Il periodo di competenza del Dpef appena varato si sovrappone quasi completamente alla prima fase degli impegni sulla riduzione delle emissioni di gas clima-alteranti che l’Italia deve rispettare in base al Protocollo di Kyoto. Eppure, il documento non indica alcun intervento specifico in materia e si limita a generiche enunciazioni di principio. Mentre il ripetuto riferimento alle disponibilità di bilancio fa pensare che ancora una volta la lotta ai cambiamenti del clima sia una priorità subalterna. Un atteggiamento che potrebbe costarci molto caro.

Dal 1° gennaio 2008 scatta il quinquennio durante il quale il nostro paese dovrà ridurre le proprie emissioni di gas clima-alteranti secondo l’impegno contratto nel 1997 a Kyoto sulla base del Protocollo che il nostro Parlamento ha ratificato con la legge n. 120 del 1° giugno 2002. Abbiamo a disposizione il periodo che si conclude a fine 2012 per ridurre le nostre emissioni del 6,5 per cento rispetto ai livelli del 1990. Le quali sono nel frattempo aumentate – siamo a un +13 per cento nel 2006 – e ancora stanno aumentando, cosicché lo sforzo sarà assai più consistente, probabilmente dell’ordine del 20 per cento in più. Un recente studio di Point Carbon mostra la situazione al giugno 2006 (figura 1).

Nessun intervento preciso

Il Documento di programmazione economica e finanziaria per gli anni 2008-2011, fresco di stampa, ci informa che i costi della mancata applicazione del Protocollo in Italia rischiano di aumentare fino a 2,56 miliardi di euro all’anno per il periodo 2008-2012.
Visto l’incipit, ci saremmo perciò aspettati ben altro dal Dpef ai capitoli ambiente ed energia. Il periodo di competenza del documento si sovrappone quasi integralmente con il primo Commitment Period del Protocollo, dunque gli estensori del documento avrebbero dovuto rivelarci con un certo dettaglio che cosa il governo intende fare per adempiere ai propri obblighi. Obblighi che non solo sono nel nostro interesse, considerato come sta andando il clima, ma che potrebbero costarci assai cari.
Se non sbagliamo, la funzione del Dpef è quella di definire, nella maniera più precisa possibile, di regola quantitativamente, due scenari: uno tendenziale, che descrive come sta andando il sistema economico proiettando in avanti l’attuale situazione (il “business as usual“), e uno di policy, che descrive come e dove si vuole che il sistema vada. Di norma i due scenari non coincidono, e il Dpef dovrebbe indicare gli interventi per allinearli. Questi però non dovrebbero limitarsi a generiche enunciazioni: più precisi e più stringenti saranno e meno arbitrari saranno i contenuti della successiva Legge finanziaria, la quale ha il compito di enunciare in dettaglio le varie “politiche e misure” atte a raggiungere, anche quantitativamente, gli obiettivi.
Da questo punto di vista, secondo noi, il Dpef fallisce, almeno per quanto riguarda i capitoli V.6 “Clima e ambiente” e V.7 “Energia”. L’impressione che emerge dalla lettura del documento è che si tratti di un’appendice del programma elettorale della maggioranza, rivisto e corretto alla luce di un anno di governo. Molti, anzi troppi, gli enunciati di obiettivi e le dichiarazioni di intenti. Sappiamo che è pericoloso estrapolare frasi dai contesti, e quindi ci asteniamo dalla tentazione di citare qualche passaggio. Il lettore si può sincerare leggendo direttamente il documento.
Nell’ambito più propriamente ambientale si toccano i temi delle azioni di tutela, dell’adattamento (1), della biodiversità, dei rifiuti e dei siti contaminati. Sul fronte energetico vengono toccati temi rilevanti, dalla sicurezza dell’approvvigionamento a quelli del risparmio e dell’efficienza energetica. Ma ancora una volta senza menzione di precise linee di intervento, senza cenni agli strumenti che si intendono impiegare. Anzi, nelle sei pagine del documento dedicate al tema abbiamo contato almeno cinque volte frasi come “nei limiti delle compatibilità finanziarie”, “nei limiti delle disponibilità finanziarie”, “compatibilmente con le risorse di bilancio”, quasi che si vogliano mettere le mani avanti. E qui il pensiero va inevitabilmente al dibattito su pensioni e “tesoretto”, che a chi si occupa di cambiamenti climatici non riesce a non apparire spesso surreale.

Cosa fanno gli altri

Vi sono anche cose a nostro giudizio apprezzabili nel documento. Ne vogliamo menzionare due: l’impegno del governo a introdurre un sistema di contabilità e bilancio ambientale nello Stato, nelle Regioni e negli enti locali e l’intenzione di avviare in tempi brevi la revisione della Strategia d’azione ambientale per lo sviluppo sostenibile in Italia del 2002.
Ma è sul piano dei cambiamenti climatici e sul controllo delle emissioni che il Dpef doveva dare un segnale forte di discontinuità con il passato. Doveva cioè spiegare cosa il governo intende fare già dal 1° gennaio prossimo per evitare di sborsare le somme molto ingenti che cita in apertura. Il ripetuto riferimento alle disponibilità di bilancio suscita invece l’impressione che ancora una volta la lotta ai cambiamenti del clima sia una priorità subalterna, da mettere sempre in coda. In realtà, dovrebbe venire prima di tutto, o almeno di tanto altro. Così appare essere per il governo britannico che a marzo 2007 ha varato un piano di riduzione del 60 per cento delle proprie emissioni al 2050 (e del 26-32 per cento al 2020) prevedendo un sistema di target vincolanti e di carbon budgets.
Similmente, la Germania ha assunto un obiettivo di riduzione unilaterale delle proprie emissioni del 40 per cento entro il 2020 e – come ci informa l’ottima Relazione della VIII Commissione (Ambiente, territorio e lavori pubblici) della Camera dei deputati sulle “Tematiche relative ai cambiamenti climatici”, approvata il 28 giugno 2007 – a tal fine ha varato un pacchetto strategico di provvedimenti che mirano alla tutela del clima.
L’Italia avrebbe potuto prendere esempio da questi due paesi che peraltro, come vediamo dalla figura qui sotto, stanno assai meglio di noi quanto a obblighi di riduzione dei gas-serra. Il Dpef avrebbe potuto affermare per esempio che per i settori esclusi dallo schema europeo dei permessi di emissione si farà ricorso alla tassazione sotto forma di una estesa riforma fiscale ambientale che ripensi l’attuale sistema di tassazione dell’energia e finalizzi il gettito all’alleggerimento delle tasse sul lavoro e all’incentivazione della ricerca tecnologia. Questo “secondo dividendo” avrebbe ripercussioni positive sull’economia e contribuirebbe (insieme all’allarme sui guasti dei cambiamenti climatici, sotto gli occhi di tutti) a rendere politicamente accettabile l’operazione. Il tutto in linea con i contenuti del “Libro verde sugli strumenti di mercato utilizzati a fini di politica ambientale ed energetica” preparato dalla Commissione europea e diffuso a marzo 2007.

Figura 1: Distanza relative dal target del Protocollo di Kyoto


(fonte: “Kyoto Progress Update: Improvements on the Horizon”,
Carbon Market Analyst, 19 giugno 2006)

(1) Lo fa alla luce della Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici che si svolgerà a settembre, ma i cui wokshop di preparazione sono già in corso.

Lavoce è di tutti: sostienila!

Lavoce.info non ospita pubblicità e, a differenza di molte altre testate, l’accesso ai nostri articoli è completamente gratuito. L’impegno dei redattori è volontario, ma le donazioni sono fondamentali per sostenere i costi del nostro sito. Il tuo contributo rafforzerebbe la nostra indipendenza e ci aiuterebbe a migliorare la nostra offerta di informazione libera, professionale e gratuita. Grazie del tuo aiuto!