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  1. giuseppe Rispondi
    A proposito del sostanziale fallimento della campagna di adesione ai fondi pensione, vorrei richiamare l'attenzione su un'altra criticità dell'attuale sistema: l'irreversibilità della scelta di aderire al fondo pensione. Poichè, come noto, l'accantonamento del TFR e dei contributi ad un fondo pensione rappresenta una mera forma di investimento finanziario - forse è meglio chiamare le cose con il loro proprio nome! - più che di accumulo previdenziale (il concetto di previdenza evoca, di per sè, "sicurezza", mentre qualsiasi investimento finanziario comporta il "rischio" di perdite o di mancati guadagni!), come si fà a convincere i giovani a rinunciare al (poco ma) "sicuro" TFR per "sperare" in una futura "indeterminata" pensione complementare, senza neanche avere la libertà di rivedere la propria decisione in qualsiasi momento (come per qualsiasi altra forma di investimento finanziario)? Cordiali saluti.
  2. Giuliano Sarricchio Rispondi
    A mio avviso per dare un impulso decisivo al decollo della riforma previdenziale basterebbe prevedere l'OBBLIGATORIETA' DEL CONTRIBUTO DATORIALE anche per gli aderenti ai fondi pensione aperti. Non vedo per quale ragione ci debba essere un diverso trattamento tra fondi chiusi e fondi aperti in materia di contributo del datore di lavoro. Gli attuali meccanismi di compensazione a favore delle imprese andrebbero ulteriormente ritoccati per evitare per penalizzazioni per le imprese. In questo modo ritengo che il vantaggio per i lavoratori nel destinare il tfr a previdenza sarebbe irrinunciabile. Nello stesso tempo è molto probabile che tale vantaggio sia adeguatamento comunicato e pubblicizzato da campagne promozionali dei fondi aperti. Si avrebbe così anche la giusta campagna informativa, che a mio avviso è stata piuttosto blanda nel primo semestre dell'anno.
  3. silvano Rispondi
    In genere mi pare che in Italia non si sia molto abituati a ragionare sulla propria situazione pensionistica. Si è troppo abituati a "lasciar fare" all'INPS e quindi non si è partecipi alle scelte che oggi l'istituto della previdenza complementare impone. E a mio parere necessario, al fine di aiutare gli utenti, una semplificazione delle procedure che gli enti stessi impongono ed una maggiore pubblicità sui sistemi di calcolo e di verifica dei rendimenti di quanto si accantona . Le incertezze, da parte dei potenziali sottoscrittori, mi pare siano principalmente incentrate sulle incertezze riguardanti gli effettivi rendimenti netti di quanto investito che sui costi delle sottoscrizioni,
    • La redazione Rispondi
      Grazie lettori per i vostri utili commenti. Concordiamo sulla necessità di migliorare i sistemi di rendicontazione dei rendimenti. Da tempo avevamo proposto di inviare a tutti i contribuenti una "busta arancione" come in Svezia con proiezioni sulle pensioni future. Giusta l'osservazione sull'assenza di ammortizzatori sociali per i giovani. Le pressioni nel caso delle piccole imprese sono duplici: i. perchè è più facile essere licenziato nelle piccole che nelle grandi e ii. perchè solo nelle piccole il tfr poteva rimanere ai datori di lavoro. Infine grazie per la testimonianza sugli ostacoli postri nei confronti dei fondiu aperti. Questa ci convince ancora di più della necessità di aprire i fondi chiusi. cordialmente tb e mm
  4. Giacomo Dorigo Rispondi
    Ad essere sincero personalmente ho scelto l'unica opzione che consentiva di ricevere il tfr cumulato in caso di licenziamento. Un caso singolo ovviamente non fa statistica, ma mi azzardo a congetturare che la mancanza degli ammortizzatori sociali sia per molti giovani, i quali percepiscono come più urgente tutelarsi verso eventuali licenziamenti piuttosto che verso una misera pensione, un forte deterrente a passare alla previdenza integrativa.
  5. antonio piacentini Rispondi
    Nell’articolo e nella "vulgata" sindacale sarebbero le pressioni del datore di lavoro ad indurre alla rinuncia alla previdenza complementare da parte del dipendente nella piccola impresa. Se qualche caso detestabile si fosse pure verificato, come mai non aderiscono in oltre 10 milioni di dipendenti e dopo una campagna di sei mesi? Mi pare un modo un po' sbrigativo spiegare il sostanziale fallimento della riforma e la specificità della piccola impresa sulla base di tale argomento. Forse ha inciso il fatto che fondi sono diventati operativi pochi attimi prima della scadenza? Fate inoltre attenzione perchè la gente ha detto (e pensa) che vuole vederci chiaro, che potrà rivedere la decisione più avanti, con più calma. Quindi non ha detto NO e basta. L'interpretazione è più complessa. Come fare chiarezza? Faccio delle proposte semplici: per prima cosa istituire un forum permanente sul tema per tenere vigile l'attenzione e continuare ad informare il mondo del lavoro. Secondo, trovare il modo che questi fondi escano dall'anonimato perchè se non ci sono patronati, associazioni di categoria, sindacati e soprattutto consulenti sul territorio. Di internet la gente si fida poco. Terzo, sono d'accordo con la necessità di accorpare i fondi contrattuali che stanno prolifernado anche per settori con pochi addetti secondo note dinamiche sindacali, ma non nel senso di rendere i fondi chiusi di fatto aperti come proposto ma impedendo indirettamente, sulla base ad elementi di sostenibilità economica, la prosecuzione di forme previdenziali inferiori a certe soglie di adesione: 25.000?50.000? Quarto, flessibilizzare il riscatto e la misura del contributo: perchè tutto il tfr? perchè devo rimanere disoccupato a lungo per riavere indietro tutto? non è normale questa rigidità della legge in una materia come il risparmio, seppure previdenziale.
  6. Patuelli Paolo Rispondi
    Avevo nei giorni scorsi lasciato un mio commento sulla base della mia esperienza a proposito della scarsa adesione ai fondi da parte dei lavoratori delle piccole imprese, descrivendo la notevole resistenza da parte dei datori di lavoro ad informare ed incentivare i propri dipendenti sulla scelta di iscrizione ad un fondo. Per contro dove sono riuscito, in qualità di consulente incaricato dall'istituto bancario per il quale lavoro, a promuovere la sottoscrizione di un accordo collettico impresa/dipendenti su fondo aperto ho trovato questa volta un acceso contrasto dei sindacati e dei rapresentanti del fondo chiuso di categoria talmente forte in alcuni casi da far annullare l'accordo collettivo su fondo aperto che si stava perfezionando. Il datore di lavoro aveva trovato vantagioso il fatto che un accordo collettivo su fondo aperto affiancato al collettivo sul chiuso avrebbe limitato la dispersione in vari fondi nelle scelte dei lavoratori con vantaggi in termini operativi nella gestione dei conferimenti mensili. Per riassumere, allo stato dell'arte non esiste ancora una cultura che vede e promuove le effettive opportunità per il lavoratore e il datore di lavoro, ma tutto viene guidato e deciso dalle singole categorie che difendono coltello fra i denti le proprie zone di potere e i propri vantaggi. Questo è quello che credo di aver sperimentato nella mia esperienza. Sono comunque stato contento del mio lavoro di consulenza e ho trovato anche persone illuminate fra i datori di lavoro che hanno accolto con favore l'idea dell'accordo collettivo. Abbiamo visto sottoscrivere vari accordi colletivi con alla base il fondo aperto proposto dal nostro istituto. Ma che fatica!!!
  7. Antonio Piacentini Rispondi
    La previdenza complementare si è cosruita secondo la logica della frammentazione contrattuale, che è materia conosciuta ai soli addetti ai lavori e non di certo ai dipendenti (ed anche a molti imprenditori). Che anche la previdenza sia stata impostata sulla base dei circa duecento contratti collettivi di lavoro è un limite non indifferente e solo delle regole esterne all'autonomia delle parti potrebbe imporre un accopamento razionale dei fondi. A questi problemi si aggiunge, secondo me, un certo anonimato dei fondi, dove sono? a chi mi devo rivolgere? cosa fare per avere informazioni? le organizzazioni promotrici dovrebbero farsi carico di questa nuova presenza nell'economia quanto meno del rapporto di lavoro. Le adesioni sono spesso la conseguenza di un modo di lavorare che non è dei migliori, ma ai nostri governi (quello di prima e di adesso) la riforma della previdenza andava bene così com'è. Chi ha sbagliato?
  8. Ancona Rispondi
    La ragione del fallimento è legato alla inconsistenza del risultato finale della scelta per la pensione complementare. Un lavoratore che guadagna mediamente in Italia 1200 euro al mese può sperare in una pensione complementare di 70 o 8o euro. Non ne vale la PENA!! La pensione complemenmtare è appetibile per reddito di almeno tre volte superiori a quello che oggi ritenete financo troppo dei miseri lavoratori italiani. on il tfr affronta una brutta operazione chirurgica; si da un aiuto per il matrimonio DEI figli; SI METTONO i soldi da parte per il funerale (non tutti siamo consiglieri regionali veneto) che costa migliaia di euro. Togliendo ai lavoratori il TFR avete commesso un crimine sociale! Lo scopo era quello di coprire il dimagrimento delle pubbliche pensioni. Pietro Ancona
  9. Maria Rosa Gheido Rispondi
    E' da portare avanti con convinzione la proposta di accorpamento dei troppi, piccoli, fondi contrattuali che, nel numero, disorientano i lavoratori e, nel rendimento, li scoraggiano. I datori di lavoro, sopratutto delle piccole e medie imprese, potrebbero essere incentivati ad una maggiore neutralità, nei confronti delle scelte dei loro dipendenti, rendendo più semplice la gestione amministrativa della destinazione del Tfr ai fondi pensione: per esempio, adottando tracciati uniformi per la modulistica e per i versamenti. Perché non F24?