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L’Italia, un paese di boschi. Statali

Molto fuoco nell’estate italiana, ma niente di catastrofico in confronto a quanto è avvenuto in altri paesi. Cambiamenti climatici, abbandono progressivo delle aree agricole marginali nei territori montani e costieri e perdita di interesse economico da parte dei proprietari alla gestione dei boschi sono le cause principali. Ma c’è stata anche un’espansione abnorme del ruolo dello Stato nella gestione delle risorse forestali. E il fenomeno degli incendi rischia di essere strumentalizzato per costruire un apparato pubblico ancor più ampio e costoso.

È molto probabile che il 2007 venga ricordato come un annus horribilis nella storia degli incendi in Italia, ma è altrettanto probabile che sia solo il primo di una serie e che nel prossimo futuro il fenomeno interesserà il territorio nazionale con molta maggiore intensità.

La dimensione corretta del fenomeno

Che gli incendi del 2007 in Italia siano un evento preoccupante, ma non catastrofico è verificabile alla luce di quanto è accaduto in altri paesi: questa estate in Grecia, dove ci sono state più di cinquanta vittime, nel 2005 in Francia e Spagna, nel 1998 – definito dalla Fao “the year the earth caught fire” – in Indonesia, Russia e Rondonia (Brasile), rispettivamente con 9,7, 7,1 e 39 milioni di ettari bruciati. Nel 2003 in Portogallo è bruciato circa il 10 per cento del patrimonio boschivo nazionale: la stessa percentuale in Italia significherebbe circa un milione di ettari, invece dei 20-25mila ettari bruciati in ciascuno degli ultimi cinque anni (54mila ettari nei primi otto mesi del 2007).

E le cause

Il fenomeno è comunque probabilmente destinato a diventare sempre più grave, con costi crescenti per la collettività sia in termini di prevenzione e controllo che soprattutto di danno ambientale.
Ci sono cause difficilmente modificabili, almeno nel breve-medio periodo. Una di queste è legata ai cambiamenti climatici, come la maggior frequenza di eventi eccezionali: per esempio, periodi estremamente caldi e siccitosi in estate, ma anche nei mesi invernali.
Una seconda ragione, forse ancor più importe, è legata all’abbandono progressivo delle aree agricole marginali nei territori montani e costieri, un processo lento ma di dimensioni tali che è possibile identificarlo come la più grande trasformazione d’uso del suolo italiano. Alla fine degli anni Cinquanta la superficie forestale italiana non raggiungeva i 5 milioni di ettari, mentre in base ai dati recenti del secondo Inventario forestale nazionale ha superato i 10 milioni di ettari. Grazie non tanto ai rimboschimenti artificiali, dell’ordine di poche centinaia di migliaia di ettari, ma ai fenomeni di progressiva colonizzazione naturale di ex coltivi, prati e pascoli da parte della vegetazione forestale. Con più del 70 per cento del territorio italiano in aree montane, collinari e costiere e con un processo di progressiva concentrazione dell’offerta di prodotti agricoli in aree a maggior produttività, il processo di trasformazione è ben lungi dall’essere terminato. Da quando in Italia si ha una memoria “statistica” dei dati sulla superficie forestale, ovvero dalla seconda metà dell’800, non abbiamo mai avuto una superficie boschiva così estesa. Un terzo del territorio nazionale è coperto da boschi, una percentuale che fa dell’Italia un paese forestale al pari di altri del Centro e Nord Europa.
Di questo stato delle cose gli italiani e i decisori pubblici non sembrano consapevoli. Basti pensare che l’ultimo piano forestale nazionale di orientamento strategico del settore è stato predisposto più di venti anni or sono. Gli incendi costituiscono un fattore di parziale contenimento dei processi di colonizzazione naturale, tanto più che tendono a ripetersi nelle stesse aree e che non sono sempre in grado di distruggere il bosco comportandone la trasformazione in arbusteti, praterie o terreni improduttivi.
C’è poi una terza ragione, a cavallo tra i fattori esterni “strutturali” e quelli interni al settore: la perdita di interesse economico da parte dei proprietari alla gestione dei boschi. Causa prima è la scarsa competitività della produzione nazionale di legname in un mercato che, anche in questo settore, ha subito radicali processi di globalizzazione (soprattutto nel comparto paste-carta) e di delocalizzazione delle imprese di prima lavorazione (segherie) e di quelle di mobili, pavimenti e infissi. Ci sarebbero quialcuni limitati spazi di recupero dell’interesse a una gestione attiva delle risorse forestali nazionali, promuovendo l’associazionismo tra proprietari, le filiere di approvvigionamento locale e in particolare quella delle biomasse a fini energetici. Senza dimenticare l’utilizzo dei prodotti forestali non legnosi, come funghi, castagne, tartufi, sughero, frutti di bosco, erbe aromatiche e medicinali, soprattutto nell’ambito di strategie di marketing territoriale volte a valorizzare i prodotti di qualità tipici delle aree rurali. E, naturalmente, le attività turistiche, ricreative, sportive e culturali: dall’educazione ambientale, agli “adventure park“, alle “canopy forest“, ai concerti in foresta, ai musei in foresta, alle attività sportive strutturate.

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Il ruolo dello Stato

Qui si tocca un nodo problematico fondamentale del settore forestale e uno dei fattori su cui sarebbe più opportuna un’azione rinnovata di governance, che avrebbe indubbi riflessi sul problema degli incendi: una ridefinizione del ruolo dello Stato rispetto alla società civile (imprese e settore non profit) nella gestione diretta delle risorse boschive. Per centocinquanta anni la politica forestale italiana si è basata sull’idea di uno Stato “forte”, posto a difesa dei boschi, contro una popolazione rurale affamata di terreni da coltivare e pascolare. Uno Stato che con strumenti di comando e controllo (il 98 per cento dei boschi italiani è sottoposto a vincolo idrogeologico) e senza forme di compensazione, ha cercato di tutelare i servizi pubblici offerti dalle foreste: protezione idraulica, tutela della biodiversità e del paesaggio, regolazione del ciclo dell’acqua, fissazione di carbonio atmosferico, consentendo solo limitate e regolamentate attività di prelievo di legname.
Tutta la tematica dei “payments for environmental services” è praticamente inesplorata in Italia: ad esempio, nel piano di attuazione degli impegni nazionali per il Protocollo di Kyoto, al settore forestale si attribuisce più del 10 per cento del ruolo di riduzione delle emissioni, senza però prevedere alcuna forma di compensazione ai proprietari. E in molte Regioni, poi, l’iter di autorizzazione al prelievo di pochi metri cubi di legname comporta, per un proprietario privato, fino a più di otto mesi di attesa nell’espletamento delle pratiche amministrative.
Si tratta di un chiaro esempio di “policy failure“: per tutelare le funzioni pubbliche, di fatto si incentiva l’abbandono gestionale, con effetti negativi nella stabilità e struttura dei boschi e, quindi, nell’offerta di molti servizi pubblici.
Soprattutto, però, non si è stimolata la capacità di fare impresa, la nascita e lo sviluppo di quelle modalità innovative nella gestione delle risorse forestali che rappresentano l’unica alternativa all’abbandono. Così le risorse forestali diventano sempre più res nullius, lontane dagli interessi economici, ma ancor di più dalla coscienza e dalla cultura del territorio degli italiani. Coscienza e cultura storicamente molto limitate e non molto cambiate rispetto a quanto Stendhal ebbe a dire poco meno di due secoli fa: “gli italiani odiano le loro foreste“. Se ora non le odiano, certamente c’è una diffusa indifferenza e passività.

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Gestione pubblica e incendi

Il mancato coinvolgimento della società civile nella gestione responsabile delle foreste è evidentemente una faccia della medaglia; l’altra è rappresentata dall’espansione abnorme del ruolo del settore pubblico nella gestione delle risorse forestali.
È un problema che meriterebbe un’analisi approfondita a sé, qui ricordiamo solo alcuni dati: in Italia il 40 per cento del patrimonio forestale è di proprietà pubblica, senza alcuna significativa forma di concessione in gestione a privati; il settore pubblico impiega circa 70mila operai forestali, un fenomeno che va molto al di là di quello dei 10mila operai forestali a tempo indeterminato calabresi (1); il settore pubblico gestisce e controlla aziende faunistiche e venatorie, segherie, decine di piccoli vivai, imprese di sistemazione idraulico-montana, centri di educazione ambientale, centri di formazione tecnica, perfino un sistema di certificazione volontaria (la versione italiana del Pefc – Programme for the Endorsement of Forest Certification Schemes).
Sono tutte attività di rilevanza non strategica e che in altri paesi sono di norma trasferite al settore privato. È evidente che il fenomeno degli incendi si presta bene a essere strumentalmente utilizzato in logiche di rafforzamento delle istituzioni: più incendi significano più mezzi aerei, più centraline per il monitoraggio, più uomini e servizi anti-incendio a terra, più strumenti di inventariazione dei danni e di repressione. In altri termini, significano un apparato pubblico più ampio e costoso.
Peraltro, l’apparato pubblico di controllo e gestione diretta del settore è molto articolato, con un Corpo forestale dello Stato, con funzioni non sempre ben coordinate con quelle delle Regioni, che hanno competenze esclusive nel settore forestale, delle province, delle comunità montane. E opera con enormi carenze nei sistemi di rendicontazione, per cui la verifica delle dimensioni e dell’efficienza ed efficacia della spesa diventano operazioni impossibili. Stando comunque ai grandi numeri degli addetti e della spesa presunta, è facilmente sostenibile la tesi che l’Italia, è il paese europeo dove le funzioni di gestione pubblica diretta sono più ampie e meno trasparenti.
In molti paesi europei la gestione delle foreste statali, anche se affidata a imprese concessionarie a parziale controllo pubblico come avviene in Austria, Germania, Irlanda e Regno Unito, è una fonte di entrate per lo Stato, un’ipotesi che in Italia non è neanche un miraggio, visto il pesante carico di manodopera che grava su ogni gestore pubblico.
Forse, l’annus horribilis degli incendi potrebbe essere l’occasione per avviare una più ampia riflessione sul futuro della politica forestale in Italia.


(1)
Ad esempio, gli operai forestali Ati in Sardegna sono più numerosi dei dipendenti della Regione Lombardia.

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Tagli non parole!

  1. bellavita

    Bell’analisi. Finora ero convinto che gran parte degli incendi nel sud fossero dovuti agli stagionali della forestale e ai vivaisti, ma le dimensioni degli incendi rispetto alla superficie boschiva fan propendere per autocombustione e attività dei pastori (gira e rigira si torna sempre al contrasto tra l’agricoltore Caino e il pastore Abele).
    Però in Italia cominciano a esserci molti volontari della protezione civile. In tutta Europa ci sono i pompieri volontari in ogni città, in Italia la burocrazia ministeriale si è sempre opposta. Nei comuni di montagna e collina, dove la regione eroga contributi per le 5000 bande municipali d’Italia, si potrebbero organizzare volontari antincendi tra chi non suona.

  2. Matteo Bartolomeo

    Concordo con l’analisi di Davide Pettenella, che evidenzia quanto sia necessario individuare e rafforzare le leve economiche affinché si crei un volano economico per la valorizzazione e la conservazione delle foreste.
    Il dibattito in Italia, anche su altre risorse come ad esempio l’acqua, è purtroppo ideologico e incentrato sulla questione della proprietà (con la tipica polarizzazione pubblica vs privata), anziché sulle modalità per una corretta gestione. Questa mi pare una prima questione da chiarire nell’avvio del dibattito che Davide suggerisce e che auspico possa poi concentrarsi sullo sviluppo delle capacità di governo, sulle parità di accesso, sulla trasparenza delle regole e la revisione periodica di accordi (per esempio contratti di concessione).

  3. Emanuela Lombardi

    Il Protocollo di Kyoto, negli art. 3.3 e 3.4, prevede, l’impiego dei pozzi (sinks) di carbonio per la riduzione del bilancio netto nazionale delle emissioni di gas serra.
    Art. 3.3 – Afforestazione, Riforestazione, Deforestazione (ARD)
    Art. 3.4 – Gestione forestale, dei suoli agricoli, dei pascoli e rivegetazione (attività addizionali)
    Relativamente ai sinks, il 31/12/2006 sono state comunicate al segretariato UNFCCC le decisioni relative all’eleggibilità delle attività addizionali – attività di gestione forestale-
    Allo stato attuale delle cose, l’Italia prevede di realizzare attraverso i sinks (settore forestale) un assorbimento di carbonio pari a 10.2 MtCO2 per anno.
    Per attuare concretamente il Protocollo di Kyoto, relativamente all’art. 3.4 – gestione forestale- è’ necessario l’istituzione del Registro Nazionale dei Serbatoi di Carbonio Forestali quale strumento deputato alla contabilità dell’assorbimento di carbonio generato dalle attività selvicolturali.
    L’istituzione del Registro e l’eventuale mercato che potrebbe innescarsi stabiliranno il valore ufficiale dei crediti di carbonio derivanti dalle attività forestali. Un inizio, questo, per valorizzare le risorse forestali.

  4. Marco Pasquali

    Analisi interessante, visto che fornisce dati e osservazioni mai sentite prima. Non concordo però sull’idea che “in fondo..” in Italia sono bruciati pochi boschi. Certo, rispetto alla Grecia è vero, ma è un dato relativo. Non spiega inoltre perché in Trentino – che è Italia – non è andato a fuoco neanche un albero. Non distingue infine tra boschi demaniali e parchi naturali, dove c’è comunque uno sfruttamento turistico. Sicuramente vanno coinvolte le comunità locali sia nella gestione che nella tutela e nello sfruttamento forestale. Il segreto appunto del Trentino.

  5. giovanni

    Secondo me il problema degli incendi è dovuto al fatto che ci sono grossi interessi economici dallo spegnimento, rimboschimento etc. Nei paesi del sud dicono che gli incendi sono iniziati quando hanno istituito i corpi di operai forestali addetti come “guardafuochi”. In più ci sono i pastori e anche i dispettosi. Ci hanno sempre provato, anche l’anno scorso, ma quest’anno la vegetazione era troppo disidratata per mancanza di pioggia da 3 mesi, per questo le superfici bruciate sono state tanto estese. Per il Trentino penso che innanzitutto ci sia più senso civico tra la gente che a differenza del sud denuncerebbe con più facilità chiunque possa essere coinvolto negli incendi e poi c’è stata qualche precipitazione in più. Ma se l’estate diventa secca anche per il nord qualcosa succede sicuramente anche lì. Il giro di affari legato al controllo degli incendi ed agli stanziamenti statali per l’emergenza non esiterebbe a fare vittime nei boschi di qualsiasi regione: l’importante purtroppo è che ci sia qualcosa da bruciare.

    Speriamo che un giorno torni un po’ di legalità nella penisola…

  6. Alberto Pierbattisti

    L’analisi del Prof. Pettenella coglie con precisione i tratti essenziali della crisi del sistema foresta-legno in Italia e delle sue implicazioni in termini di incidenza degli incendi. Credo che in Italia ci siano differenze notevoli tra le diverse Regioni: in Piemonte è stato molto valorizzato il ruolo del volontariato anti incendi boschivi, che svolge, col supporto addestrativo e tecnico della Regione, una preziosissima opera di prevenzione, intervenendo tempestivamente dove occorre. Il problema non si risolve solo aspettando i canadair dal cielo ma anche rimboccandosi le mani a terra tutti i giorni, come fanno i tanti volontari AIB della bella valle piemontese dove abito io.

  7. Sergio Beraldo

    Mi permetto di segnalare che circa tre anni fa ho pubblicato sulla rivista “Corporate Social Responsibility and Environmental Management”, con Pasquale Pazienza, un articolo in cui ponevamo in evidenza gli effetti distorsivi prodotti dalla legislazione italiana sugli incendi. Il nostro caso studio era costituito proprio dall’area del parco nazionale del Gargano, così colpita durante l’estate di quest’anno. Da come sono andate le cose devo dedurre che quell’articolo non è stato affatto preso in considerazione.

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