Si dice che nel nostro paese gli investimenti esteri siano scarsi. In realtà, molti settori sono da tempo caratterizzati da imprese a controllo straniero che detengono quote importanti dell’attività nazionale. E se la nostra specializzazione produttiva è fondata sulle Pmi, gli investitori esteri sono invece attratti in Italia dalle medio–grandi che portano in dote alte quote di mercato. Ma la paura dello straniero è maggiore quando sono coinvolte alcune specifiche aziende definite, spesso impropriamente, a valenza pubblica.

La vicenda Telecom Italia ha sollevato parecchie perplessità e domande tra le quali anche quelle relative al passaporto degli azionisti delle imprese italiane.
La questione è se sia preferibile un azionista italiano rispetto a uno estero e, soprattutto, perché.

Investitori e classifiche

Sui giornali molti opinionisti hanno cercato di dimostrare come la nazionalità dell’azionista di controllo sia neutrale ai fini dell’incremento di efficienza dell’impresa e delle ricadute positive sul mercato, essendo queste ultime l’effetto della maggiore concorrenza indotta dal venir meno di barriere di diversa natura.
Assieme a questo argomento si è dato spazio al tema più generale degli investimenti esteri in Italia che permangono, secondo alcune fonti, piuttosto contenuti e pongono l’Italia nella parte bassa della classifica europea. (1)
È bene sottolineare due importanti limiti di queste classifiche. In primo luogo non riescono a spiegare perché, né danno conto del fatto che parecchi settori sono in realtà ormai da tempo caratterizzati da imprese a controllo estero che detengono quote importanti dell’attività nazionale: gestione dei servizi portuali, compagnie telefoniche, farmaceutica, acque minerali, elettrodomestici, supermercati,informatica, servizi di gestione calore e così via.
In secondo luogo, non tengono conto della specializzazione produttiva nazionale che condiziona l’ingresso di operatori esteri. In particolare, la presenza diffusa di Pmi operanti in settori poco attrattivi all’investimento estero
–  per la concorrenza da parte di altri paesi, soprattutto nei settori di scala con tecnologie ormai note e ampiamente diffuse,
–  per le ridotte dimensioni dei mercati di sbocco dei settori di nicchia (come la meccanica di precisione) che non incentivano l’aggregazione di imprese che dovrebbe al contrario realizzarsi dopo un’acquisizione,  
– per la forte  presenza di imprese riconducibili al modello “one man one company”, che determina una eccessiva identificazione tra il fondatore e l’impresa stessa.
Se si considera questo aspetto, e si concentra lo sguardo sui settori potenzialmente attrattivi si dovrebbe al contrario concludere che il tasso di diffusione di interventi esteri nel nostro paese è già alto.

Chi e dove sono gli stranieri

Utilizzando la banca dati di Databank, società milanese specializzata nell’analisi settoriale, è possibile tratteggiare un primo quadro sulla presenza estera nelle imprese italiane.
Se si considerano le prime cento per fatturato si ottiene che il campione si divide in maniera uguale tra imprese a controllo italiano e imprese a controllo estero (cinquanta per ciascun gruppo). Complessivamente queste imprese realizzano un fatturato di 261 miliardi di euro di cui il 65 per cento prodotto dalle imprese a controllo italiano e il 35 per cento da quelle a controllo estero. Nel valutare questi dati è importante tenere presente che le società analizzate sono le più grandi operanti in Italia in base al fatturato. È allora ovvio che quelle a controllo italiano pesino di più rispetto a quelle estere, in quanto nel fatturato delle grandi imprese italiane è compreso anche la quota realizzata fuori dall’Italia, mentre ciò non avviene per quelle a controllo estero.
Se si ordinano le imprese per settore di attività economica, quelle a controllo estero si posizionano soprattutto (25 su 50) nei settori commerciali e meno in quelli industriali, con alcune eccezioni come nella chimica–farmaceutica (7 su 50). Le imprese a controllo italiano presenti nei settori del commercio sono solo dieci. La presenza dei gruppi esteri in imprese commerciali mette in luce una strategia di presidio territoriale di un mercato, quello italiano, che complessivamente è attrattivo sia per le sue dimensioni (57 milioni di abitanti) sia per il profilo reddituale e di abitudini di consumo dei clienti.
È poi un dato generale che le strategie di internazionalizzazione perseguite da gruppi industriali tendono a localizzare le attività produttive in paesi con ridotti costi dei fattori produttivi e a insediare invece imprese commerciali con funzioni di coordinamento e di controllo sui mercati di sbocco in paesi sviluppati.
Se si osserva la distribuzione delle imprese per nazionalità degli azionisti in un settore tipico del made in Italy, l’alimentare, si trova conferma alla tendenza a una presenza di investitori esteri presso imprese medio–grandi: tra le prime cento imprese alimentari, ordinate sempre per fatturato, circa quindici sono a controllo estero con un fatturato medio di 770 milioni euro contro 172 milioni euro per le imprese a controllo italiano.
Nel complesso quindi, da questi dati emergerebbe che gli investitori esteri siano attratti in Italia da imprese medio – grandi che portano in dote alte quote di mercato e che il livello di apertura delle imprese a azionisti esteri è alto, ma con una elevata diversità settoriale, che rispecchia le specializzazioni economiche di ciascun paese.
L’analisi di altre banche dati (2) conferma la forte presenza di imprese a controllo estero e la notevole apertura dell’Italia verso imprese non nazionali. Le imprese con fatturato oltre 5 milioni di euro sono 49.400, quelle con oltre 30 milioni euro scendono a 5.600, e le imprese italiane a controllo estero sono 7.100 con una dimensione media di 120 addetti, quindi collocabili in gran parte nella fascia alta della classifica per classi di fatturato.

Quando lo straniero fa paura

Se ne può concludere che la sensibilità nei confronti dell’assetto proprietario sia maggiore quando sono coinvolte alcune specifiche imprese, specie se operanti in settori denominati, non sempre propriamente, a valenza pubblica (utility, infrastrutture, banche, eccetera).
Ci si sente espropriati se un investitore spagnolo affianca gli azionisti italiani in Autostrade, non altrettanto se sempre un azionista spagnolo assume il controllo di un brand storico nell’alimentare come Star.
Intanto, nel panorama europeo – in Francia e Germania, per esempio – non è da sottovalutare il diffondersi di politiche nazionalistiche tese a contrastare, anche ope legis, l’ingresso di azionisti esteri, seppure limitato a settori ritenuti strategici per l’interesse del paese.

(1) Si veda per esempio Il Sole 24Ore del 9 maggio 2007.
(2) Cerved, banca dati che raccoglie tutti i bilanci delle società italiane, e Reprint, che esamina le operazioni di acquisizioni di imprese.

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