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Perché non è un altro 1929

L’allarme di chi ha individuato analogie tra la situazione attuale e la Grande crisi è senz’altro eccessivo. Ma finita l’emergenza, l’inflazione tornerà in primo piano. Andranno rivisti aspetti importanti della regolazione dei mercati finanziari. E come far sì che gli operatori siano più attenti nell’assunzione dei rischi pur senza eccedere nelle tutele? Un tema da affrontare con grande pragmatismo: non troveremo la cura definitiva per le crisi finanziarie, ma possiamo attrezzarci per renderle meno acute, soprattutto nell’impatto sul reddito e l’occupazione.

L’economista americano Irving Fisher spiega la Grande crisi con gli effetti di una caduta dei prezzi sull’occupazione e la produzione nel caso di un’economia nella quale famiglie e imprese sono fortemente indebitate.

La crisi del 1929

Il boom degli anni Venti aveva visto un’espansione senza precedenti non solo del finanziamento bancario alle imprese ma, per la prima volta, anche del credito al consumo. La caduta dei prezzi di molti prodotti di base rese insostenibile per talune imprese il servizio del debito, il cui prezzo non diminuiva di pari passo con gli altri, causandone il fallimento. I lavoratori licenziati non riuscirono a fare fronte ai debiti accumulati mettendo in crisi le banche più deboli. I disoccupati diminuirono i propri consumi, causando altri fallimenti di imprese che crearono ulteriore disoccupazione e misero in crisi altre banche – e le crisi bancarie, come vediamo in questi giorni, hanno la pericolosa tendenza a essere contagiose. Questo circolo vizioso fu particolarmente perverso negli Stati Uniti dei primi anni Trenta.

Un meccanismo analogo, seppure del tutto indipendente, si creò a livello internazionale, contribuendo ad alimentare il circolo vizioso della trasmissione della crisi da una sponda all’altra dell’Atlantico. Negli anni Venti, la Germania aveva accumulato un enorme debito verso poche grandi banche americane e inglesi per finanziare il proprio disavanzo commerciale e le riparazioni di guerra. Un rialzo dei tassi di interesse e una diminuzione delle esportazioni, accompagnati dal virtuale fallimento delle principali banche tedesche, obbligarono la Germania (o le consentirono) a sospendere il servizio del debito estero con effetti a catena sui sistemi finanziari inglese e americano, oltre che sulla domanda di importazioni tedesche dal resto del mondo.

E quella di oggi

Se esistono analogie tra il 1929 e il 2007, vanno ritrovate nei due elementi della caduta dei prezzi in un’economia caratterizzata da forte indebitamento e nel disavanzo esterno di un grande paese, in questo caso gli Stati Uniti, finanziato da massicci flussi di capitale dal resto del mondo. Oggi, tuttavia, solo le famiglie, ma non le imprese, americane sono fortemente indebitate e la caduta dei prezzi riguarda il solo settore immobiliare. Quanto al debito estero americano, è assai meno concentrato di quanto non fosse nel 1931 quello tedesco e i mercati finanziari nei quali è trattato sono molto più spessi, diversificati, efficienti. Inoltre, nei primi anni Trenta, l’ostinazione a mantenere un sistema di cambi fissi agganciato all’oro e la scarsa cooperazione internazionale resero impossibile un aggiustamento graduale. Negli anni a venire è auspicabile che una lenta svalutazione del dollaro e la saggezza interessata dei detentori dei titoli americani facilitino l’inevitabile correzione. Che non sarà indolore, ma non si ripeteranno i drammi economici e politici dell’estate 1931.

La principale differenza tra il 1929 e il 2007 consiste nell’esperienza accumulata dalla banche centrali nella gestione delle crisi. Nel 1930-31, le banche centrali, per inesperienza, cultura economica datata e incapacità di cooperare, non furono pronte a fornire al sistema la liquidità necessaria. In queste settimane i banchieri centrali non hanno esitato ad allargare i cordoni della borsa, anche a costo di attirarsi critiche largamente ingiustificate.

Per questi motivi, mi pare eccessivo l’allarme dei commentatori che hanno stabilito strette analogie tra la situazione attuale e quella della Grande crisi per antonomasia. Ciò non significa che la crisi di oggi sarà indolore nel breve termine e priva di conseguenze di lungo periodo.

A un malato grave si somministrano farmaci salvavita, pur sapendo che ogni medicina ha effetti collaterali. Le attuali indispensabili iniezioni di liquidità avvengono in un momento in cui i prezzi di molti prodotti di base sono in tensione. Finita l’emergenza, i banchieri centrali dovranno tornare a occuparsi dell’inflazione che si accingevano a curare. Una cura differita potrebbe avere effetti più pesanti su redditi e occupazione.

Bisognerà poi rivedere aspetti importanti della regolazione dei mercati finanziari. La separazione tra le funzioni di banca centrale e quelle della vigilanza bancaria, affermatasi negli ultimi anni, andrà vagliata con nuova attenzione. Più in generale, si tratta di trovare il modo di rendere gli operatori più attenti nell’assumere rischi senza, per questo, eccedere nelle tutele, come avvenne negli anni Trenta, con effetti negativi sull’efficienza e lo sviluppo dei mercati finanziari. Questo compito va affrontato con grande pragmatismo, nella consapevolezza che non si troverà ancora la cura definitiva per le crisi finanziarie. Possiamo però attrezzarci per renderle di volta in volta meno acute, soprattutto nel loro impatto sul reddito e l’occupazione.

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Sommario 11 settembre 2007

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Dossier: l’Opa europea

  1. Francesco

    Sarò molto sintetico e spero anche molto chiaro. Desidero in prima battuta farle i complimenti per l’analisi effettuata sulle differenze tra 1929 e 2007. In secondo luogo leggendo il suo articolo mi sono sorte 3 domande che vorrei porle senza ambire necessariamente ad una sua risposta. Primo: Nel 2001 durante la crisi pesante di cui tutti sappiamo è stato fatto il medesimo accostamento al 1929? se la risposta è no perchè adesso si è fatto? Allarmismo ingiustificato? Secondo: L’indebitamento delle famiglie, naturali agenti in surplus economico non potrebbe portare ad un effetto catena sulle imprese allargando la crisi? Terzo La situazione USA si sta a mio parere aggrovigliando sempre di più. Esiste la possibilità che il sistema americano possa implodere ad esempio su preciso volere della Cina? La ringrazio molto dell’attenzione. Se volesse eventualmente scrivermi via mail ne sarei onorato. Francesco da Torino

    • La redazione

      Rispondo per punti:
      a) Non so se nel 2001 si sia parlato meno del 1929 di quanto si faccia  oggi: e` un tema ricorrente a ogni crisi finanziaria. Greenspan ha  scritto nel suo libro che nelle crisi del 1987 e del 2001 ha studiato  molta storia economica perche` la teoria serve soprattutto in tempi  "normali". Non vorrei pero` che si finisse per pensare a noi studiosi  della disciplina come portatori di jella…
      b)Certo: nel 1929 la trasmissione della crisi dal settore finanziario  a quello reale avvenne in buona parte attraverso il meccanismo a catena del fallimento dei debitori che provocava quello dei creditori, in un circolo vizioso di disoccupazione, ulteriori fallimenti, ulteriore disoccupazione..
      c)Lei pensa che sia interesse della Cina, che ha investito negli USA trilioni di dollari fare "implodere", come dice lei, l’economia  americana?
      Un vivo saluto
      Gianni Toniolo

  2. Fabio Pancrazi

    Una volta con i soldi dello stipendio riuscivo a vivere abbastanza bene e persino a risparmiare qualcosa. Adesso no e, come tanti altri, a volte devo ricorrere ai prestiti concessi dalle banche o dalle società finanziarie. Nell’ambito di particolari promozioni di credito al consumo con "finanziamento a tasso zero" gli interessi non vengono pagati dal cliente ma dal venditore o dal produttore del bene (oppure da entrambi). C’è una crisi dei consumi e ci sono famiglie che non hanno le possibilità di acquistare i beni durevoli a loro necessari. Sperando che tornino tempi di vacche grasse, in attesa un aiuto dovrebbe venire dallo Stato (insieme anche alle associazioni dei produttori, dei venditori ed alle banche) con agevolazioni fiscali che permettano alle famiglie di accedere a finanziamenti a tasso zero.

  3. Francesco Caprioglio

    Gent.le Dott Toniolo desidero ringraziarla sinceramente per la sua risposta. In particolare per il pensiero di Greenspan che mi fornisce uno spunto aggiuntivo per i miei studi futuri.
    Francesco

  4. GIANCARLO MAZZONE

    Il debito estero americano è meno concentrato di quanto non fosse nel 1931 quello tedesco per il fatto che il mercato finanziario è diventato più sofisticato, più flessibile e più globale. Ma il debito estero americano è un fenomeno che presenta da tempo troppi forti squilibri. Squilibri che le forze economiche tendono a ricomporre. L’atteso lento ritorno a uno stato di maggiore equilibrio debitorio verso gli altri Paesi del mondo, ovviamente aiutato da cambi flessibili, significa anche una maggiore sobrietà dei consumi da parte del popolo americano con una conseguente riduzione dell’importazioni di beni pricipalmente dall’Asia e dall’Europa. L’immissione di liquidità da parte delle banche centrali può ritardare le correzioni in corso, renderle meno aspre, ma sta arrivando per l’economia degli USA il "redde rationem" . Un Paese, come un individuo o una famiglia, non può vivere a lungo al di sopra delle propie possibilità. C’è ‘aspettarsi che ciò provocherà un certo scompiglio nell’economia globale. Non sarà la depressione degli anni trenta, ma un periodo non breve di riaggiustamento e di rallentamento, ma anche di riflessione per il grande popolo americano, per il quale, sopratutto, non possono esistere "pasti gratis". I debiti prima o poi vanno pagati. Mi pare che questa sia l’essenza del problema.

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