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  1. Antonio ORNELLO Rispondi

    L'evidente disparità di trattamento tra lavoratori autonomi, lavoratori dipendenti e dipendenti donne, nel caso essi abbiano diritto a pensione alla stessa età, con medesima anzianità contributiva e di lavoro effettivo (pari o superiore a 40/41 anni), con uguale ultima retribuzione ed identico montante contributivo rivalutato finale, porta all'incostituzionalità del decreto in oggetto e della relativa legge di conversione n. 417 del 27/11/2001, laddove impedisce, ai soli dipendenti uomini, di accedere al pensionamento secondo il metodo ed il sistema di calcolo contributivo. Faccio l'esempio che mi riguarda: nel 2011, a 59 anni anagrafici e con 41 anni di contributi, avrei diritto ad una pensione contributiva di € 85.000 lordi annui (pari al 5% del montante di € 1.700.000), ma andrò a percepire € 47.560 lordi, cioè praticamente la metà (ma non era più favorevole il retributivo?). In alternativa alla dichiarazione d'incostituzionalità sono possibili, a mio parere, diverse strade, senza considerare, adesso, le pensioni di riversibilità: 1) la restituzione dei contributi versati in eccesso; 2) la riapertura dell'opzione di scelta tra contributivo e retributivo; 3) un extra-rendim..

  2. Calabresi Giorgio Rispondi
    Il contributivo non basta a portare equilibrio. Tutti gli economisti non si stancano mai di lodare, peraltro giustamente, il sistema contributivo perché è l’unico, finora conosciuto, che garantisce il massimo dell’equità, per cui, ben venga l’aggiornamento dei coefficienti o lo spostamento in avanti dell’età pensionabile. Questi aggiustamenti però non bastano perché danno per scontato che il rapporto attivi/pensionati si mantenga sempre in equilibrio mentre la realtà è ben diversa. Il rapporto suddetto, nelle nostre società industrializzate che si avviano inesorabilmente verso il declino e l’invecchiamento, è in continua involuzione; tra 20 -30 anni il rapporto attivi/pensionati sarà grandemente deteriorato e i contributi versati dai lavoratori in attività non saranno sufficienti, a pagare le pensioni a quelli in quiescenza, in verità già oggi lo Stato interviene per sopperire alla mancanza di contribuzione, nel prossimo futuro, però, potrebbe non farcela. Quando ragioniamo di sistema contributivo pensiamo di essere in un sistema a capitalizzazione reale dove il lavoratore con i suoi contributi fa crescere un pacchetto finanziario che alla fine del periodo lavorativo gli fornirà la rendita con la quale potrà soddisfare le sue esigenze; facendo ciò, però, cadiamo in errore perché operando in un sistema a ripartizione che trova il suo fondamento nel patto generazionale, i suoi contributi servono solo per pagare le pensioni dei suoi genitori; se il lavoratore vuole la pensione deve necessariamente provvedere al ricambio, altrimenti non può vivere nel sistema a ripartizione; se vorrà la pensione la dovrà cercare nel sistema a capitalizzazione reale sottoscrivendo un fondo pensione. Il sistema contributivo serve solo per determinare il giusto importo della pensione; se vogliamo equilibrio nel sistema a ripartizione, occorre stornare dal medesimo tutte le posizioni di lavoratori senza figli.
  3. Giacomo Dorigo Rispondi
    Io personalmente sono rimasto attonito quando ho letto le seguenti parole di colui che dovrebbe essere il nuovo leader di una delle due possibili formazioni alternative (ammesso che il sistema bipolare rimanga), Veltroni: "Pensate alla portata straordinaria dell'innovazione introdotta più di trent'anni fa nella previdenza pubblica dall'adozione del sistema cosiddetto a ripartizione, che sostituiva quello a capitalizzazione, nel quale ognuno versava i contributi "per sé": io lavoratore in attività pago oggi i miei contributi, che vengono usati per pagare le pensioni ai pensionati di oggi, in nome del patto, garantito dallo Stato, che prevede che i lavoratori attivi di domani pagheranno a loro volta la mia pensione... e così via, in un sempre rinnovato rapporto di solidarietà tra le generazioni."