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Banca e industria, fine di una separazione

L’analisi comparata mostra che in Europa l’Italia ha la regolamentazione più severa sia nei controlli sugli assetti proprietari degli istituti bancari sia sugli acquisti di partecipazioni da parte di banche. Dovuta alle peculiarità degli assetti dell’intero nostro sistema economico. Oggi lo scenario è però diverso. E regole speciali sulla proprietà delle banche non sono più necessarie. Per conservarle poi bisognerebbe contrastare gli indirizzi europei che non lasciano spazio a valutazioni sulla natura finanziaria o industriale dell’acquirente.

I rapporti tra banche e imprese industriali sono stati oggetto in Italia di regolamentazione fin dagli anni Trenta, a causa del ruolo rilevante che gli intrecci partecipativi fra le stesse ebbero nella crisi economica di quegli anni. Da allora il principio di “separatezza” fra banca e industria trova attuazione sia per gli assetti proprietari delle banche (partecipazioni “a monte”), sia per le partecipazioni delle banche (partecipazioni “a valle”).
Nel primo caso, la “separatezza” è sancita da una norma del testo unico bancario del 1993; nel secondo, nelle istruzioni di vigilanza della Banca d’Italia. A più di settanta anni di distanza le autorità creditizie hanno prospettato alcuni cambiamenti importanti. Il governatore della Banca d’Italia, nelle considerazioni finali del 31 maggio 2007, ha proposto di innalzare i limiti alle partecipazioni che le banche possono detenere nelle imprese industriali. Per le partecipazioni al capitale di banche ci sono rilevanti novità allo studio delle autorità europee. Un breve raffronto tra la disciplina italiana e quella dei principali paesi europei può aiutare a fare chiarezza su questo tema da tempo dibattuto.

I controlli sugli assetti proprietari delle banche

La disciplina europea prevede che le autorità possano vietare l’acquisizione di partecipazioni rilevanti al capitale di una banca se la qualità degli azionisti non garantisce la sana e prudente gestione. Si tratta di un concetto ampio e, in certa misura ambiguo, che ha consentito ai paesi europei di attribuire alle autorità nazionali forte discrezionalità. L’analisi delle norme di Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia mostra che solo quest’ultima prevede espressamente, accanto a requisiti di onorabilità, integrità, solidità finanziaria e competenza degli acquirenti, quello legato alla natura dell’attività esercitata dagli stessi. In Italia, non può essere rilasciata l’autorizzazione all’acquisto del controllo o di una quota superiore al 15 per cento del capitale di una banca se l’acquirente svolge, in maniera prevalente, attività diverse da quelle finanziarie. Il divieto è attenuato se l’acquisto è fatto da più industriali, anche se fra loro vi è un accordo; in tal caso, la Banca d’Italia valuta se da tale situazione derivi in capo agli “industriali” una concentrazione di potere tale da pregiudicare la sana e prudente gestione della banca.
Il progetto di direttiva comunitaria, presentato dalla Commissione europea per favorire le operazioni di concentrazione fra banche in Europa, prevede un elenco chiuso di criteri che le autorità nazionali possono considerare per valutare l’idoneità dell’acquirente. Riguardano la reputazione, l’esperienza professionale e la solidità finanziaria dell’acquirente, nonché la provenienza lecita dei capitali necessari per l’acquisto. Non si fa menzione, allo stato dei lavori, della “finanziarietà” dell’acquirente.

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I controlli sugli acquisti di partecipazioni da parte di banche

La disciplina comunitaria contiene regole prudenziali per l’acquisto di partecipazioni in soggetti non finanziari che stabiliscono limiti all’ammontare delle partecipazioni in rapporto al patrimonio della banca. Anche in questo caso l’analisi comparata mostra che l’Italia prevede la regolamentazione più severa fra i principali paesi europei. Germania e Francia prevedono che le banche possano acquisire partecipazioni in imprese industriali nei limiti massimi sanciti dalla direttiva. La Gran Bretagna ha scelto la strada, pure consentita dalla disciplina comunitaria, di imporre l’obbligo della deduzione dal patrimonio delle partecipazioni in imprese industriali che superino i limiti indicati dalla direttiva. L’Italia prevede che i limiti massimi sanciti dalla direttiva nell’acquisizione di partecipazioni in soggetti non finanziari possano essere raggiunti solo da banche che presentano livelli di patrimonio elevati. Il nostro paese, inoltre, vieta l’acquisizione del controllo di un’impresa industriale o di una quota del suo capitale superiore al 15 per cento, con la sola eccezione del caso in cui il valore della partecipazione sia sostanzialmente irrisorio rispetto al patrimonio della banca.

Le soluzioni normative al problema del conflitto di interessi

La regolamentazione comunitaria e quelle dei principali paesi europei non ignorano il problema del possibile conflitto d’interesse che può derivare dalla circostanza che i destinatari di credito da parte della banca siano soggetti che hanno legami partecipativi “a monte” o “a valle” della stessa. La disciplina comunitaria prevede che i limiti prudenziali ai grandi fidi, stabiliti al fine di prevenire la concentrazione dei rischi, siano più stringenti se il prenditore del credito è un soggetto “collegato”, ossia un azionista rilevante della banca, o sia partecipato, con una quota di capitale di rilievo, dalla banca. Questa regola è attuata in tutti i paesi europei con limiti corrispondenti a quelli sanciti nella direttiva. Inoltre, in Gran Bretagna, Francia, Germania e, a seguito di recenti interventi normativi, Italia sono previste altre regole che sanciscono cautele particolari nella delibera di affidamenti a soggetti “correlati”. Si tratta dell’obbligo di deliberare collegialmente la concessione degli affidamenti; di motivarne puntualmente la convenienza e di realizzarla a condizioni di mercato.

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I vantaggi dei cambiamenti

L’analisi comparata mostra un dato di fatto importante: la normativa italiana è la sola, fra quelle analizzate, che prevede regole sui rapporti partecipativi “a monte” e “a valle” della banca che comportano una separazione fra banca e industria. Le iniziative prospettate da autorità italiane ed europee renderebbero il nostro sistema normativo più omogeneo agli altri.
La valutazione degli effetti di questi cambiamenti deve distinguere fra partecipazioni “a valle” e partecipazioni “a monte”. L’attenuazione dei limiti alle prime comporta l’introduzione nel nostro ordinamento del modello della “banca mista“, di impronta tedesca, abbandonato negli anni Trenta. Cadrebbe così l’ultimo vincolo di specializzazione ancora presente nel nostro ordinamento dopo l’avvio del mercato unico europeo nel 1992. La riforma potrebbe consentire alle banche di creare relazioni più stabili con le imprese. Per realizzare quest’obiettivo il cambiamento delle regole potrebbe non bastare. È necessario che le banche italiane cambino un modello operativo-gestionale, oramai consolidato in settanta anni di regime di “separatezza”.
La modifica della disciplina delle partecipazioni “a monte” delle banche non riguarda la scelta del modello della banca “mista” e la soluzione dei problemi di conflitto di interessi ad essa connessi. Anche nei paesi dove questo tipo di banca si è affermato con maggior forza, come la Germania, gli azionisti industriali pesano poco nel capitale delle banche, pur in assenza di limiti normativi. Le ragioni che giustificarono l’affermazione del principio di “separatezza a monte” nel nostro paese risiedevano nelle peculiarità degli assetti dell’intero sistema economico. Oggi lo scenario è diverso, soprattutto perché l’ordinamento italiano è molto più complesso e prevede, oltre alle regole di vigilanza per le banche, strumenti e controlli comuni a tutte le imprese come quelli sulla società, la borsa, o sull’antitrust. In questo contesto, regole speciali sulla proprietà delle banche non sono più necessarie. D’altro canto, per conservarle bisognerebbe contrastare gli indirizzi europei che non sembrano lasciare più spazio a valutazioni sulla natura finanziaria o industriale dell’acquirente.

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Sommario 13 luglio 2007

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Dossier: cronaca di un fallimento annunciato

  1. riccardo boero

    Gentile professoressa,

    a me pare che la sua proposta non sia una buona idea.
    Innanzitutto, non si vede la necessita` di un allineamento alle consuetudini di altri paesi europei: se l’Europa significa conformismo e impossibilita` di perseguire diverse idee in competizione fra loro, credo sia meglio allontanarsene.
    Forse piu’ importante, abbiamo tutti davanti agli occhi i gravissimi problemi del modello tedesco delle banche partecipate fortemente dalle industrie: cio’ ha portato alla fine di ogni concorrenza ai danni della grande industria, con colossi industriali sempiterni e inattaccabili, da una parte o dall’altra del Reno. Non dovendo piu’ competere per i finanziamenti, disponendo sempre di forti liquidita` per gli investimenti certo, ma anche per operazioni meno chiare (vedi recenti scandali Volkswagen, Siemens..), e attuando il ricatto occupazionale per soggiogare il potere politico, la Grande Industria Tedesca e` diventata un behemot invincibile e immortale. Decine di grandi realta` sono sorte negli ultimi decenni in USA, come Dell, Google, etc Quid in Germania?
    Grazie di una cortese risposta

  2. Diego d'Andria

    I vantaggi nell’allentamento dei limiti alla commistione fra industria e banca ci sono, questo è vero.

    Ma il nostro sistema italiano, per come è ancora strutturato in un “club” chiuso di capitali familiari, logge pseudo-massoniche e interferenze fra vigilanti e vigilati, davvero può permetterselo?

    In un momento in cui gli enti preposti al controllo dei mercati (Consob, antitrust, Agcom e Banca d’Italia) mostrano debolezza e carenza di strumenti operativi, ci conviene facilitare la strada alla formazione di vere “Zaibatsu” all’italiana, che assommano industria, editoria e banca in singole entità consolidate e onnipotenti?

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