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Non è d’oro il silenzio sul Tfr

Il meccanismo del silenzio-assenso doveva servire a indirizzare il risparmio cristallizzato nel Tfr verso impieghi più redditizi. Invece, sulla base di una precisa disposizione di legge, è stato avviato in una direzione intrinsecamente contraddittoria con il fine dichiarato. In più, almeno in prima battuta, i lavoratori “silenti” non beneficeranno del contributo datoriale al fondo pensione. E’ necessaria una adeguata opera di informazione sulle diverse opzioni disponibili, per consentire a ciascuno una scelta esplicita e coerente con il proprio effettivo interesse.

 Il 30 giugno scade il termine per effettuare l’opzione sulla destinazione del trattamento di fine rapporto. I lavoratori che per quella data non avranno espresso alcuna volontà, aderiranno comunque alla previdenza complementare, cioè conferiranno irreversibilmente il loro Tfr a un fondo pensione. Di tutto ciò non pare vi sia sufficiente consapevolezza fra i lavoratori. Ancor meno è diffusa la consapevolezza del fatto che dall’adesione attraverso il silenzio assenso consegue la destinazione del Tfr a una linea garantita.

GLI SVANTAGGI DEI “SILENTI”

Tali elementi non sono messi in luce nella campagna di informazione in corso sui mass media. E ciò è tanto più deprecabile in quanto è fin troppo facile prevedere che la più parte dei lavoratori nuovi iscritti ai fondi pensione a conclusione del periodo accordato per effettuare l’opzione apparterrà proprio alla categoria dei “silenti”, ovvero a quei dipendenti del settore privato che non avranno esplicitato la loro volontà di aderire a un fondo pensione o di conservare il Tfr.
Il contributo previdenziale di tali lavoratori affluirà al fondo negoziale di categoria oppure, in difetto, alla forma pensionistica alla quale risultano iscritti il maggior numero di lavoratori dell’azienda o al cosiddetto FondInps, la forma “residuale” appositamente creata per ricevere il Tfr dei lavoratori appartenenti a categorie prive di contratto o i cui contratti non abbiano previsto l’istituzione di una forma di previdenza complementare.
In ogni caso, questi lavoratori non potranno beneficiare del contributo addizionale dei datori di lavoro previsto nei contratti collettivi (in genere poco sopra l’1 per cento dello stipendio al lordo delle imposte) se non quando decideranno, successivamente all’adesione tacita, di versare la contribuzione prevista a loro carico dagli accordi collettivi o aziendali. Ma è plausibile che lavoratori “silenti”, che con ogni evidenza non hanno manifestato un’attenzione sufficiente a tutelare in modo attivo il proprio interesse alla vigilia della scelta allocativa del Tfr, siano poi facilmente sensibilizzabili sulla necessità di erogare un contributo finanziario addizionale al fine di scongiurare la perdita del contributo datoriale?
C’è da aggiungere che i lavoratori in questione vedranno il loro Tfr collocato in una linea di investimento definita in modo tale da garantire la restituzione del capitale e perseguire rendimenti comparabili al tasso di rivalutazione del Tfr. Si deve sottolineare che una linea di investimento siffatta presenta elevata probabilità di produrre rendimenti che nella migliore delle ipotesi, al netto dei costi, saranno allineati a quelli del Tfr.

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MECCANISMO PARADOSSALE

Qui siamo di fronte a un vero paradosso: il meccanismo del silenzio-assenso la cui finalità doveva essere quella di indirizzare il risparmio cristallizzato nel Tfr verso impieghi più redditizi è stato invece, sulla base di una precisa disposizione di legge, curvato verso una direzione intrinsecamente contraddittoria con il fine dichiarato.
Si capisce la volontà del legislatore di evitare la facile critica di esporre al rischio finanziario lavoratori inconsapevoli. Ma meglio, molto meglio, sarebbe stato incanalare il risparmio di questi ultimi in percorsi di default differenziati, ad esempio, in base all’età secondo l’approccio noto come “life cycle“.
Diviene in ogni caso essenziale avviare una riflessione su cosa occorra fare per evitare che i lavoratori “silenti” si trovino nella malaugurata situazione, da un lato, di perdere, almeno in prima battuta, il contributo datoriale, un importante fattore di convenienza per la scelta a favore della previdenza integrativa. E dall’altro di beneficiare soltanto di rendimenti contenuti, ossia quelli ragionevolmente conseguibili a valere sulla gestione delle linee garantite.
Vale precisare peraltro che l’opzione di iscriversi a una linea garantita non presenta in assoluto un contenuto di irrazionalità; per alcune categorie di lavoratori (quelli prossimi al pensionamento, ad esempio) tale opzione potrebbe anzi essere altamente raccomandabile. Il problema è che il meccanismo di default previsto dalla legge ha introdotto un elemento alquanto grossolano di indistinzione che può determinare in capo a un elevato numero di lavoratori un danno economico tanto più grave quanto più lungo risulterà il periodo di permanenza inconsapevole nella linea garantita.
Di qui la necessità che i fondi pensione si adoperino per informare adeguatamente i lavoratori “silenti” sulle diverse opzioni disponibili, mettendoli nelle condizioni di operare al più presto una scelta esplicita e coerente con il loro effettivo interesse.
In caso contrario, potrebbero determinarsi amare sorprese e un generale sentimento di disillusione verso la previdenza complementare.

 

 

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Sommario 25 giugno 2007

10 commenti

  1. Gianfranco Uber

    E’ il caso di dire “silenzio ASSENZIO”.
    Potrei capire il meccanismo di fronte a situazion in cui sia difficile reperire chi deve dare una risposta ma non credo che questo sia il caso.
    Ho il sospetto che questo metodo nasconda spesso secondi fini non sempre encomiabili.
    Cordiali saluti

  2. maurizio

    In fin dei conti, sono quasi dieci anni che i fondi pensione esistono. Se uno in tutto questo periodo non si è mai preoccupato di destinarci una parte del proprio stipendio per avere il contributo aziendale, non penso che lo farà adesso…

  3. Riccardo Lodi

    Mi scuso per la personalizzazione del commento ma per chi come me è prontissimo ad entrare in un fondo ma, lavorando in una ONLUS, non ha alcun fondo di categoria e i fondi privati per i singoli costano un’ira di dio; vale davvero la pena aderire? con i costi che ci sono il mio futuro ex TFR dovrebbe rendere intorno al 5% annuo per coprire le spese ed il vecchio rendimento.
    Faccio un ragionamento sbagliato?
    Grazie

    • La redazione

      Ci sono fondi privati che hanno costi abbordabili. Occorre avere la pazienza di fare gli opportuni confronti. Alcune associazioni dei consumatori offrono nei loro siti utili informazioni al riguardo.

  4. Marco Solferini

    Ho seguito con attenzione tutta la vicenda e prima ancora ho discretamente avuto modo di studiare e di approfondire il meccanismo dei fondi pensioni. In Italia sono degli ibridi, la loro stessa introduzione è stata una dorsale fra storia contemporanea e risultati aggiunti, laddove la prima deriva dalla riforma del sistema pensionistico cileno e la seconda proviene dalla gestione di alcune note case di investimento angloamericane (note, per gli addetti ai lavori, in Italia pochi conoscono il board di Hsbc o Goldman Sachs o Citigroup). Il travaglio di considerazioni porterebbe alle gestazioni e al parto prematuro: noi agiamo sulla base non di una necessità capitalistica richiesta dagli impieghi del capitale, non sulla base di una spinta alla diversificazione e alla ricerca del profitto, ma per il semplice fatto che il sistema pensionistico e più in generale il welfare è alle corde, ancora qualche “cazzottone” ben assestato e stramazza al tappeto. E’ ovvio che vi siano dei lavoratori silenti. Nei piccoli comuni di periferia (che in Italia totalizzano numericamente quanto le grandi Città), dove per intenderci la finanza e la politica si incontrano alle 19.00 della sera davanti al bar, fra lo sport e il gossip, queste materie, stante anche l’educazione ricevuta a livello scolastico dagli odierni maturi lavoratori, è come parlare degli extraterrestri. Mi piacerebbe fare un sondaggio su quanti di questi abbiano mai sottoscritto un fondo di investimento. Cui si aggiunga il fatto che il tasso di cause contro le SGR è in netto aumento, la materia una volta aliena alle riviste di legge e ai piccoli e medi studi legali, sta invece colonizzando entrambi. Tutto questo per affermare che la “manovra” (utilizzo un termine confacente, ma non esaustivo) va nella direzione giusta, a patto che vi sia serietà, professionalità e onorevolezza nelle gestioni e nel ciclo informativo, nella trasparenza che la miglior dottrina del diritto ha sempre ricondotto alla stabilità dei mercati.

    • La redazione

      D’accordo con lei, a condizione che la “professionalità nel ciclo informativo” da lei stesso auspicata sia dispiegata anche con riguardo ai silenti.

  5. A.Battista

    Ogni bontà della valutazione della regola del silenzio assenso nasce dalla comprensione della sua genesi e dai risultati che otterrà in termini di adesioni.
    Dato per scontato che non era ipotizzabile, in termini di rispetto della libertà individuali e di incentivo all’efficienza dell’industria dei fondi pensioni, una regola di adesione obbligatoria, come pure avviene in qualche sistema, il silenzio assenso deve essere valutato come una soluzione di compromesso che, senza violare i principi di fondo sopra richiamati, dovrebbe riuscire a realizzare un risultato positivo in termini di policy, ossia avviare la previdenza complementare di massa.
    Essendo ovviamente preferibile un’adesione esplicita, non sono da valutare negativamente le penalizzazioni alle adesioni tacite, visto che il silenzio é pur sempre una scelta; in ogni caso, una volta nel sistema dei fondi pensione, la riallocazione del proprio asset verso profili rischi / rendimento piu’ idonei sarà piu’ probabile.
    Infine una notazione sui prodotti: offrire, almeno per i primi anni, comparti garantiti legati al tfr come rendimento minimo eviterà penalizzazioni per i silenti che si troveranno in tale comparto.

    • La redazione

      D’accordo sull’adesione obbligatoria. Esiste soltanto nei Paesi dove i fondi pensione sono a prestazione definita (e in Cile, ma lo Stato è garante di ultima istanza). E’ una bizzarria pensare di costringere gli individui a investire in capitale di rischio senza prevedere una rete di protezione. Quanto alla equità della previsione di una penalizzazione del silente giacché il silenzio configura comunque una forma di espressione della volontà, aspetterei l’esito di qualche indagine demoscopica sulle motivazioni dei silenti prima di condividere tale affermazione, risultante allo stato alquanto apodittica. Infine, se, come credo, le linee garantite finiranno, al netto dei costi, per rendere non più del tfr, non vedo francamente come si potrà evitare una penalizzazione dei silenti non prossimi al pensionamento rispetto agli aderenti espliciti anche sotto questo profilo. Spero converrà sull’esigenza di fondo da me posta nell’articolo, ovvero quella di spingere i fondi negoziali a fare tutto quanto possibile per fare uscire i silenti dalla loro inerzia.

  6. cinzia

    Il titolo dell’articolo mi aveva “intrappolato” essendo tra quei soggetti che hanno già destinato tutto il TFr a fondo. Poi però non ho visto riferimenti alla situazione d quanti, come me, non devono esprimersi in quanto la scelta è già stata fatta.
    Il dubbio è… a fronte del silenzio.. non è che dopo noi di questa categoria ci troveremo di fronte a spiacevoli sorprese?

    • La redazione

      Occorre farsi aiutare nelle scelte da persone fidate e competenti e restare vigili.

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