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Una tassa in via di estinzione

Da almeno settant’anni il gettito dell’imposta di successione è in costante calo nei paesi Ocse. La tendenza si spiega con la sempre minore concentrazione della ricchezza e la sua diversa composizione, con il crescente ruolo del reddito da lavoro a scapito di quello da proprietà. In Italia il livello delle entrate è particolarmente moderato e stabile nel tempo. Anche per effetto di evasione ed elusione. La richiesta di riduzione si deve al fatto che nel comparto casa la differenza tra la ricchezza dell’elettore mediano e quella media è molto ridotta.

imposta di successione ha attraversato negli ultimi anni vicende tormentate: ridotta nel 2000 dal governo Amato, abolita nel 2001 dal governo Berlusconi, è stata infine reintrodotta nel 2006 dal governo Prodi, ma a livelli inferiori rispetto al 2000.

Una tendenza internazionale

L’imposta non è oggetto di dibattito solo in Italia. Nicolas Sarkozy, in campagna elettorale, ne ha promesso l’abolizione. Negli ultimi mesi, la Camera dei Lords ha discusso diverse proposte di modifica. L’amministrazione Bush ha tentato di eliminarla in modo permanente: la legge in vigore dal 2000 ne prevede infatti una riduzione graduale fino al 2010, seguita da un ripristino ai livelli originari. In Canada, Australia e Nuova Zelanda l’imposta è stata abolita da tempo. In generale, tra i paesi Ocse, la pressione fiscale sulle eredità è ai minimi storici, sia in termini di Pil che di entrate fiscali complessive.
La tendenza descritta può sembrare sorprendente, dato che la distribuzione della ricchezza è profondamente diseguale, ancora più diseguale di quella del reddito, e che larga parte di tale disuguaglianza risulta proprio ereditata. Una spiegazione del declino dell’imposta può essere però suggerita proprio dall’andamento di lungo periodo della disuguaglianza.

Figura 1. Frazione della ricchezza del percentile più ricco della popolazione, 1913-2000.

La figura 1 illustra il vistoso calo della quota della ricchezza posseduta dal percentile più ricco della popolazione in Francia, Stati Uniti e Regno Unito nel corso del ventesimo secolo. (1)
L’intera serie non è ricostruibile per l’Italia, ma il dato relativo al 2000 è intorno al 17 per cento, appena inferiore agli altri tre paesi. Tale andamento è attribuibile al crescente ruolo del reddito da lavoro, a spese del reddito da proprietà. Se l’imposta di successione è da considerarsi un correttivo alla disuguaglianza della ricchezza, il suo declino non deve quindi sorprendere: in una democrazia in cui la ricchezza è tassata a scopi redistributivi, l’aliquota che gli elettori scelgono a maggioranza è maggiore quanto maggiore è la differenza tra la ricchezza dell’elettore decisivo, il mediano, e la ricchezza media. È questo scarto che determina l’entità del trasferimento netto ricevuto dall’elettore mediano. (2)

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La figura 2 mostra l’evoluzione delle entrate da successione su quelle fiscali complessive in Italia, Regno Unito e Stati Uniti, nel secolo che inizia nel 1860. La figura 3 mostra le entrate da successione sul Pil dal 1870. I dati confermano, da un certo punto in poi, il declino, ma rivelano anche un’espansione delle entrate nella fase iniziale, non riconducibile all’evoluzione della disuguaglianza. È comunque un andamento riconciliabile con la visione dell’aliquota come scelta elettorale: la prima fase corrisponde alla graduale espansione del diritto di voto, e quindi al manifestarsi di una crescente pressione redistributiva da parte di un elettorato a cui accedono via via gli strati più poveri precedentemente esclusi.

L’Italia dalla proprietà terriera a quella immobiliare

I dati rivelano anche differenze tra paesi nel livello e nella variabilità delle entrate. Per esempio, l’Italia presenta un livello delle entrate particolarmente moderato e stabile nel tempo.
Una spiegazione può essere trovata nell’interazione tra la tax compliance e la composizione della ricchezza. Un primo effetto diretto della presenza di evasione ed elusione è la riduzione dell’impatto redistributivo della tassa, e quindi la riduzione della tassa stessa. La ricchezza può poi essere suddivisa in beni mobili, come varie forme di capitale fisico o finanziario, e beni immobili, come terra o abitazioni. Per questi ultimi è notoriamente più difficile evitare l’imposta. L’industrializzazione comporta quindi un’erosione della base imponibile determinata dall’espansione della quota del capitale mobiliare sulla ricchezza. Maggiore è la disuguaglianza nella distribuzione della componente che evita l’imposta, il capitale mobiliare, maggiore è l’effetto riduttivo della mancata tax compliance sull’aliquota prescelta. Al tempo stesso, questi fattori rallentano il declino dell’imposta dovuto alla minore concentrazione della ricchezza, soprattutto nel caso in cui la componente immobiliare sia rilevante e particolarmente concentrata. Il livello moderato ma stabile delle entrate nel caso italiano si accompagna in effetti a un basso livello generale di tax compliance e, all’inizio del periodo in esame, a un settore agricolo ancora sviluppato (3), e dunque a un importante ruolo della proprietà terriera, caratterizzata peraltro da una marcata disuguaglianza.
Anche se oggi il ruolo della proprietà terriera è del tutto marginale, la distinzione tra componenti della ricchezza soggette a tax compliance differenziata può ancora essere utile a capire il ruolo cruciale che l’abitazione riveste nel portafoglio delle famiglie e quindi sull’aliquota percepita come ottimale. La proporzione della ricchezza investita nella prima casa è massima, in Italia, proprio per la classe media, il che implica che nel comparto casa la differenza tra la ricchezza dell’elettore mediano e la ricchezza media è molto ridotta. Se si considera poi come la casa difficilmente possa evitare l’imposta, e quindi rappresenti nei fatti una quota sproporzionatamente grande della base imponibile, non deve sorprendere che l’elettore mediano, di cui l’esecutivo in qualche modo è espressione, abbia voluto negli ultimi tempi consistenti misure di riduzione dell’imposta di successione, nonostante le alterne vicende e i correttivi via via apportati. E le indicazioni del Dpef sulla diminuzione dell’Ici sulla prima casa possono essere letti con la stessa lente interpretativa.
Non si vogliono qui trarre conclusioni normative. Semplicemente, se si accetta che in una democrazia il peso dell’imposta debba essere quello scelto dagli elettori, in base al grado di disuguaglianza, ma anche a fattori quali la tax compliance e la composizione della ricchezza, non si può che pronosticare per il futuro un suo ruolo sempre più marginale. Salvo svolte inattese, e durature, nell’andamento della disuguaglianza della ricchezza. (4)

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(1) La figura è tratta da W. Kopczuk ed E. Saez, “Top Wealth Shares in the United States, 1916-2000”, Nber Working Paper No. 10399, 2004.
(2) Per ulteriori dettagli si veda “The Vanishing Bequest Tax”, Cepr Discussion Paper No. 6115, 2007, url: http://www.economia.unimore.it/Bertocchi_Graziella/papers/taxweb.pdf.
(3) Il tasso generale di tax compliance nel 1995 era il 74,5 per cento negli Stati Uniti, il 77,8 per cento nel Regno Unito e solo il 22,2 per cento in Italia. Le rispettive quote di popolazione impiegate nel settore agricolo nel 1870, erano il 50, 16 e 68 per cento.
(4) I dati della Banca d’Italia danno l’indice di Gini della ricchezza netta nel 2004 allo 0,603, in diminuzione rispetto alle due indagini precedenti, nonostante un precedente peggioramento negli anni Novanta. Oscillazioni di breve e medio periodo, in parte dovute all’andamento dei mercati azionari e immobiliari, non influiscono comunque sulla tendenza al calo nel lungo periodo.

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  1. Daniele Muritano

    L’abolizione dell’imposta di successione da parte del Governo Berlusconi si rivelò incompiuta e irragionevolmente discriminante.
    Chi ereditava uno o due immobili, continuava infatti a pagare le imposte ipo-catastali nella misura del 3% (salvi i casi di prima casa, per i quali l’imposta era sì ridotta, ma comunque era da pagare).
    Erano inoltre dovuti balzelli vari legati alla presentazione della dichiarazione di successione.
    Chi invece ereditava da un ricco “vero”, che non possedeva direttamente immobili, essendo questi di regola intestati a società, non pagava alcuna imposta (e la società poteva anche essere proprietaria di 1, 10, 100 o 1000 immobili; il numero è indifferente).
    Ciò in quanto oggetto della successione erano le azioni o quote, cioè beni mobili. E non vi era alcun obbligo di presentare la dichiarazione, nè per le azioni o quote nè, in generale, per le ricchezze mobiliari.
    In sostanza dell’abolizione dell’imposta hanno probabilmente beneficiato solo questi utlimi (i ricchi “veri”).
    La classe media, tenuto conto delle franchigie introdotte dalla riforma del 2000, di fatto già non pagava imposta di successione ma solo le imposte ipocatastali.
    Stesso discorso per le donazioni.
    Dopo la riforma del 2001 se A donava a B un immobile di 100.000 euro, pagava 3.000 euro di imposte ipo-catastali (o 336 euro se prima casa).
    Se A donava a B il 30% di MEDIASET del valore di 1 miliardo di euro non pagava alcuna imposta (l’esempio non è casuale …)
    La riforma Berlusconi ha pertanto avvantaggiato gli eredi di una piccola parte di italiani “ricchi”, titolari di ricchezze mobiliari (o indirettamente immobiliari), i cui valori superavano le franchigie introdotte nel 2000.
    Stesso vantaggio per le donazioni.
    In altri termini, se abolizione dev’essere, dev’essere PER TUTTI e non solo per alcuni, come invece accaduto con la (furba) riforma del 2001.

  2. Giacomo

    Ottima analisi in termini numerici.
    L’imposta di successione se fosse abolita domani non sposterebbe, se non di pochi decimali, i numeri di finanza pubblica.
    Ma vi è altro in ballo! Come la si giustifica, da un punto di vista del sistema liberale – ossia un sistema che dovrebbe mettere il merito al primo posto – un sistema fiscale che arriva da una parte a tassare al 43% il reddito da lavoro, quel reddito che ci procura “con il sudore della fronte”, e d’altra parte esenta enormi patrimoni che si acquistano solo perchè si è nati in una determinata famiglia ?

  3. carlo catalano

    Nella teoria economica l’imposta di successione trova fondamento nel fatto che il patrimonio si forma anche grazie alla tutela giudirica della proprietà, inoltre tale imposta ha una funzione di redistribuzione e colpisce chi, per nascita e non per merito, ha patrimoni elevati (sono infatti previste le esenzioni per i piccoli patrimoni). Nel nostro paese, in cui più che in altri paesi vi è un sostanziale blocco alla mobilità socio-economica, l’imposta ha, a mio avviso, una ragione d’essere molto forte. In merito poi alla concentrazione della ricchezza suggerisco di osservare la dinamica dei consumi registrata dai beni di lusso negli ultimi anni.
    Grazie

  4. Paolo F.

    Il vero problema dell’imposta di successione è rappresentato dal fatto che l’amministrazione a causa delle sue inefficienze non è in grado di colpire la ricchezza mobiliare (titoli, azioni, quote di società, aziende, avviamenti). L’imposta ha una funzione sociale molto importante nell’attenuare le differenze di partenza tra individui. Perchè non chiedere a chi ha ereditato un’attività economica già avviata un piccolo contributo per compensare le difficoltà di quanti partono da zero?

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