    Non che sia contrario a quanto sostenuto dall'autore, ma l'analogia con la questione femminile non convinve. Infatti, mentre le donne non diventano uomini, i giovani diventano anziani. Mi sembra, questo, un elemento centrale che caratterizza il nostro sistema come "il sistema delle file". I giovani si mettono in fila, nelle universita' come nelle altre realta' del paese, aspettando il proprio turno, che arriva con l'eta'. Questo crea un consenso al sistema che va ben oltre i simplici insiders (gli anziani) ma che cresce a livello individuale al crescere dell'eta' indipendentemente dall'essere ancora insider o meno. Concordo che le "quote giovani" + merito potrebbero contribuire a scardinare questo sistema. Ma esiste il consenso per questo? Che ne pensano i 40enni in fila da 15-20 anni?

  3. Massimiliano Manfredi Rispondi

    Siamo un paese piuttosto strano con la preoccupante tendenza a glissare sulle contraddizioni . Abbiamo mutuato da prassi ormai desuete il principio che, almeno in molte aziende pubbliche o paratali, sopra i 50 ( ora alcuni ad parlano addirittura di 45 ) non sia possibile investire su crescita professionale . Si stenta a prendere atto di alcuni importanti fattori : --> l'elemento motivazionale anche a 50 anni ha un peso ed un 'incidenza tutt'altro che irrilevante , --> se hai questa fatidica età sei troppo vecchio per migliorare e troppo giovane per la pensione . La conseguenza sarà che le pa avranno sul groppone il peso di migliaia di quadri demotivati che tireranno a campare in attesa del fatale trapasso --> il criterio dell'età ha indiscutibilmente un peso specifico ma un conto è applicarlo agli over 60 e oltre, un conto è applicarlo a gente che ha ancopra potenti stimoli e progetti --> stiamo ingenerando in alcune generazioni, al posto di aspettative di vita positive in crescita, al posto della capacità di rinnovare i progetti di vita in meglio, la sindrome da prepensionamento . Il paese non migliorerà con plotoni di gente psicologicamente demotivata ed indotta a ritenersi vecchia in anticipo sul reale tempo biologico . cordialmente

  4. gianluca ricozzi Rispondi

    Il problema è che sembra difficile approntare strumenti che siano in grado di risolvere il problema. Inoltre va detto che spesso il dibattito è incentrato solo sui giovani che hanno un contratto "precario", mentre spesso non si pensa ai milioni di giovani professionisti che pure, soprattutto nei primi anni di carriera, avrebbero bisogno di supporti fiscali e sociali.

  5. Duccio Ducci Rispondi
    Mi pare che il punto centrale (ma forse non sempre abbastanza sottolineato) sia non tanto la promozione dei meritevoli a posizioni di vertice, quanto la rimozione da dette posizioni di chi ha dato cattiva (o mediocre) prova di sè. Infatti l'abbandono dei vertici da parte di chi non raggiunge determinati risultati (o non riesce a decidere in un'ottica di medio-lungo periodo) libera spazio per soggetti (più giovani, o anche di pari età) che si spera siano più capaci. In sintesi: tutti siamo assolutamente d'accordo sulla promozione in base al merito, si sente parlare meno (anche per l'obiettiva difficoltà delle soluzioni) dei metodi da applicare per misurare i risultati e, soprattutto, delle conseguenze che un sitema meritocratico deve necessariamente trarre nei confronti dei meno meritevoli. E' vero, d'altra parte, che in un sistema realmente meritocratico la posizione dela grande maggioranza delle persone diventa inevitabilemente meno stabile e meno sicura.
  6. Calisio Rispondi

    Il problema va affrontato con maggiore compiutezza. Tanto per cominciare "meritocrazia" è un termine vuoto se non si precisa cosa si intende per "merito", ossia quali siano i valori messi in testa alla classifica che serve a fare la valutazione. Se sono quelli di fedeltà al sistema, il discorso è chiuso in partenza. Se sono quelli di conoscenza ed esperienza, non sono favorevoli ai più giovani. Se sono quelli di accettare di lavorare senza limiti di orario, di essere sottopagati e non preoccuparsi di quanti mesi ancora durerà il lavoro prima di essere di nuovo disoccupati, sono favoriti i "bamboccioni", che non possono nemmeno permettersi di pensare a farsi una famiglia. La questione generazionale peraltro non si risolve ope legis. Sarebbe un'ennesima forzatura del mercato -del lavoro - fatta comunque sulla base di teorie tutte da dimostrare e contestabilissime, da una parte o dall'altra. Va piuttosto imposto il principio che vogliamo creare una Società nella quale vi sia modo di vivere onorevolmente per tutti, e discusso su quali siano le condizioni favorevoli per puntare a quest'obbiettivo e quali i vincoli che impediscono il miglioramento. Direi che le condizioni favorevoli per tutti possano essere generate da una crescita della cultura della responsabilità sociale d'impresa (quella vera, non quella dei bilanci sociali uso marketing o delle certificazioni SA 8000), della cultura dell'investimento al posto di quella della speculazione e della cultura della crescita personale al posto di quella del parassitismo. I vincoli, viceversa, mi pare siano quelli che premiano l'appartenenza e mortificano l'intelligenza, che manipolano i concetti di flessibilità e formazione continua a svantaggio di coloro che vengono flessibilizzati e de-formati, che dividono il Paese in caste, sempre più separate ed impervie, per cui chi nasce nella casta inferiore non ha speranza di riscatto, che parlando di inalienabilità dei diritti acquisiti perpetuano il godimento di benefici insostenibili, a vantaggio della generazione che se li è a suo tempo attribuiti, sbagliando (o truffando) sul calcolo della loro sostenibilità futura e pretendendo di farli pagare alle nuove generazioni che non potranno mai accedere a benefici nemmeno comparabili, chiedendo ai giovani "umiltà" invece di "ragionevolezza", perpetuando la logica dello scontro tra fazioni e dell'adesione ad un partito come caratteristica di concretezza...

  7. Alberto Musy Rispondi
    Il merito, in primo luogo il merito, non l’età, si afferma con vigore su alcune pagine di noti quotidiani economici. È vero: solo merito dev’essere per misurare le persone. Peccato che non sia indifferente il sostrato culturale dei selezionatori. Facciamo il caso dei giuristi italiani: un gruppo sociale arroccato su docenti, avvocati e giudici tra i 65 ed i 75 anni valuterà — salve le dovute eccezioni — i propri successori sulla conoscenza dell’impianto dogmatico dell’ordinamento, sulla conoscenza del diritto nazionale, sulla capacità di interpretare le norme codicistiche alla luce della Costituzione Repubblicana. Peccato che nel mondo la scientia juris sia da trent’anni ispirata dall’analisi economica del diritto, che gli schemi dogmatici siano messi in crisi dall’esplosione delle fonti autoritative e che il modello nazionale sia ormai condizionato da quello europeo e, in alcune materie, da quello globalizzato di impronta americana. Il paradosso è che molti tromboni di oggi, avvinghiati alle poltrone, ai ruoli, alle proprie idee sono quelli che nel ’68 volevano cacciare i «baroni» e che, in nome del cambiamento a tutti i costi, hanno innescato una delle più roventi critiche al «sistema». È ora che si accorgano che il tempo è passato anche per loro, incapaci della generosità dei loro padri, invidiosi e sospettosi dei loro figli. I bamboccioni non chiedono 80 euro al mese per diventare indipendenti, ma di avere spazio per lavorare, disposti pure a pagare ricche pensioni.
  8. alex Rispondi

    Purtroppo i giovani come me neolaureati in economia e ventenni non trovano sbocchi neanche a fare gli operai al sud come al nord, orami dopo tante iscrizioni presso agenzie del "lavoro", concorsi, selezioni, ecc. ecc. mi sono reso conto che anche per fare due mesi di lavoro ci vuole la raccomandazione. Padoa schioppa si dovrebbe vergognare per la battutaccia fatta ma come si può uscire di casa se non abbiamo un lavoro neanche part-time, gli affitti alle stelle, ecc. ecc. la verità e che si è perso il senso della misura e forse una rivoluzione entro 5 max 10 anni sconvolgerà il paese se non si daranno risposte serie ai giovani.

  9. ARNOLD ATTARD Rispondi

    E' sufficente un solo dato statistico per illustrare la tragedia generazionale a cui siamo costretti ad assistere, impotenti. Dall'Italia emigrano 260 mila persone all'anno (dati ISTAT), in gran parte giovani tra i 20 e i 40 anni, in gran parte diplomati e/o laureati. Nel frattempo arrivano 500 mila immigrati di tutte le eta', dal Sahara, dal Nord Africa, dal Sud est asiatico e dal sud america. Tutti praticamente privi di istruzione impegnati, quelli onesti, in attivita' di assistenza agli anziani, a lavorare in aziende del nord senza futuro e ad operare nel mercato nero, low cost. A dire il vero un precedente a questa situazione c'e' stato: nei primi anni '60, con l'esodo dalle campagne del Sud, verso i centri industriali del Nord Italia e del Nord Europa. Ecco, quello che il Sud oggi lo sta diventando il Nord.

  10. nicola di grazia Rispondi

    Trovo molto convincente il primo motivo. In un sistema che non è dinamico nelle possibilità di entrata dal basso nelle posizioni apicali, il criterio del merito è insufficiente se non è accompagnato da accorgimenti che favoriscano direttamante il ricambio generazionale. E' quello che potrà avvenire ad esempio nell'accesso agli incarichi direttivi in magistratura, dove la previsione della temporaneità rischia di tradursi, di per sé sola, in un giro di poltrone interno allo stesso ceto dirigente. Nicola Di Grazia magistrato