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  1. Paolo F. Rispondi
    Il vero problema dell'imposta di successione è rappresentato dal fatto che l'amministrazione a causa delle sue inefficienze non è in grado di colpire la ricchezza mobiliare (titoli, azioni, quote di società, aziende, avviamenti). L'imposta ha una funzione sociale molto importante nell'attenuare le differenze di partenza tra individui. Perchè non chiedere a chi ha ereditato un'attività economica già avviata un piccolo contributo per compensare le difficoltà di quanti partono da zero?
  2. carlo catalano Rispondi
    Nella teoria economica l'imposta di successione trova fondamento nel fatto che il patrimonio si forma anche grazie alla tutela giudirica della proprietà, inoltre tale imposta ha una funzione di redistribuzione e colpisce chi, per nascita e non per merito, ha patrimoni elevati (sono infatti previste le esenzioni per i piccoli patrimoni). Nel nostro paese, in cui più che in altri paesi vi è un sostanziale blocco alla mobilità socio-economica, l'imposta ha, a mio avviso, una ragione d'essere molto forte. In merito poi alla concentrazione della ricchezza suggerisco di osservare la dinamica dei consumi registrata dai beni di lusso negli ultimi anni. Grazie
  3. Giacomo Rispondi
    Ottima analisi in termini numerici. L'imposta di successione se fosse abolita domani non sposterebbe, se non di pochi decimali, i numeri di finanza pubblica. Ma vi è altro in ballo! Come la si giustifica, da un punto di vista del sistema liberale - ossia un sistema che dovrebbe mettere il merito al primo posto - un sistema fiscale che arriva da una parte a tassare al 43% il reddito da lavoro, quel reddito che ci procura "con il sudore della fronte", e d'altra parte esenta enormi patrimoni che si acquistano solo perchè si è nati in una determinata famiglia ?
  4. Daniele Muritano Rispondi
    L'abolizione dell'imposta di successione da parte del Governo Berlusconi si rivelò incompiuta e irragionevolmente discriminante. Chi ereditava uno o due immobili, continuava infatti a pagare le imposte ipo-catastali nella misura del 3% (salvi i casi di prima casa, per i quali l'imposta era sì ridotta, ma comunque era da pagare). Erano inoltre dovuti balzelli vari legati alla presentazione della dichiarazione di successione. Chi invece ereditava da un ricco "vero", che non possedeva direttamente immobili, essendo questi di regola intestati a società, non pagava alcuna imposta (e la società poteva anche essere proprietaria di 1, 10, 100 o 1000 immobili; il numero è indifferente). Ciò in quanto oggetto della successione erano le azioni o quote, cioè beni mobili. E non vi era alcun obbligo di presentare la dichiarazione, nè per le azioni o quote nè, in generale, per le ricchezze mobiliari. In sostanza dell'abolizione dell'imposta hanno probabilmente beneficiato solo questi utlimi (i ricchi "veri"). La classe media, tenuto conto delle franchigie introdotte dalla riforma del 2000, di fatto già non pagava imposta di successione ma solo le imposte ipocatastali. Stesso discorso per le donazioni. Dopo la riforma del 2001 se A donava a B un immobile di 100.000 euro, pagava 3.000 euro di imposte ipo-catastali (o 336 euro se prima casa). Se A donava a B il 30% di MEDIASET del valore di 1 miliardo di euro non pagava alcuna imposta (l'esempio non è casuale ...) La riforma Berlusconi ha pertanto avvantaggiato gli eredi di una piccola parte di italiani "ricchi", titolari di ricchezze mobiliari (o indirettamente immobiliari), i cui valori superavano le franchigie introdotte nel 2000. Stesso vantaggio per le donazioni. In altri termini, se abolizione dev'essere, dev'essere PER TUTTI e non solo per alcuni, come invece accaduto con la (furba) riforma del 2001.