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  1. Michele Giardino Rispondi
    Sintesi densa e stimolante. Inevitabilmente, non esaustiva. Ritorno al passato? Se non comandano più, perché discriminare le Fondazioni anche come semplici azioniste (magari di varie banche, secondo le opportunità di mercato)? Per esorcizzare le (nere) ombre del passato, perchè non pensare ad una pressione sui vertici di forti correnti di opinione sostenute da una stampa più professionale e aggressiva, e soprattutto meglio attrezzata da una stretta severa sugli obblighi di informazione pubblica e diffusa. Ripensamento? In parte, valga quanto già detto. Ma davvero poi, un azionista importante, Fondazioni incluse, può disinteressarsi all'efficienza delle partecipate? Certamente però anche qui funzionerebbero obblighi più stringenti (e pesantemente sanzionati) di informazione diffusa. E siamo davvero certi che la scarsa trasparenza delle gestioni bancarie sia colpa delle Fondazioni? Ambiguità. Ahimé, come dimenticare che il nostro si conferma ogni giorno come un capitalismo senza capitali? E c'è poco da aggiungere. Ma le risorse, che non mancano, continuano, ad oltre 60 anni dalla famosa nota di Menichella al Cap. Kamark ,magari in minore misura e in modi più vari, a confluire nelle banche, anche se i banchieri veri sono pochi e non hanno vita facile. Che sia in questo sfondo, che non cambierà certo a parole, la spiegazione di queste e di altre ambiguità? Sono accettabili come dubbi aggiuntivi?
  2. Federico Parmeggiani Rispondi
    Ragionando dei difetti fisiologici del nostro settore bancario, la considerazione che sta alla base del sistema delineato (e che il legislatore dovrebbe fare sua) riguarda proprio gli interessi che il segmento bancario persegue e quelli che dovrebbe perseguire. La concezione europea continentale (portata agli estremi in Italia) secondo la quale una banca è un'impresa che deve perseguire fini ulteriori alla massimizzazione del profitto ha portato a disfunzioni evidenti, in quanto, come è stato spesso ben evidenziato , rende la banca responsabile quasi esclusivamente verso la classe politica e non verso gli stakeholders primari (in ogni caso non porta ad una responsabilità diffusa verso la collettività come i teorici di tale impostazione tendono a far credere). In questo senso, se da un lato è assodato che l'attività bancaria per la sua peculiarità meriti una disciplina speciale, dall'altro gli interessi e la sua politica d'impresa dovrebbero rispondere a dinamiche ordinarie e tese al profitto. Così facendo le banche forse inizierebbero a responsabilizzare i propri manager (e ad assumerli non sulla base di calcoli politici), ad accordare linee di credito ad imprese effettivamente meritorie e a rispondere del loro operato alla stregua di ogni altro soggetto imprenditoriale. E forse chissà che, in uno scenario ove si intraprenda il lungo cammino del dominio dell'efficienza, si creino spazi meno angusti anche per i mercati finanziari e gli intermediari non bancari.