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  1. Giacomo Dorigo Rispondi
    Mi permetto di dissentire. Primo il fatto di percepire il finanziamento dell'attività statale come un costo non è mera emozione o irrazionalità ideologica, ma è basato sulla situazione oggettiva: non mi è dato come cittadino pagante di scegliere come le tasse da me pagate verranno spese. Il sistema di rappresentanza politica così com'è non mi da alcun reale potere decisionale, non ho facoltà di scelta e questo rende di certo una spesa molto più affine ad un costo ineludibile che non un investimento o addirittura una spesa al consumo. Se devo acquistare un prodotto, ancorché necessario, addirittura un bene primario come il cibo, posso comunque avere una certa libertà di scelta, posso confrontare vari prezzi, varie offerte, varie qualità. Tutto questo dovrebbe essermi garantito in maniera indiretta dalla democrazia rappresentativa, ma il modo in cui essa è implementata in questo paese di fatto mi esautora di tale capacità. rimango convinto che parlare di costo dello Stato sia invece salutare per un paese dove non si fa altro che lasciar andare la spesa corrente, e proporre nuove e sempre più onerose finanziarie con i conseguenti aumenti di pressione fiscale. Concludo dicendo che uno Stato davvero efficiente, in grado di mantenere il proprio costo invariato negli anni e di aumentare la produttività del proprio organico, darebbe luogo ad una diluizione automatica del rapporto costo/PIL in fase di espansione economica.
    • La redazione Rispondi
      Il suo commento contiene in se già la risposta, la democrazia rappresentativa dovrebbe garantire che il costo dello Stato non sia solo un costo, ma anche una spesa per servizi. L'obiettivo di rendere più efficiente la gestione dello Stato da conseguire, prevalentemente, tenendo sotto controllo la spesa è esplicitato chiaramente nel mio articolo. Osservo che stigmatizzare l'onerosità dei costi dello Stato sia una pratica comune, che non ha condotto, fino ad ora, a risultati apprezzabili. La mia proposta è quella di cambiare "tattica", per conseguire dei risultati che sono anche i suoi, cercando di avvicinare i cittadini alla Stato, motivandoli sul fatto che una Stato più efficiente (cioè che spende meno e meglio) può migliorare la loro qualità della vita. Tutto ciò può avvenire se si percepisce il Servizio offerto dallo Stato e non meramente il costo del cittadino vessato. Mi interessa, in pratica, invertire il luogo comune: "non pago le tasse perché lo Stato non mi da nulla", in: "pago le tasse e pretendo che lo Stato non sprechi i miei soldi". Con cordialità
  2. claudio marcon Rispondi
    Esistono studi che rilevino eventuali differenze nella propensione al consumo tra il Pil dichiarato (e quindi influenzato dalla pressione fiscale) e quello sommerso? Assumendo come ipotesi l'emersione totale del Pil e l'invarianza nella spesa pubblica, con conseguente riduzione della pressione fiscale, quale potrebbe essere l'effetto sui consumi privati?
    • La redazione Rispondi
      Non penso che sia possibile distinguere la propensione al consumo del PIL dichiarato da quello sommerso, poiché non esiste una netta separazione tra i due mondi, anche perché la produzione sommersa il più delle volte si affianca a quella emersa. Per rispondere al secondo quesito sarebbe necessario stimare un modello di comportamento, tema che ancora non ho affrontato.
  3. Giacomo Dorigo Rispondi
    Sinceramente guardando al rapporto tra costo Stato / PIL mi sembra che entrambi i dati siano troppo alti... al di là del 60% sul "dichiarato" ma anche quell' oltre 45% è davvero troppo... forse sono ideologico e non empirico ma perché istintivamente mi verrebbe da dire che lo Stato non dovrebbe costare più del 30% ?
    • La redazione Rispondi
      1. La sua impostazione ideologica si riflette nel fatto che vede solo il "costo" dello Stato. Quello che è costo è anche spesa, ciò somme che sono retrocesse ai cittadini in termini di: servizi ospedalieri, istruzione, sicurezza, pensioni, ecc. Rendere il tutto più efficiente, e quindi anche più economico, è altamente auspicabile, ma se si studia il bilancio pubblico potrà constatare che il 30% è un obiettivo che imporrebbe anche a lei forti sacrifici.
  4. Alberto Lusiani Rispondi
    Ritengo che trascurare il fatto che l'economia italiana (come l'evasione fiscale, come la pressione fiscale, come la spesa pubblica) sono profondamente diverse tra regioni, o meglio tra Nord e Sud, significhi omettere i dati piu' significativi col rischio concreto di arrivare a conclusioni fuorvianti. Da http://www1.agenziaentrate.it/ufficiostudi/pdf/2006/Sintesi-evasione-Irap-06.pdf (e indagini simili) emerge che l'evasione stimata e' il 13% del reddito in Lombardia, e poco oltre il 20% nelle regioni padane, mentre sale al 60% a partire dalla Campania, e supera il 90% in Calabria. E' evidente che a Nord non possono essere spremuti di piu' (l'evasione e' meno che in EU in Lombardia e comparabile altrove) e che occorre curare il Sud, e lavorare al Centro.
    • La redazione Rispondi
      E' giustissimo non trascurare l'aspetto territoriale. Dallo studio da lei citato si evince anche che la Lombardia evade 21.489 milioni di euro di base imponibile a fronte di 8.701 della Calabria. La realtà è, quindi, più complessa di quella da lei stigmatizzata e porta a concludere che l'evasione va contrastata su tutto il territorio nazionale, calibrando gli interventi a seconda del territorio.